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giovedì
30
giugno
2022
Santi Primi Martiri della Chiesa di Roma



Scaravaggi è presidente. Fondazione Piacenza e Vigevano divisa in due.

Tredici consiglieri, tredici voti per Francesco Scaravaggi che da ieri è il nuovo presidente della Fondazione di Piacenza e Vigevano ed entro un paio di settimane presenterà la sua "squadra".

Un'elezione avvenuta con modalità clamorose: l'assenza voluta di dodici consiglieri, tutti piacentini, Sergio Giglio in testa, sui venticinque che compongono il parlamentino.

Scaravaggi ha avuto l'appoggio di cinque consiglieri di Vigevano e di otto rappresentanti piacentini (Renato Zurla, Adriano Dotti, Carlo Tagliaferri, Milena Tibaldi, Mario Tondini, Benito Castellani, Fabrizio Garilli, Giorgio Milani) e alla seconda votazione la maggioranza assoluta è bastata.

Non si sono fatti vivi per protesta, fra gli altri, due designati dalla provincia (Roberto Daturi e Carlo Ghisoni, oltre a Lucio Rossi, impegnato però in una conferenza a Rimini e che nel pomeriggio ha incontrato Marazzi), "fantasmi" anche due consiglieri dei sindaci come Claudio Bassanetti e Valter Alberici, Carla Chiappini del Comune e Pietro Galizzi della Cattolica, oltre agli esponenti di categorie economiche e parte del volontariato.

Le Idi di Marzo piacentine, come qualcuno le ha ribattezzate, hanno mostrato davvero un clima da congiura.
La spaccatura fra Scaravaggi e Giglio si è radicalizzata fino all'estremo
e negli ultimi giorni e ore ha alimentato una ridda di contatti, pressioni, tentativi di incidere sul voto come non se erano mai dati prima nella storia pur accidentata della Fondazione, in quanto a nomine.

L'attacco più forte è arrivato dal presidente uscente, Giacomo Marazzi e dal consigliere cooptato Giorgio Milani.

Marazzi ha parlato di un atteggiamento da "Ponzio Pilato" del sindaco Paolo Dosi che non si è assunto le responsabilità come aveva invece assicurato.

Milani ha raccontato dei tentativi di cercare un accordo con le istituzioni che è mancato e che proprio alle istituzioni va la responsabilità maggiore: «Ci sono stati comportamenti indecorosi e mortificanti - accusa Milani - e uno scandaloso tentativo di boicottare il tavolo, di ribaltarlo come fanno i bambini quando perdono».
E poi un passaggio abrasivo sulle manovre di questi ultimi giorni: «Si sono viste convergenze e una saldatura fra interessi contrapposti, la convergenza è del mondo imprenditoriale, del mondo economico con in testa un istituto di credito, delle istituzioni e della politica, un mix esplosivo che ha prodotto un imbarbarimento mai visto prima».
Parole incandescenti.

Il disagio è condiviso.
I commenti all'uscita lo confermano: «Non ce lo aspettavamo, ma il consiglio era spaccato fin dall'inizio» (Fabrizio Garilli); «La Fondazione non è un partito politico, ha bisogno di tutti, bisogna ricompattarsi» (Renato Zurla). «Lavoreremo insieme per la città, non per un gruppo di persone» aggiunge Mario Tondini che ammette però, di fronte alle domande dei giornalisti, che l'assenza di quasi la metà dei consiglieri è un tentativo di delegittimare la nuova presidenza.
C'è chi simpaticamente spezza la tensione con una battuta: «E' il momento dei Franceschi» dice Benito Castellani, alludendo all'elezione del Papa. E difende gli investimenti fatti e la necessità di pensare oggi alle persone che soffrono.

Parole insolite anche da un ex come il vicepresidente uscente Luigi Cavanna: «Il consiglio è spaccato, ma prendiamo esempio dalla Chiesa, c'è bisogno di pace, di andare d'accordo ed essere buoni. Scaravaggi è una persona per bene».
E poi Cavanna contesta la continuità con la passata gestione: «Marazzi era espressione di Confindustria, come lo è Giglio, la discontinuità c'è oggi, con un presidente del volontariato».
Patrizia Soffientini
LIBERTA' 16/03/2013


C'è chi lo ha visto e fotografato in Piazza Cavalli mentre si votava in Fondazione, altri consiglieri astenuti si sono ritrovati al Barino più o meno nelle stesse ore.
C'è amarezza e nessuna voglia di commentare da parte di Sergio Giglio, il candidato uscito battuto dal voto del consiglio generale, pur decimato nei numeri.
Ma Giglio non si sottrae.
Perché non presentarsi al tavolo dove si è stati indicati? Non era meglio parlare in quella sede?
«Diciamo che è lo stesso diritto di quando Scaravaggi non è voluto venire a dibattere in Comune la sua posizione. Comunque personalmente non ero convinto di restare fuori, stavo per andare, non è che abbia scelto io questa soluzione. L'hanno scelta i rappresentanti delle categorie, di parte del volontariato, due dei Comuni, quelli della Provincia e dell'Università Cattolica, una del Comune, lo hanno deciso loro insieme, in modo unitario. E io appartengo alla mia squadra».
Si è parlato di contatti e tentativi di mediazione o di pressione fin nelle ultime ore. E manovre dietro le quinte.
«Per la verità avevo capito da mesi che era persa la partita. In quanto a me, mi si può rimproverare tutto, non di essere stato dietro le quinte. Ho detto e scritto quello che pensavo. Se poi non c'è una sola persona che parla è inevitabile, c'è coinvolta tanta gente, tutti si sono messi in gioco. Anche l'associazione industriali che ha due anime, una mi voleva e una no, anche la Camera di Commercio».
Non le pare che sia poco democratico non aver preso parte ai lavori?
«Chi non ci sta al gioco democratico? Durante il precedente consiglio generale c'era la mia proposta di fare un presidente condiviso, è agli atti, è stata registrata.
E dunque non prendo lezioni di democrazia da nessuno.
Qui ha vinto Vigevano, si è dato troppo a Vigevano e ci saranno disinvestimenti sul nostro territorio, Vigevano ha il 12 per cento della Fondazione, ma ha votato con 5 consiglieri su 13... »
Francesco Scaravaggi come prima cosa ha lanciato un appello all'unità.
«L'appello all'unità di Scaravaggi non ha più nessun significato.
Si dovrà ragionare sul bilancio, sulle perdite, sui compensi.
Negli ultimi otto anni i compensi degli amministratori della Fondazione sono stati 400 mila euro l'anno. Una istituzione di servizio non può spendere 3 milioni in otto anni per chi amministra».
Resterà in Fondazione e come?
«Assolutamente sì, sarò parte del consiglio generale.
Sono stato quindici anni consigliere della associazione industriali prima di esserne presidente. Mi impegnerò ugualmente e lavorerò in modo leale.
Il tema sarà di riportare la Fondazione nel nostro territorio, oggi ha vinto Vigevano, questo mi spiace più di ogni altra cosa».
C'è qualcosa che si rimprovera?
«Sì, di aver pensato che il candidarmi fosse una cosa normale e non venissi visto come un "demonio", non mi sembra di essermi comportato mai in modo simile, non avevo previsto di avere contro il presidente della Fondazione che era stato spinto da noi industriali, né il dottor Anselmi e una parte della Curia in modo così forte».
Si dice che alla fine è una battaglia di banche, per la gestione del patrimonio.
«Quando fu acquistata Banca Monte Parma voleva dire ostilità verso due banche locali, poi si è continuato ad andare avanti. Da parte mia, mi sono candidato a presidente della Fondazione per ambizione personale dopo aver retto la presidenza degli industriali, naturalmente una Fondazione riveste un potere innegabile e questo tocca le banche, ma proprio per questo occorre gestire in maniera oculata».
p. s.


Il neo-eletto: adesso ricostruiamo l'unità .
«Rinunciare? Non faccio un passo indietro, ma due avanti»


«Rinunciare alla presidenza? Un po' tardi».
Francesco Scaravaggi risponde così alla proposta-appello del presidente della Provincia.
«Il concetto di democrazia che ho in testa io non coincide evidentemente con quello di altri e così l'idea di autonomia e di libertà delle persone, per non dire del mandare avanti bene la nostra Fondazione.
La proposta mi lascia perplesso, mi sento quasi in colpa e non ho fatto niente, ma non sono offeso, sono molto sereno. E a Trespidi dico: no grazie, invece di fare un passo indietro ne farò due in avanti».
Con queste parole si chiude una giornata densa di emozioni, iniziata con un'elezione che Francesco Scaravaggi ha vissuto come se nulla fosse.
Dov'è il presidente? Dal dentista.
E forse farà un po' fatica a sorridere, ma sa già (ed è il primo a dirlo) che dovrà lavorare per ritessere un tessuto strappato.
E a Giglio lancia un messaggio conciliante: «La mia missione sarà di ricostruire l'unità, perché dove si vuol arrivare con i polveroni? A Giglio dico: parliamone. Io sono un po' ingenuo, e un po' lo faccio - scherza - ma mettiamo le cose sul tavolo».
E così Scaravaggi è davvero l'ultimo a sapere di essere stato eletto al vertice della Fondazione di Piacenza e Vigevano.
Anche se qualche sms deve essere partito dopo gli applausi in consiglio generale che sentono anche i giornalisti, appostati al piano terra di palazzo Rota Pisaroni.
Non sono ancora le 13 e il neo-eletto dà appuntamento per una intervista collettiva in via Campesio, sotto l'ufficio.
E' visibilmente emozionato. Lo ammette.
E non più abituato a rendere interviste come quando fu assessore della Giunta Vaciago e si curava del piano regolatore.
Quasi si scusa mentre viene incalzato dalle domande a ruota libera.
Sarà un presidente in discontinuità?
«No, non in discontinuità, per fare un passo avanti bisogna guardare anche indietro».
Sarà invece un presidente in «autonomia» rincalza lui stesso: «Ma io mi sento nella mia autonomia» e calca l'accento sul "mia".
In quanto ai rapporti con Giglio e i consiglieri "fantasma" la questione viene affrontata senza asprezze e con una premessa: «Voi lo avete visto, io mi sono messo in attesa, quando mi hanno domandato io mi sono precipitato a dire la mia idea. Rappresento il volontariato, dove però le cose non sono rose e fiori, oggi ringrazio chi mi ha votato, ma adesso è il momento di andare avanti e di non fare pasticci».
E dunque questa rivalità così radicale con l'ex presidente degli industriali? «Non lo capisco, non so perché lui e gli altri non si sono presentati. Non mi fa rabbia, ho amici di qua e di là negli schieramenti, quello che conta adesso è il bene della città».
Certo, di fronte ai cinque vigevanesi «granitici» i piacentini ci fanno una magra figura.
E pensando alle cose da fare, Scaravaggi riconosce che la carica è una «mattonella» tutt'altro che leggera.
Per la squadra «avrò bisogno di persone competenti».
Ma su chi lo affiancherà non dà anticipazioni: «Sono uno che va in montagna, prima si arriva in cima e si mette la bandierina. Tutti mi dicono chi mettere dentro, deciderò in autonomia e ci saranno delle sorprese. Metterò in squadra gente di cui mi fido, c'è il bilancio da votare».
Qualcuno riporta il giudizio duro del presidente uscente Marazzi sull'atteggiamento delle istituzioni e del sindaco Dosi, definito "pilatesco".
«Ho incontrato le istituzioni, erano a loro agio. Non so cosa abbiano capito loro delle mie parole».
E poi una saetta che incenerisce: «Le istituzioni ci devono essere nella Fondazione, non la politica, quella no. E dico grazie a Marazzi che l'ha tenuta fuori per otto anni».
Da ultimo una finestra sui primi impegni: «Penso alle famiglie, c'è una situazione difficile». E l'ingegnere - 71 anni, 40 anni di professione, quattro figli di cui una suora, Bettina e due adottate ad Haiti - dell'argomento se ne intende.
p. s., Libertà 16 marzo 2013





pubblicazione: 16/03/2013
aggiornamento: 30/06/2013

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