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Un piano strategico per far crescere Piacenza.

di Paolo Rizzi

LIBERTA' del 23/01/2003 :
Sabato prossimo 25 gennaio 2003 i rappresentanti degli enti locali e delle realtà economiche e sociali di Piacenza si incontrano ad un anno dalla firma del patto per Piacenza.
Ricordiamo con piacere quell'evento perché credo sia stato un momento importante della vita della nostra città: un incontro di sindaci e uomini politici, responsabili di associazioni di categoria e di organismi di volontariato, enti culturali e istituti di credito, che hanno simbolicamente firmato un contratto per lavorare insieme per Piacenza.
Dico simbolicamente perché non si tratta di un contratto che ha creato vincoli legali effettivi, ma solo una dichiarazione di impegno collettivo per il bene comune della città e del suo territorio provinciale.

Nel frattempo alcuni progetti previsti sono andati avanti, altri sono ancora fermi alla fase di enunciazione.

Soprattutto abbiamo una nuova amministrazione nel comune capoluogo che ha confermato di voler "mantenere" quell'accordo pur con alcune innovazioni significative di metodo e di contenuto.

Per cercare di capire cosa può significare il Piano Strategico per Piacenza, provo al elencare le principali critiche emerse su questo percorso e alcune possibili risposte a queste critiche.

1.Il rischio di sovrapporsi ai processi politici istituzionali.
Alcuni hanno sottolineato come il Piano possa sovrapporsi ai "normali" canali di decisione politico-amministrativa innescando possibili conflitti con gli organi democraticamente eletti per gestire la cosa pubblica.
A questa osservazione dobbiamo rispondere come il Piano Strategico non sia una novità piacentina, ma una forma di "governance" diffusa in Europa e in Italia, che non si sovrappone al ruolo di governo degli enti locali ma lo supporta e lo rafforza.
Rispetto alla ampia gamma di azioni degli enti locali, il piano strategico non è "onnicomprensivo", riguarda infatti alcuni progetti ritenuti prioritari ("strategici") caratterizzati da una convergenza di interessi diversi, rispondenti a strategie condivise dalle diverse componenti del tessuto sociale collettivo.
Il Piano si occupa cioè dei grandi temi del nostro territorio, che richiedono per forza condivisione e collaborazione di tutti, pubblico e privato, sia nella definizione degli obiettivi che in quella dell'attuazione.

2.La ridotta partecipazione.
Una seconda critica ha sottolineato come il Patto per Piacenza sia stato il prodotto di una ristretta cerchia di poteri forti o lobbies di interessi senza far partecipare direttamente la popolazione.
In effetti il percorso seguito con la costituzione di un Comitato Strategico è stato quello di coinvolgere le "rappresentanze" ossia i delegati di organismi sociali, culturali ed economici che hanno già una propria organizzazione e una propria base associativa.
Nulla vieta tuttavia di accompagnare questo percorso con forme di partecipazione dal basso più allargate, di tipo assembleare, come ad esempio il modello dei bilanci partecipativi originati dal Social Forum di Porto Alegre.
Senza dimenticare peraltro che anche questa forma democratica presenta limiti, quali ad esempio la difficile sintesi delle esigenze emerse in modo assembleare.

3. La strategia "economicistica" del Piano.
Ancora qualcuno ha enfatizzato il taglio troppo sviluppista del percorso che avrebbe dimenticato gli aspetti di compatibilità ambientale di molti progetti soprattutto di tipo infrastrutturale.
A questa obiezione si può rispondere come nel Comitato Strategico le componenti strettamente economiche rappresentino solo una parte minoritaria più che compensata da rappresentanti del non profit, della cultura e del sociale.
A partire anche da queste critiche e dalle innovazioni richieste dalla nuova amministrazione del capoluogo si apre una nuova fase del percorso e anche di questo si parlerà sabato.
Come coniugare sviluppo e sostenibilità ambientale ?
Come legare partecipazione delle rappresentanze e partecipazione diretta ?


In ogni caso ricordiamo anche alcune fattori o condizione di successo del Piano.

I.Il dialogo tra pubblico e privato e tra diversi mondi vitali.
E' il vero senso della sussidiarietà, che è stata la parte più bella dell'esperienza anche a livello di relazioni umane, come ha ricordato Carlo Merli recentemente.
Ma che va letta non solo nella fase di individuazione delle strategie e progettazione, ma anche nella fase realizzativa chiamando il privato a prendersi le proprie responsabilità anche di investimento.

II.La costruzione del capitale sociale.
E' fondamentale per un territorio come per una qualsiasi organizzazione di uomini darsi delle strategie condivise, degli obiettivi chiari, una identità collettiva, in cui riconoscersi e farsi riconoscere all'esterno.
Ricordo solo come nell'indagine fatta da Libertà all'inizio dell'anno scorso emergeva come noi piacentini non abbiamo neppure un'immagine simbolica in cui ci riconosciamo con forza, sia esso un monumento (il Gotico?, il Farnese?, i Cavalli farnesiani?) o un'attività.
Soprattutto per vincere l'annoso nodo dei "veti incrociati" è necessaria "fiducia", senso di appartenenza e spirito di collaborazione.
E il Piano ci aiuta a costruire questa fiducia collettiva.

III.Il superamento della "sindrome realizzativa".
E' vero che è necessario passare alla fase di attuazione di alcuni progetti prioritari, per non incartarci nella nebbia delle mere discussioni, ma dobbiamo sempre ricordare che comunque il lavoro di emersione delle strategie e delle azioni importanti per il nostro futuro, rappresenti già un risultato significativo di partecipazione e quindi di democrazia.

IV. Il criterio della sostenibilità.
Per evitare in futuro di ritrovarci con una nuova centrale elettrica in città, dobbiamo percorrere il difficile sentiero della valutazione dell'impatto ambientale sui nuovi progetti "sensibili" sull'ecosistema.
Senza tuttavia bloccare processi già attivati e condivisi, come quello della tangenziale sud, ma semmai attenuando più possibile i loro effetti negativi.
Se riusciremo a rispettare queste condizioni, al di là delle recenti fibrillazioni nei rapporti istituzionali e politici, il Piano potrà davvero essere un'altra occasione per crescere come collettività.

"Si concorda pienamente su una visione strategica del futuro di Piacenza orientata a realizzare un sistema aperto e ospitale, innovativo e collaborativo, caratterizzato da benessere diffuso e qualità della vita; si conviene che tale obiettivo è conseguibile con lo sviluppo economico e sociale, riaffermando il valore fondamentale del lavoro, e con la valorizzazione delle risorse ambientali ed umane, purchè vengano programmate ed attuate azioni mirate a ridurre i punti di debolezza e gli ostacoli esistenti; in particolare, lo sviluppo locale può trarre nuove prospettive da scelte politiche, nei diversi settori, che tutelino e valorizzino il capitale naturale, risorsa di cui il territorio piacentino è ricco" (dal Documento sottoscritto il 12 gennaio 2002).

Paolo Rizzi


pubblicazione: 23/01/2003
aggiornamento: 30/05/2005

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