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venerdì
12
agosto
2022
S. Euplo



galleria immagini  STRANO COMPORTAMENTO.
  Ringrazia i musulmani. E tace su Governo e Croce Rossa Italiana.
Simona Torretta vuol ritornare in Iraq... (1)  (2)  (3)
Simona Torretta vuol ritornare in Iraq... (pic 1) (pic 2) (pic 3)
Se lo sarebbe mai aspettato di essere liberata grazie al governo Berlusconi?
La domanda viene accolta da Simona Torretta con una risata dal fondo dell’auto che sta per portarla in Campidoglio dove l’aspetta una festa.
Al suo posto risponde la mamma Anna Maria che siede sul sedile anteriore.
«È stata una cosa stupenda...», taglia corto prima di allontanarsi.
Più tardi, dal balcone del Campidoglio, in mezzo al sindaco Veltroni e al prefetto Serra, tra i tanti ringraziamenti «a Roma, all’Italia, ai musulmani, ai pacifisti, agli iracheni», Simona non citerà il governo, nè la Croce rossa.

« Chi devo ringraziare? - si è chiesta la giovane -. Tutti quelli che si sono mobilitati. È stata una vera sorpresa sapere quanto profonda sia stata questa solidarietà in Italia e nel mondo. Ma ora vorrei tanto che questa solidarietà andasse anche al popolo iracheno. Non dobbiamo dimenticarcelo, sta soffrendo tanto». L’Iraq continua a essere la sua prima, grande preoccupazione. Anche la solidarietà che è nata lì è speciale. « La solidarietà degli iracheni nei nostri confronti - dice con uno sguardo che si riempie d’orgoglio -, i bambini che a Bagdad sono scesi in piazza con i cartelli... tutto questo ci ha riempito di gioia. Ma ringrazio anche la comunità musulmana di tutto il mondo che ha espresso solidarietà per noi».
Una voce la interrompe. Un cronista le chiede se continua a chiedere che le truppe italiane siano ritirate dall’Iraq. «Certo...», è la sua risposta netta. Il resto verrà aggiunto oggi in una conferenza stampa indetta con «Un ponte per...». Più difficile parlare del rapimento, c’è un’inchiesta in corso, i particolari stentano.

Ma chi erano i rapitori: banditi, criminali comuni come paventato a lungo? «No, no...», ribatte Simona Torretta. E’ quanto ha confermato poco prima al procuratore Franco Ionta. «Non li abbiamo visti in faccia - spiega la giovane -. Ci hanno trattato con molto rispetto. Si rifacevano ai precetti del profeta Maometto. Erano religiosi che hanno tenuto a insegnarci i principi dell’Islam. Al momento del rilascio ci hanno anche dato alcuni volumi in inglese sull’Islam, compresa la traduzione del Corano. Me li sono portati dietro. Erano in quella scatola che avevo con me quando sono scesa dall’aereo».
Un accenno ai giorni che hanno preceduto l’azione criminale. Non c’erano avvisaglie. «No, non ci aspettavamo di essere rapite - dice con l’aria di chi non se l’aspettava davvero -. Ci hanno sequestrato perché siamo italiane. Questo l’abbiamo capito presto. Non sapevano che tipo di lavoro stessimo svolgendo in Iraq. Hanno pensato che fossimo spie. Poi pian piano hanno compreso il nostro lavoro ed è migliorato il rapporto. Credo che abbiano fatto indagini su di noi. Hanno capito e alla fine ci hanno chiesto scusa...».
Le domande si susseguono, Simona non si tira indietro. «Non so dove ci abbiano portato - dice -. Ci hanno fatto andare in auto qua e là. Gli altri due sequestrati, Manhaz e Raad, sono stati portati altrove. Comunicavamo in inglese, più qualche parola in arabo. Il primo giorno del sequestro, poi, ci hanno dato un abito che è quello col quale siamo tornate a Roma. Lo conserveremo, ormai fa parte della nostra vita...».

Resta la paura, ma Simona tratta l’argomento con sufficienza. «L’abbiamo avuta soprattutto all’inizio, subito dopo il rapimento - ammette -. Per fortuna è durata poco. Ci sono stati momenti di disperazione, quando la stanchezza aveva la meglio sulla ragione. Ma poi abbiamo trovato la forza in quello che abbiamo fatto. E così abbiamo anche riso... Ci ha sostenuto anche la fede. Ho pregato».
C’è la mamma Anna Maria che le sta al fianco. Sembra non voler più lasciare questa figlia, anche se a parole dice che non può impedirle di fare ciò che fa. «La famiglia era sempre nel mio cuore - dice Simona guardando ora la madre -. Ero molto p reoccupata per mamma. Sapevo che stava soffrendo, è una donna eccezionale. Cercavo di mandarle energia positiva. Mi è dispiaciuto tanto farla soffrire, ma rifarei quello ho fatto. È la vita. Non mollerò il mio lavoro, magari ci saranno sviluppi diversi. E Simona mi manca già, è la mia migliore amica. Adesso mi occuperò della mia famiglia, domenica festeggerò il mio nipotino Valerio. Ha tre mesi».
Viene sera, la festa in Campidoglio è finita e Simona Torretta passa dalla sede di «Un ponte per...». Il suo lavoro è già ripreso.
(da www.Corriere.it)

«Grazie agli italiani per la solidarietà.
Grazie agli iracheni che ci sono stati vicini. Grazie ai pacifisti, alla comunità musulmana e al mondo arabo»
(da Libertà del 30/9/2004)



Ma la pace chiede riscatti ?
Strane conclusioni da una liberazione.

di Ernesto Galli della Loggia (corriere della Sera del 30/9/2004)
Non erano proprio delle brave persone i rapitori di Simona Torretta e Simona Pari.
E nonostante quel che ora a molti piace pensare (e dire) non hanno affatto «liberato la pace», rilasciandole: hanno semplicemente concluso un affare per la non indifferente cifra di un milione di dollari che ci hanno estorto - anche se, com' è giusto, il ministro degli Esteri italiano lo nega - per ridarci indietro sane e salve le nostre due connazionali.
È necessario ribadire tali ovvietà perché molti indizi della scena italiana di queste ore fanno pensare che, di questo passo, tra poco ci toccherà di assistere ad uno straordinario e zuccheroso rifacimento della realtà.
L' occasione - come c' era da aspettarsi - è stata fornita dai festeggiamenti per la liberazione delle due rapite. La sobrietà non è il nostro forte, lo sappiamo. Ma non si tratta solo di questo.
Se non mi inganno, infatti, sotto i nostri occhi si sta tentando un singolare travisamento di ciò che è accaduto l' altro ieri in Iraq.
Il rilascio delle due ragazze italiane sta diventando una «vittoria della pace» o addirittura, come titola l' Unità, «una vittoria dei pacifisti».
Credo che si tratti di un sentire capace di essere fatto proprio da molti, specie da quella vasta parte dell' opinione pubblica contraria alla guerra.
La felice conclusione dell' avventura di Simona Torretta e Simona Pari viene presentata e/o interpretata non solo come l' esito congruo alla qualità etica del loro impegno umanitario, ma come l' esito che avvalorerebbe anche il pacifismo in quanto tale: sono state liberate, si dice, perché erano «portatrici di pace» e al tempo stesso la loro liberazione dimostrerebbe la fondatezza della prospettiva pacifista.
Poco conta quindi il fatto che anche Enzo Baldoni, fino a prova contraria, era un «portatore di pace». Poco conta, altresì, che resterebbe allora da spiegare come mai le due italiane, proprio loro due, sono state sequestrate per 21 giorni: forse che i loro «liberatori» ignoravano quando le tenevano prigioniere chi erano e che cosa facevano in Iraq? Non intendo negare che la simpatia umana e l' apprezzamento politico che le due ragazze hanno saputo guadagnarsi con il loro lavoro si siano rivelati assai utili al fine del loro rilascio.
Ma è davvero difficile credere che tutto ciò avrebbe condotto ad una felice soluzione senza il lavoro di pressione e di persuasione da parte del governo guidato da quel guerrafondaio di Berlusconi; se non ci fossero stati, soprattutto, i pacchi di dollari che lo stesso governo ha del tutto opportunamente gettato nelle grinfie dei sequestratori.
Eppure in certo senso è vero che «ha vinto la pace».
È vero nel senso che nella gestione mediatica della liberazione appare scontato a chi in queste ore sta andando la vittoria d' immagine.
Tra il successo politico del governo e della sua maggioranza obbligati però a prendere le forme enfatiche, magari, ma inevitabilmente grigie dell' ufficialità, e dall' altro lato l' eccitazione gioiosa dei sentimenti e degli abbracci, delle vesti colorate e degli slogan, la retorica dei buoni sentimenti che questa volta mette insieme il mito della pace e quello degli «italiani brava gente»: non c' è dubbio a chi sta andando la maggiore attenzione e dunque, in qualche misura, anche la maggiore simpatia.
A dispetto di tutto, però, la realtà resta la realtà.
Sì, siamo tutti felicissimi del ritorno a casa delle «due Simone» - come ormai esse si chiameranno per sempre - ma la loro avventura a lieto fine non cambia di nulla il carattere per lo più banditesco e terroristico del fronte antiamericano in Iraq, così come non è in grado di cambiare di nulla l' ovvio, sacrosanto scontro politico che quella guerra ha suscitato, e continuerà chissà fino a quando a suscitare, tra i partiti del nostro Paese.






Schede correlate
L I B E R A T E (ore 17,45) Pagato riscatto per le 2 Simone ?? (ore 15.11)
RAPITE Timori per la sorte di Simona Pari e Simona Torretta.


Categoria
 :.  ITALIA Società




pubblicazione: 30/09/2004
aggiornamento: 01/05/2005



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