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martedì
5
luglio
2022
Sant'Antonio Maria Zaccaria



Sforzo corale sul welfare

Stati Generali, Vision 2020

Forse nel sociale, più che in altri settori, con maggiore facilità si può scrutare il futuro, capire ciò che a Piacenza occorre, le strade da battere.
Anche perché è qui che il futuro spinge con una forza che diviene impellenza, che lo rende realtà dell'oggi, ben più prossima di quel traguardo del 2020 che gli Stati Generali si sono dati come orizzonte temporale di riferimento.
Non è certo una novità che l'alba di millennio che stiamo vivendo abbia portato scombussolamenti epocali a tutte, o quasi, le latitudine del mondo.
L'area della povertà si estende, in Italia si calcola che 8 milioni di persone, oltre il 10% della popolazione, vivano ai limiti della sussistenza.
Piacenza è di robusta costituzione e prova a fare eccezione.
Ma ci riesce fino a lì.

I dati della Caritas parlano chiaro, nel 2005 sono state 1.489 le persone assistite, 620 della quali si sono rivolte per la prima volta all'ente diocesano.
Una progressione che non conosce soste da venti anni a questa parte, basti dire che nel 1985 furono solo 410 i casi seguiti.
Un quadro di sintesi, quello fornito dal direttore della Caritas don Gianpiero Franceschini, che ieri ha fatto da piattaforma di partenza per i lavori della sessione pomeridiana della seconda giornata degli Stati Generali in cui si sta ragionando di progetti per Piacenza.

Per tre ore a palazzo Gotico la scena è stata, per l'appunto, occupata dagli scenari in materia di welfare e politiche sociali.
Un dibattito partito un po' in sordina, con ampi vuoti in sala che si sono però progressivamente colmati in corso d'opera (il pubblico a un certo punto si è stabilizzato sulla sessantina di persone).

Paolo Rizzi, dell'Università Cattolica, componente della segreteria tecnica del Piano Strategico e anima dei lavori di questi mesi di avvicinamento agli Stati Generali, ha messo a fuoco il tema in oggetto, ossia «l'inclusione sociale» per avere a Piacenza «un futuro più equo».
Ha battuto il tasto dei «nuovi bisogni», delle «nuove vulnerabilità», delle «nuove sfide» che nella nostra provincia, come altrove, siamo chiamati con urgenza ad affrontare.
Sì, perché non c'è più soltanto un problema di povertà economica, strettamente riconducibile al reddito che non c'è o non basta; si tratta di arginare anche difficoltà «relazionali», dovute cioè alla mancanza di relazioni autentiche, di legami affettivi solidi, sinceri.
Disagi psicologici in certi casi inediti, indubitabilmente connessi a quelli più tradizionali, e tuttavia bisognosi di risposte sin qui mai sperimentate, da trovare dunque spremendo l'ingegno, esplorando le frontiere del'innovazione.
Anche perché - e questo è il grande e ineludibile vincolo di questo momento storico - le risorse pubbliche disponibili sono sempre più limitate e la necessità di rielaborare le forme organizzative e gestionali dei servizi, inventandone di più efficienti ed efficaci, si impone.
Giovani coppie che non riescono a pagarsi la casa, nuclei di immigrati in complessive condizioni di sofferenza: sono gli esempi più frequenti di bisogno sociale fatti da Rizzi, fanno emergere l'esigenza di «un patto per le famiglie».
Quella abitativa è un'emergenza per molti, urgono politiche ad hoc, e così per i servizi alla prima infanzia o nel campo dell'assistenza socio-sanitaria.

I piani si intrecciano, e la cosa migliore è ribaltare le logiche tradizionali con cui sin qui si è fatta politica sociale.
Ne è convinto Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia, ma chiamato in veste di presidente della consulta nazionale sul Welfare.
Non basta più erogare dei servizi specifici, «il pubblico deve saper leggere il bisogno e attivare le risorse del territorio per creare le condizioni di affrancamento del soggetto da quel bisogno».
Dal particolare lo sguardo deve alzarsi al generale, solo così si possono dare risposte efficaci alle moderne povertà.
«Welfare di comunità», lo chiama Delrio:
«Occorre passare da un'ottica di intervento a una di accompagnamento, la sfida dell'operatore sociale è di essere accompagnatore del soggetto verso un percorso che lo porti pure alle opportune assunzioni di responsabilità». Saper leggere i bisogni significa anche far emergere quelli che non hanno voce perché c'è «chi il bisogno non lo sa esprimere», ha osservato il sindaco di Reggio. L'occhio sulla propria comunità deve perciò affinarsi, essere attento; oggi gli operatori del welfare hanno il delicato compito di «recettori periferici» del disagio, mettere in rete tutte le realtà dell'assistenza - associazioni, parrocchie - può essere lo strumento adeguato.
I piani si intrecciano, si diceva, bene lo si capisce in materia di casa, ha indicato Delrio:
«Non possiamo più permetterci di fare programmazione urbanistica senza tenere conto che i piani di edilizia popolare sono sbagliati».
Per una politica abitativa di integrazione sociale occorre voltare pagina dai casermoni-dormitorio di un tempo, «a Reggio stiamo concedendo ai costruttori privati cubature in più a patto che siano destinate a edilizia convenzionata».
Così gli immobili perdono valore?
«Ma non si può ragionare così, non si possono offrire le cose belle solo a chi le ha già, più si offrono qualità e ambienti decorosi più le persone acquistano consapevolezza e diritti di cittadinanza».
Ci vuole fantasia, creatività per trovare le ricette giuste, annota Delrio.
Ma soprattutto «il modello vincente sta nella partecipazione delle famiglie, la vera sfida è riuscire ad attirare nel sistema sociale modalità di cittadinanza attiva, sentirsi protagonisti di un percorso di sicurezza sociale; l'alternativa può essere solo impoverire i nostri territori, le nostre comunità».
Tra gli altri prende nota, mentre parla il sindaco di Reggio, il presidente della Provincia Gianluigi Boiardi.
Che applaudendo commenta: «Sono modelli che si devono per forza percorrere».
Gustavo Roccella


Un hospice alla Madonnina.

Quattro le proposte di "progetto-bandiera" uscite dal tavolo "sociale" degli Stati Generali, che si candidano cioè a essere inserite nelle azioni strategiche condivise da realizzare per la Piacenza del 2020.
Un posto sicuro pare proprio avercelo l'hospice, la struttura per malati di tumore in fase terminale.
A illustrare i contenuti del progetto è stato Marco Carini, presidente di Legacoop, l'associazione che dalla cabina di regia guidata dal Comune e dall'Ausl e partecipata anche da varie realtà del volontariato, ha avuto il compito di regidere una proposta di fattibilità.
Carini ha sottolineato la necessità che sia un'opera frutto di uno sforzo collettivo del territorio, anche perché avrà dei costi, specie iniziali, sicuramente onerosi: 3,8 milioni di euro, compreso un disavanzo di gestione intorno ai 330mila euro.
Per la realizzazione verrà costituita una fondazione mista pubblico-privato.
Sarà una struttura di cure palliative tra i 12 e i 15 posti letto e dedicata a pazienti adulti.
Carini non l'ha detto, ma si è appreso che si conta di ubicarla in un'area comunale alla Madonnina all'interno di un parco.


Sul Facsal un mix asilo-anziani

"Anziani e bambini insieme". Si chiama così un altro dei progetti-bandiera proposti al tavolo "sociale" degli Stati Generali e che ha concrete chance di essere recepito nella lista finale degli interventi per la Piacenza del domani.
Porta la firma della cooperativa sociale Unicoop e dell'Ones, l'Opera nazionale familiare sacerdoti, una fondazione che fa capo alla diocesi e che ha la sua struttura sul pubblico passeggio all'angolo con via Giordani.
È lì che verrà fatto spazio a un progetto di coabitazione tra un centro diurno per anziani e un asilo nido d'infanzia: «Un luogo di incontro», ha spiegato il presidente di Unicoop Stefano Borotti, «sociale, culturale ed educativo, un punto di scambio di esperienze tra gli anziani in gradi di offrire alla società le proprie capacità e le nuove generazioni in crescita».
L'immobile sarà ristrutturato per accasare il nuovo nido a servizio dell'infanzia del centro storico, e il centro diurno per anziani attualmente collocato all'ospizio Maruffi.


La "fabbrica della felicità"

A candidarsi come progetto bandiera è anche "La fabbrica della felicità".
A presentarlo ieri a palazzo Gotico alla sessione sul welfare degli Stati Generali ci ha pensato Massimo Esposito, a nome dell'associazione omonima, "La fabbrica della felicità", e dell'amministrazione provinciale che ha collaborato alla stesura.
L'idea di fondo è che «la salute, il benessere, la felicità hanno senso se pensate non come costo ma come oggetto economico», dunque a ragionarne vanno chiamati tutta una serie di soggetti - realtà imprenditoriali, associazioni, professionisti eccetera - che operano nel campo della salute ma non solo.
La cornice è un forum all'interno del quale produrre un programma convegnistico e un'offerta di eventi e spazi culturali.
I modelli di riferimento sono i festival che in altre città in questi anni stanno riscuotendo tanto successo: Mantova con la letteratura, Modena con la filosofia, Genova con la scienza, Trento con l'economia. L'obiettivo è «fare di Piacenza il punto di contatto con i centri nazionali di eccellenza per la qualità della vita».


Consumatori e aziende tutelati dal "rischio alimentare"

"Comunicare il rischio alimentare" è il titolo del progetto-bandiera candidato da una serie di associazioni coordinate da Federconsumatori e con il supporto della facoltà di agraria dell'università Cattolica. A presentarlo ieri agli Stati Generali in corso a palazzo Gotico è stata Angela Cordani, presidente di Federconsumatori, che ha indicato nella necessità di fornire corrette informazioni ai consumatori l'obiettivo della proposta specie in casi di allarmi alimentari come ne sono scoppiati con l'emergenza aviaria o per "mucca pazza".
Allarmi assai spesso frutto di cattiva informazione e in grado di mettere in seria difficoltà il sistema agro-alimentare piacentino.
Di qui l'importanza, ha sottolineato Gianpietro Molinari, docente alla facoltà di agraria della Cattolica, di creare «un network di informazione» che faccia da «rete di monitoraggio e sorveglianza sui rischi per il consumatore in materia alimentare».
Un'informazione «seria», però, frutto delle tante conoscenze di cui il sistema agro-alimentare locale dispone ma che spesso si disperdono.
Il progetto servirebbe a portare a sistema questo patrimonio di dati con una fase di raccolta capillare, poi di attenta elaborazione e quindi di divulgazione.



«Nel sociale possiamo eccellere»
Esperti concordi: il nostro territorio ha i requisiti per vincere la sfida


Considerare le politiche sociali non come qualcosa da addetti ai lavori, ma il frutto di uno stretto rapporto di interdipendenza tra i vari settori della vita di una comunità, dall'urbanistica all'ambiente, dalla viabilità all'economia.
Il concetto di fondo emerso nelle relazioni introduttive è stato ribadito nella tavola rotonda che - moderata da Emanuele Galba, caporedattore di Cronaca - ha concluso ieri pomeriggio agli Stati Generali in corso al Gotico la sessione di lavori sul welfare.
A soffermarsi sulla necessità di considerare la sanità non come un peso bensì come «una risorsa», «un elemento di forza» per Piacenza è stato il direttore generale del'Azienda Usl, Francesco Ripa di Meana.
Nel rivendicare i risultati che negli ultimi anni si stanno raggiungendo («L'indice di attrattività dei nostri servizi è aumentato di una decina di punti, con punte di eccellenza ad esempio nella terapia oncologica»), Ripa di Meana ha sottolineato l'importanza di spingere sulla prevenzione mettendo in campo «alleanze che spingano verso comportamenti virtuosi, senza impostazioni salutistiche di tipo ideologico, ma nella logica della riduzione del rischio».
Certo, i vincoli, a partire dall'esiguità delle risorse, sono forti, ecco dunque che è «ci poniamo il problema della sostenibilità del welfare in questa provincia, che vuol dire avere la capacità di scegliere priorità che abbiano connotati di adeguatezza». Ad esempio, dando il più possibile impulso all'assistenza domiciliare prima di pensare a nuovi posti letto; ma anche evitando le sovrapposizioni tra pubblico, privato e privato-sociale.
Dalla Caritas, per voce del direttore don Giampiero Franceschini, l'avvertimento sul rischio che la società del benessere allarghi sempre di più il suo divario da quella del malessere:
«C'è una fascia di popolazione in grave disagio socio-economico» e che «spesso è incapace di muoversi dentro il sistema del welfare pur avendo diritto all'assistenza».
Di qui l'esigenza di saper offrire anzitutto «orientamento».
Della necessità di un «salto di qualità» ha parlato Nicoletta Corvi, presidente della cooperativa Eureka: verso «un welfare di comunità dove si prendono decisioni corresponsabili», che non facciano più capo soltanto all'ente pubblico, ma frutto del «metodo della concertazione e del coinvolgimento di altri settori da cui il sociale non è indipendente».
Abbandonare l'idea che il welfare tolga risorse alo sviluppo economico, ha esortato Giuseppe Magistrali, docente di organizzazioni dei servizi sociali all'università di Ferrara: invece «la produzione di ricchezza passa anche per la strada di creare condizioni di benessere nelle nostre comunità».
La tutela, siamo d'accordo, «non deve essere di carattere assistenzialistico, altrimenti crea nuove dipendenze».
Ci si riesce, secondo Magistrali, costruendo reti di solidarietà sul territorio:
«È tutta la comunità che deve attivarsi, diventare un servizio sociale, prendersi cura dei bisogni partendo soprattutto dalle famiglie».
Piacenza può, a suo avviso, diventare «una capitale nazionale dei turismo sociale, un luogo dove le politiche sociale non servono solo a curare un disagio ma a aumentare complessivamente la qualità della vita».
Temi ricalcati nel suo intervento dall'assessore comunale ai servizi sociali Leonardo Mazzoli: «Uscire dalla logica degli addetti ai lavori, sviluppare una capacità di ascolto tra settori diversi, non devono essere solo slogan».
Erogare servizi, certo, ma senza dimenticare che per fasce deboli come i cittadini immigrati, che a Piacenza rappresentano ormai la considerevole quota del 10% della popolazione, occorre anche «garantire diritti e partecipazione», o che per una cittadinanza anagraficamente sempre più anziana è bene «intercettare le reali necessità come, in questo caso, l'assistenza domiciliare».
Il Comune, ha annotato l'assessore, sta impegnandosi per attivare una rete di monitoraggio sul territorio urbano collegando circoli, associazioni, parrocchie, ma anche negozi ed esercizi commerciali, che «segnalino le situazioni di disagio e di rischio».
Lo sforzo è anche quello di qualificare sempre di più un fenomeno in verticale aumento come il badantato e di sviluppare i centri diurni.
In tema ancora di anziani, Carlo Roda, responsabile dell'Auser, ha caldeggiato forme di «coordinamento degli interventi» e una rappresentanza politica alle realtà di volontariato.
gu.ro.



pubblicazione: 10/06/2006
aggiornamento: 12/06/2006

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