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S. Euplo



Uso politico della religione, uso religioso della politica

Come spiega il fatto che molti politici italiani, cattolici o laici, abbiano deciso di sposare il teorema dello scontro di civiltà e che certi laici ultimamente si stiano dimostrando i più radicali assertori delle radici cristiane dell’Europa? Antonello Leone

risponde SERGIO ROMANO
Corriere della Sera del 31 luglio 2005.

Caro Leone,
anch’io mi sono fatto la stessa domanda e non sono certo di avere la risposta giusta. Ma proverò a darle due spiegazioni.
E’ possibile, anzitutto, che questa rivendicazione dell’eredità cristiana sia l’ultimo sintomo di una sindrome che affligge da più di un secolo una parte della cultura europea.
Soffriamo di un male che si chiama «declino dell’Europa» e speriamo che un bagno di storia medioevale agisca su di noi come una benefica cura ricostituente.
Non è una patologia nuova.
Quando una civiltà attraversa una fase difficile e vede sorgere intorno a sé nuovi e dinamici centri di potere, reinventa il proprio passato, lo immagina molto più splendido di quanto non fosse e predica il «ritorno alle origini».
Per molti aspetti è ciò che sta accadendo, in modo molto più drammatico e violento, in una parte del mondo islamico.
Osama predica la restaurazione del Califfato e la rinascita dell’Islam trionfante.
Noi, con modi più innocui, parliamo di radici cristiane, valori, identità, antiche virtù e altri artifici retorici della stessa natura.
La seconda possibile spiegazione è il calcolo di alcuni uomini politici.
Hanno scoperto che la «spiritualità», in questo momento, è una merce politicamente redditizia.
Se ne sono accorti nel momento in cui hanno visto che George W. Bush, un cristiano «rinato», poteva cominciare con una preghiera le sue riunioni mattutine alla Casa Bianca senza che questo atto di devozione suscitasse l’ironia o le critiche dell’opinione pubblica del suo Paese.
Ne hanno avuto conferma quando hanno constatato che la sua rielezione, nonostante la disastrosa guerra irachena, è stata assicurata da un partito trasversale composto da circa settanta milioni di evangelici. Non basta.
Osservando attentamente la Casa Bianca hanno scoperto che Bush, un uomo sinceramente devoto, è circondato da neoconservatori molto laici, agnostici e comunque indifferenti ai problemi dell’anima, ma convinti che la religione, in politica, sia diventata una carta vincente.
Se funziona in America, si sono detti questi paladini delle nostre radici cristiane, perché non dovrebbe funzionare in Europa?
Anche in questo caso il fenomeno non è nuovo.
Molti uomini politici, in passato, sono arrivati alla conclusione che la religione è un efficace instrumentum regni.
Credo che molti cattolici siano preoccupati e infastiditi da questa tendenza.
Auspicano un ritorno alla fede, ma non vorrebbero che la Chiesa diventasse l’ancella della politica e che una parte del cattolicesimo, sperando di vincere qualche battaglia contro la modernità, cadesse in questa trappola.
Le segnalo a questo proposito un bell’articolo di Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, nella Stampa del 23 luglio.
Bianchi osserva che «sta emergendo, e trova chi gli conferisce pieni diritti e legittimazione, un cristianesimo finora inedito (lo si può forse definire post-cristiano) che non ha più come fondamento e ispirazione la parola di Dio contenuta nelle Scritture, un cristianesimo che non vuole più essere giudicato sul suo essere o meno "evangelo", un cristianesimo che preferisce essere declinato come "religione civile", capace di fornire un’anima alla società, una coesione a identità politiche, diventando così quella morale comune che oggi sembra deducibile solo a partire dalle religioni».
Ecco tre domande che fanno a se stessi, secondo Bianchi, i politici decisi a servirsi della religione e i cattolici decisi a servirsi della politica.
«Se è possibile un uso religioso della politica e un uso politico della religione attraverso una libera contrattazione, perché rifiutarlo?
Se la Chiesa è una riserva di etica, perché non lasciare che altri vi attingano?
E se la religione appare l’unico legame della tradizione nazionale, perché non usarla? ».
Penso che un buon politico e una persona sinceramente devota dovrebbero a dare a queste ciniche domande una stessa risposta: no, è meglio astenersi da contaminazioni che nuocciono, in ultima analisi, sia alla religione, sia alla politica.


pubblicazione: 02/08/2005
aggiornamento: 02/06/2006

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 :.  TRACCE



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