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Tartago in Val Boreca

La strada della val Boreca procede verso il capoluogo di Zerba zigzagando tra gli alberi del bosco fino a che la vista si allarga, poco prima dell'abitato di Cerreto, sui giganteschi contrafforti verdeggianti che si innalzano sul fianco meridionale.
L'imponente catena montuosa si erge, interamente ricoperta di boschi, compatta come una immensa parete di alberi.
A metà della linea di crinale emerge la punta del Monte Alfeo, la vetta più alta, dove la neve, in primavera, indugia più a lungo.
Non una casa, non un segnale di vita interrompono per un lungo tratto questa cortina quasi verticale di boschi, dove si osservano soltanto i solchi incisi dai torrenti.

All'improvviso compare, come una sorprendenta visione, l'abitato di Tartago, aggrappato a un conoide che, liberato dal bosco, è stato sistemato a terrazze. In questo piccolo triangolo di verde più chiaro si raggruppano le poche case del paese. Il singolare spettacolo si ripete poi per i più lontani borghi di Belnome e di Artana, che spiccano entrambi dal denso sottofondo del bosco con le loro casette intonacate e il bianco campanile della chiesa.

Proseguendo per Zerba e quindi per Vesimo, Pej e il passo Giovà la strada si inoltra, restando sempre sulla sinistra idrografica del torrente, in un ambiente assai diverso da quello selvaggio dell'altro versante, dominato dalla verde dorsale dell'Alfeo: affioramenti di roccia giallastra, entro cui la strada sembra essere stata ricavata letteralmente a colpi di scalpello, paesi ancora abitati, viabilità agevole, rimboschimenti di giovani conifere. Infine, sui terreni liberi dal bosco, le prime apparizioni di quei terrazzamenti, di sapore così tipicamente ligure, che saranno una costante nel paesaggio della più alta val Trebbia. Qui, nei giorni di festa e durante la bella stagione, è facile imbattersi in escursionisti e in gruppi di cavalieri (e ciclisti ndr.). A costoro, più che ai frettolosi cursori in automobile, riuscirà di apprezzare in pieno la grande bellezza di questa valle.

La val Boreca rappresenta, con i suoi cinquantun chilometri quadrati, il sottobacino più esteso della val Trebbia, dopo quello, ovviamente, dell'Aveto che resta incontrastato, l'affluente più importante.

L'interesse della valle, tuttavia, non risiede tanto in questo elemento quantitativo, bensì nella spiccata qualità naturale del suo ambiente, fra i più intatti di tutto l'Appennino. La presenza dell'uomo oggi si è ridotta a tal punto che alcuni dei paesini della valle si possono definire del tutto abbandonati. Altri restano presidiati solo da un pugno di abitanti per poi ripopolarsi un poco nel periodo estivo con un modesto turismo costituito quasi esclusivamente dal ritorno temporaneo dei discendenti degli antichi emigranti. L'energia elettrica, dove c'è, è stata portata in valle solo da pochissimi anni grazie agli elicotteri che dall'alto hanno calato i tralicci. La val Boreca è infatti assai scoscesa e profonda, con profilo a "V" strettissimo, per nulla addolcito dall'erosione glaciale di cui non si trova alcuna traccia. Il centro principale - si fa per dire - è Zerba, che ha dignità di Comune, ed è dominato dai resti di un castello.

Alcuni ritrovamenti archeologici testimoniano di una popolamento antichissimo della zona.
Si favoleggia anche di un sosta dell'esercito di Annibale in val Boreca dopo la celebre battaglia del Trebbia contro i Romani nel 218 a C.. Ne farebbero fede alcuni toponimi (la stessa Zerba, Artana, Tartago) che si vogliono di ascendenza fenicia. Prove storiche del passaggio di Annibale comunque non ve ne sono e non è neppure certo che il condottiero, dopo la battaglia, per attraversare l'Appennino abbia risalito il Trebbia.

Come si è detto il pregio principale della val Boreca è il suo patrimonio ambientale, con castagni e faggi d'alto fusto e boschi cedui anch'essi di castagno e faggio, oltre che di rovere e di carpino. Vi si trovano pure boschi di resinose di impianto artificiale (comuni anche nella contigua valle dell'Avegnone) e ampie praterie dominate dalle cime del Monte Lesima a nord (la vetta più alta di tutta la val Trebbia con i suoi 1724 metri s.l.m.), Chiappo e Carmo a ovest e Alfeo a sud, tutti raggiungibili attraverso sentieri che in parte salgono dal versante piacentino di Ottone e Zerba e in parte invece hanno origine dal passo del Giovà, che rappresenta l'accesso della val Boreca dalla parte pavese.

Di fronte al tracollo economico della valle, testimoniato dai numerosi paesi letteralmente abbandonati, veri e propri fantasmi di un passato neppure troppo lontano, l'unico patrimonio che può essere messo a frutto rimane la natura e il paesaggio, che in val Boreca raggiungono una qualità così elevata da configurare qui uno dei centri più interessanti di un auspicato futuro Parco della val Trebbia. Come un tale parco possa anche divenire occasione di sviluppo è una domanda ardua che ci condurrebbe a complesse riflessioni, da estendere del resto a gran parte del nostro territorio montano. Ma che tale sviluppo in futuro non possa prescindere dalla valorizzazione dell'ambiente è una sensazione sempre più diffusa.

(tratto da:
Lungo il Trebbia - Mauro Busi e Andrea Chiari - ISTITUTO GEOGRAFICO DE AGOSTINI - 1987)





Una valle incantata abitata "da sempre"
di GIORGIO EREMO


Undici anni fa, più precisamente il 2-10-1998, avevamo dedicato un ampio servizio ad un caratteristico borgo della Val Boreca, che cercavamo di inquadrare nel paesaggio circostante, scrivendo:
«A mezza costa, nell'immacolato scenario di un lussureggiante anfiteatro naturale dominato dal monte Alfeo, s'affaccia Tartago, quasi ve l'avesse adagiato una mano dall'alto. Tutt'attorno si respira aria che sa di preistoria - come documentano i reperti archeologici rinvenuti nel circondario di Zerba - e di romanità - ne dà testimonianza la statuetta di offerente rinvenuta casualmente nel 1954 sulla vetta del monte Alfeo, ad un metro di profondità -».
Nel primo caso facevamo riferimento alle otto armille in bronzo trovate nei pressi della cosiddetta torre Malaspina, la sola testimonianza rimasta del castello medievale. A

l riguardo apprendiamo dal libro "Storia di Piacenza / Dalle origini all'anno Mille" vol. I, "La preistoria nell'alta Valtrebbia" di Michele Tosi, che in «Val Boreca, un affluente del Trebbia, è testimoniata la presenza dell'uomo già nella prima età del Ferro.
Nel 1888 un certo Giuseppe Carbone trovava, casualmente, 8 armille ad un metro di profondità e vicino al castello malaspiniano. Si trattava di bracciali a nastro carenato, decorati con motivi geometrici, forse provenienti dall'area "protogolasecchiana" (Golasecca è una località in comune di Varese, ove è stata scoperta una necropoli dell'età del Ferro): l'età della loro fabbricazione dovrebbe essere il X sec. a. C..

Recentemente, è stato ricostruito l'itinerario di esportazione di questi interessanti bracciali, e il "ripostilio" di Zerba sembra segnare quell'antico percorso che lungo i Passi appenninici liguri giungeva fino in Toscana.
Sei armille si conservano oggi al Museo Civico di Milano, una al Museo di Como e una al Museo Pigorini di Roma».

Quanto al bronzetto romano, come scrive il professor Ferdinando Arisi nel suo volume "Il Museo Civico di Piacenza", «si tratta di una statuetta votiva rappresentante, nell'atto di offrire una patera ombelicata, un giovane dai lineamenti apollinei, che incede completamente nudo con ritmo policleteo; un drappo (motivo convenzionale) gli scende dal braccio sinistro» che con la mano chiusa e il pollice alzato sembrerebbe reggere qualcosa, forse un'oinochòe (brocca) andata perduta.
«Si tratta - prosegue Arisi - di un prodotto provinciale della plastica minore di epoca imperiale, interessante più che per la modellazione, piuttosto convenzionale e anonima, come testimonianza del culto delle vette sul nostro Appennino anche in epoca romana piuttosto tarda». Nella "Storia di Piacenza / Dalle origini all'anno Mille" vol. II, il reperto (h. cm. 13,9) viene più specificatamente fatto risalire alla prima età imperiale.

Un'altra testimonianza di tale pratica religiosa - documentata da una statuetta in bronzo caratterizzata dallo stesso ritmo di quella dell'Alfeo - è stata trovata nel 1933 anche sulle Alpi austriache (Alti Tauri), al valico dell'Hochtor, in prossimità dell'ingresso meridionale del tunnel omonimo, a quasi duemilacinquecento metri di quota.
Alta all'incirca 17 cm., datata al I sec. d. C., al di là dell'identità del personaggio - per gli studiosi austriaci si tratterebbe di Ercole, probabilmente per la pelle (leonina?) che orna il corpo ignudo e pendente dal braccio sinistro, a mo' di drappo - nell'impostazione, in particolare nell'incedere, è molto simile a quella piacentina. Il braccio destro allungato in avanti, come nel bronzetto dell'Alfeo, con la mano che sembra porgere qualcosa, forse una coppa. Inoltre la statua alpina ha sotto il piede destro un perno per l'inserimento, ad incastro, nel piedistallo mancante ma presente, invece, in quella "nostrana". Nella zona furono rinvenuti anche il piede di un altro bronzetto ed alcune monete, sia celtiche che romane. E non a caso si pensa che esistesse, in loco, un altare.

Prima di chiudere l'argomento vorremmo aggiungere, nel confronto, un ulteriore bronzetto conservato nel nostro Museo Civico e facente parte degli undici non meglio precisati della disposizione testamentaria Poggi del 1842, pervenuto alla Biblioteca Comunale e destinato al Museo nel 1885. La statuetta è alta cm. 9,2 e il dottor Giorgio Monaco ha ritenuto raffigurasse appunto un offerente. Benché databile ad un periodo sensibilmente anteriore alle altre due, presenta lo stesso motivo del personaggio nudo con un drappo che scende dal braccio sinistro mentre quello destro, alzato, sembra impugnare un oggetto che non c'è più. Il professor Arisi nell'opera citata lo considera «un magnifico esemplare di arte etrusca arcaica: la modellazione, di una attualità sconcertante, è essenziale e perfetta» ma, a differenza di Giorgio Monaco, lo ritiene un Giove fulguratore.

Tra i reperti archeologici della Val Boreca aggiungiamo anche la spada in ferro della quale ha parlato in Libertà del 29-11-1957 Gian Franco Scognamiglio sotto il titolo "Daga dell'epoca romana rinvenuta per caso a Zerba" riportandone parte del testo: «Appassionato alla storia, alla vita e all'avvenire della Val Trebbia [...] un giorno a Zerba l'avv. Francesco Bongioanni vede casualmente nelle mani di un contadino, che stava riparando un attrezzo, un ferro dalla forma strana. Il professionista di Ottone si fa regalare quel "ferraccio" arrugginito e incavato dai secoli: assomiglia ad un gladio, ad una daga. E poco tempo fa [si era nel 1957], mostrandola al prof. Monaco, soprintendente alle antichità, ha la conferma che si tratta di una daga dell'epoca romana».

Sia Scognamiglio che l'avv. Bongioanni fanno poi riferimento ad una labile tradizione secondo cui l'esercito cartaginese, dopo la vittoriosa battaglia della Trebbia, avrebbe svernato in Val Boreca.
Al riguardo riportiamo quanto ha scritto nella Strenna Piacentina del 1889, sotto il titolo "Piacenza e i suoi eventi militari", un non meglio identificato L. Cr. il quale ci informa che Annibale, dopo la battaglia del Ticino, «marciava verso Piacenza inseguendo il console Cornelio Scipione che si era accampato fra il Tidone e la Trebbia; e dopo tre giorni di scorribande veniva ad accamparsegli di fronte a sei miglia dalla città sfidandolo a battaglia. Il console non era in grado di accogliere la sfida; anzi durante la notte essendo avvenuto un ammutinamento di diecimila Galli che militavano nel suo campo, e temendo fosse il segnale di una generale sollevazione di tutti i Galli all'intorno, avanti l'alba levò le tende e prese la via delle colline che fiancheggiano la Trebbia a sud di Piacenza.
Annibale, avutone sentore, mandò la sua cavalleria a molestarlo, ma Scipione riuscì egualmente a passare il fiume e fortificarsi in posizione eminente sulla destra riva di esso. Intanto per la via Emilia [n. d. r. in realtà il tracciato dell'arteria risale al 187 a. C.] sopraggiungeva e si riuniva a lui Tiberio Sempronio», il quale nel dicembre del 218 a. C. venne alla decisiva battaglia. Sconfitti, soltanto diecimila romani riuscirono a raggiungere Piacenza che invano fu assalita dai cartaginesi.
«All'appressarsi della primavera Annibale levò i quartieri d'inverno, e poiché gli era impedito il passo per Piacenza, si accinse a penetrare in Etruria per l'Appennino; ma colto fra i monti da un terribile uragano, tornò addietro e il giorno dopo s'inoltrò verso Piacenza tendendo verso l'Emilia. Sempronio gli fu sopra e ne avvenne un combattimento, troncato dalla notte, in cui i due eserciti avversari ebbero eguali perdite.
Annibale riputando difficile l'espugnazione della città, si diresse verso la Liguria e di là passò in Etruria».
giorgio. eremo@liberta. it
LIBERTA' del 22/08/2010


pubblicazione: 23/08/2010

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la piazza di Tartago
alba in Val Boreca (Foto Francesco Favalesi) 16481
alba in Val Boreca (Foto Francesco Favalesi)
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Belnome (foto Francesco Favalesi)

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