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Scacco alle piene in 4 mosse

Potenziamento degli impianti di pompaggio nella zona nord-est,
una nuova idrovora per lo smaltimento di rivi e scoli fognari a nord-ovest,
sul lato sud-occidentale la messa in sicurezza del “canale della fame” (Diversivo ovest),
mentre lungo il fronte meridionale casse di espansione, ossia invasi nel terreno.

Un piano in quattro mosse quello per la difesa idraulica di Piacenza.

Ha preso forma da una tribolata gestazione seguita alle emergenze idrogeologiche
(le piene, in parole povere) dell'autunno del 2000.
Ora se ne vedono i frutti dopo una marcia di avvicinamento segnata da polemiche e lunghe fasi di stallo.
Un piano in quattro punti, si diceva, che prenderà le mosse dal versante sud-orientale fino al Po con i primi due interventi, gli unici già finanziati (fondi statali).
Si tratta del potenziamento dell'impianto idrovoro dell'Armalunga, a valle di Mortizza (costo circa 1,5 milioni di euro), e della realizzazione di una grande cassa di espansione in zona Farnesiana-Novate (2,5 milioni).
Quest'ultimo intervento è quello che ha sollevato i maggiori problemi tra i tre soggetti coinvolti, ossia, l'Opera Pia Alberoni, proprietaria dell'area, il Comune di Piacenza, e infine il tandem composto da Regione Emilia Romagna e Consorzio di bonifica Bacini Tidone e Trebbia che è l'ente attuatore delle opere idrauliche sui corsi d'acqua pubblici di competenza regionale e gestore del reticolo idrografico artificiale.
Inizialmente, infatti, tra il 2001 e il 2002, il Consorzio di bonifica, su incarico della Regione, individuando nel rio Riello il principale rischio esondazione per Piacenza in caso di eccezionali eventi alluvionali, aveva progettato una conca di grande portata per mettere in sicurezza la zona tra le Novate e la Farnesiana.
Un maxi-invaso di 96.500 metri quadrati e profondità massima di 2,60 metri,
da ricavare tramite un'attività estrattiva vera e propria a sud dello svincolo tra strada Farnesiana e la tangenziale; caratteristiche dimensionali commisurate sull'ipotesi di una piena del Riello con ritorno centennale, vale a dire di quelle con probabilità che si verifichino una volta ogni secolo e in grado, in buona sostanza, di allagare interamente la tangenziale che in quel tratto corre in trincea, interrompendola e bloccando così anche gli spostamenti dei mezzi di soccorso previsti in caso di calamità dal piano comunale di protezione civile.
I timori per l'impatto ambientale subito sollevarono le proteste degli abitanti della zona (soprattutto si temeva di dover coabitare con un grande specchio d'acqua dalle numerose controindicazioni igieniche), timori che furono fatti propri dal consiglio comunale che nel novembre 2002 bocciò il progetto chiedendo a Regione e Consorzio approfondimenti tecnici per arrivare a ridurre la superficie della cassa di espansione senza peraltro compromettere la difesa idraulica.
Anche l'Opera Pia Alberoni si mise di traverso con un ricorso al Tar del Lazio contro gli atti statali e regionali già deliberati per l'intervento e preordinati all'esproprio dell'area.
Il Consorzio di bonifica ha perciò provveduto alla revisione del progetto e, innalzando il grado di rischio accettabile, cioè assumendo come piena di riferimento del Riello quella con ritorno cinquantennale anziché centennale, ha predisposto una soluzione sempre nello stesso punto ma di impatto dimezzato: con una superficie di 53mila metri quadrati e profondità variabili tra 3 e 1,5 metri (2 di media), la conca si riduce all'incirca della metà.
Il nuovo progetto, tra l'altro, tiene conto anche di una relazione tecnica sui criteri da adottare per salvaguardare l'attività agricola che continuerebbe a svolgersi normalmente eccezion fatta unicamente per le alluvioni.
Per questo l'invaso è concepito suddiviso in tre settori separati fra loro da arginelli e disposti su tre differenti piani, in modo che l'eventuale esondazione avvenga per tracimazione da un bacino all'altro, in funzione del livello di piena. La parte di conca più depressa, cioè più profonda, sarà oggetto di esproprio, le altre due saranno soggette a quella che in termini giuridici si chiama servitù di allagamento, da indennizzare.
Il progetto, così modificato, ha ricevuto l'ok degli enti interessati - Consorzio di bonifica, Comune, Opera Pia Alberoni - che nei giorni scorsi hanno firmato una convenzione ad hoc (vedi articolo a fianco), dove tra l'altro, la proprietà dell'area si impegna a recedere dal contenzioso legale.
Ora è atteso il via libera della giunta, ma il sindaco Roberto Reggi porterà l'accordo anche in consiglio comunale (e commissione consiliare) dove è atteso in una delle prossime sedute.
Il finanziamento c'è, si diceva, e la procedura per l'appalto dei lavori partirà a breve; anche per il secondo intervento programmato da Comune e Consorzio, il potenziamento dell'idrovora dell'Armalunga, ci sono i fondi.
Mentre la copertura finanziaria va ancora trovata per i restanti due punti del piano di difesa idraulica del territorio comunale, ossia la messa in sicurezza del Diversivo ovest (versante sud-occidentale) e del sistema di smaltimento delle acque confluenti nello scolo fognario del rio Chiappone, nelle zone agricole di S. Antonio e Borgotrebbia (v. articolo a fianco), grazie a una nuova idrovora.
Gustavo Roccella


La convenzione a tre
La convenzione tra Comune di Piacenza, Consorzio di bonifica Tidone Trebbia e Opera Pia Alberoni è stata siglata a fine aprile. Riguarda la realizzazione dell'invaso a protezione delle inondazioni del rio Riello in un'area di proprietà dell'Opera Pia tra Farnesiana e Novate. La titolarità dell'intervento spetta al Consorzio, i fondi (2,5 milioni di euro) arrivano dallo Stato via Regione. Ma ecco la ripartizione di compiti tra i tre enti sottoscrittori della convenzione. Il Consorzio di bonifica s'impegna a perfezionare la variante che ha reso meno invasivo il progetto e ad acquisire il definitivo benestare dell'Opera Pia. Il Comune si fa carico di eseguire gli espropri necessari per la realizzazione dell'intervento, mentre l'Opera Pia, rinuncia a procedere nell'azione legale ritirando il ricorso al Tar Lazio. L'intervento di difesa idraulica è giudicato prioritario dalla Regione Emilia-Romagna anche perché i fondi statali disponibili vanno impegnati al più presto pena il rischio di perderli.


Impianti di pompaggio alle periferie est e ovest Il “canale della fame” da mettere in sicurezzaFarnesiana, Mortizza, Galleana, Borgotrebbia.
Sono i quattro punti critici dove la città deve alzare le sue difese idrauliche contro il rischio di piene.
Li ha individuati il Consorzio di Bonifica e, di concerto con il Comune, è stato steso un piano di interventi.
Alla Farnesiana, a ridosso della tangenziale sud, si farà un invaso a protezione delle esondazioni del rio Riello. Sul versante nord-orientale della città va potenziata l'idrovora dell'Armalunga, a valle di Mortizza, in modo da assicurare nei momenti di piena un adeguato smaltimento dei corsi d'acqua minori che vi confluiscono. Questi due i primi interventi (già finanziati) a partire. Ma i rischi di esondazione riguardano anche il “canale della fame” (Diversivo ovest) che corre dalla zona Galleana al Trebbia. Il Consorzio di Bonifica ritiene molto problematica tecnicamente, e comunque non idonea, la soluzione dell'approfondimento o dell'allargamento del canale per aumentarne la capacità e, dunque, prevede anche in questa zona un invaso che potrebbe ricavarsi in un'area agricola di proprietà dell'Opera Pia Alberoni (come quella della Farnesiana), adiacente al parco della Galleana. Ma si tratta di una proposta ancora da approfondire e, soprattutto, da finanziare. Il quarto e ultimo intervento riguarda la parte nord-ovest della città. Il nodo sono le acque che confluiscono nel rio Chiappone: manca un impianto di pompaggio, dunque è alto il rischio di esondazioni a Borgotrebbia e S. Antonio. Il Consorzio pensa a un'idrovera anche in questa zona.


Fiumi, rivi, fogne: ecco i punti critici
Non solo Po e Trebbia, il pericolo si chiama Riello e rio Chiappone

Fenomeni erosivi lungo Trebbia e Nure, allagamenti a Roncaglia per lo straripamento del Nure, esondazioni nella fascia golenale del Po, la pressione dell'onda di piena sui ponti. Sono le criticità in tema di sicurezza idraulica a Piacenza evidenziate dalle recenti alluvioni per quanto riguarda i corsi d'acqua principali. Ma anche i corsi minori creano problemi. Il rischio idraulico cresce per varie ragioni: la progressiva occupazione delle aree golenali da parte di atttività umane; l'espansione dei centri abitati, che continua a impermeabilizzare vaste superfici agricole, canalizzando le acque piovane in reti fognarie, che, in presenza di precipitazioni massicce, confluiscono direttamente e istantaneamente nei canali e nei fiumi, anziché essere assorbite dal terreno. A sud i pericoli si chiamano Riello e “canale della fame”, vanno messi in sicurezza con invasi. Sul versante nord-orientale la difesa della città è affidata agli impianti di pompaggio. Il principale è quello della Finarda ed è già stato potenziato in passato, va invece irrobustita l'idrovora dell'Armalunga, a valle di Mortizza, in modo da assicurare nei momenti di piena un adeguato smaltimento dei corsi d'acqua minori che vi confluiscono. A nord-ovest i problemi arrivano dal rio Chiappone e altri canali come il Rifiutino che sboccano nel Trebbia o nel Po. Manca un'idrovora, per cui gli scoli dei rivi sono regolati da semplici chiaviche poste lungo l'argine maestro del Po. Chiaviche che in caso di piena vengono chiuse per impedire la fuoriuscita delle acque del fiume. Non potendo più sfociare in Po le acque dei canali rifluiscono verso monte, da qui gli allagamenti nelle zone agricole di Sant'Antonio e Borgotrebbia, ma anche nel vallo delle mura di via XXI Aprile e nell'orto di Santa Maria di Campagna.





pubblicazione: 10/05/2004
aggiornamento: 30/08/2004

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