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Rutelli: «Ulivo più al centro per vincere»

Intervista al leader della Margherita

«Noi dovremo saper conquistare il centro dell’arena».
Ora che «le polemiche sono superate», e che «appare chiara l’estrema lealtà con cui si è sempre mossa la Margherita» nei confronti di Romano Prodi, ora Francesco Rutelli intende riaffermare quanto ripete da tempo, e cioè che «per vincere alle Politiche, il centrosinistra dovrà mettere in campo un progetto e una coalizione credibili, capaci di intercettare anche il voto incerto e fluttuante e i delusi dal centrodestra»: «Perché si illude chi pensa che basti sensibilizzare solo il nostro elettorato».
E per sottolineare la bontà della tesi, e riconoscerla nei concetti espressi da Giovanni Sartori sul Corriere , il leader della Margherita vuole sfatare «il mito dell’astensionismo di sinistra»: «E’ utile farlo, e non solo per ragioni di verità storica, ma anche perché spero che l’argomento non venga più usato come alibi politico. Nel ’96 l’Ulivo ebbe meno voti del Polo, ma vinse grazie alla loro divisione con la Lega.
Nel 2001 Silvio Berlusconi vinse perché riuscì a convincere la maggioranza degli elettori.
E’ una leggenda che perdemmo perché parte dei nostri elettori non ci votò: alle urne andò l’82% degli aventi diritto. E’ ovvio che sarà di nuovo fondamentale motivare i nostri elettori, ma per vincere dovremo conquistare giovani e indecisi: sono loro che faranno la differenza».


Su questo tema a settembre scoppiò una disputa tra lei e Prodi. Dietro la battuta sul «bello guaglione», il Professore l’accusava di voler spostare la Margherita su posizioni centriste, e disse che «tanto per prendere voti in quell’area ci pensa Clemente Mastella».
«Non ci può essere una lettura topografica del centro. Io penso che la vittoria si giochi sul profilo complessivo del centrosinistra, e penso che non dobbiamo avere un baricentro spostato a sinistra. Vinceremo se terremo il centro dell’arena, se saremo noi a formare l’agenda del futuro. E’ stato così che in Europa e negli Stati Uniti si sono aperti dei cicli di governo riformisti. Oltre a Bill Clinton, i laburisti inglesi di Tony Blair hanno vinto presentandosi come «centrosinistra», e i socialdemocratici tedeschi di Gerard Schröder hanno vinto con lo slogan del "neue mitte", il nuovo centro. Oggi è lo stesso problema che affrontano George W. Bush e John F. Kerry, perché se è vero che esistono le "Due Americhe", se è vero cioè che il Paese è elettoralmente diviso in due, i due candidati alla Casa Bianca sono impegnati a convincere la fetta di cittadini ancora indecisi. E’ l’ultimo sforzo, ma è quello decisivo. Quando ne parlavo nei mesi passati, tutti adombravano il sospetto di intese sottobanco con Follini... La verità è che mi batto per posizionare la Margherita, e con la Margherita l’Ulivo, nel cuore dell’arena. Quanto all’Udeur, è un elemento della coalizione, specialmente importante in alcune regioni, che vale su base nazionale l’1%. Ma per sconfiggere Berlusconi dovremo essere credibili, e non apparire condizionati da posizioni radicalizzate. Dovremo saper conquistare l’anima profonda dell’Italia, che è un errore definire centrista, moderata o proporzionalista, e perciò disponibile a votare partiti e partitini che si definiscono di centro, moderati o proporzionalisti».

Prodi concorda ora con lei?
«Prodi è conscio che la partita si vince lì. E’ un riformista, certo non un massimalista, ed è consapevole che deve presentarsi con una nuova missione. Per riuscirci va spostato in avanti l’orologio del programma, facendoci identificare come un’alleanza capace di entrare in sintonia con il sentimento prevalente del Paese, che ha bisogno di un’iniezione di fiducia».

Come pensate di intercettare quella fascia di elettorato, se Fausto Bertinotti sembra dettare l’agenda politica dell’alleanza?
«Con Bertinotti si è aperta una sfida politica e non di contrapposizione ideologica. E devo ammettere che questa sfida mi piace. Voglio complimentarmi con Fausto, che porta avanti il suo progetto con apprezzabile senso di coalizione. Ora toccherà ai partiti della Federazione riformista dare una risposta programmatica credibile, perché è l’anima profonda dell’Italia a chiedercelo, quella che vota per chi è capace di governare. Si è aperta una sfida creativa nel centrosinistra, ed è su questo punto che si vince o si perde. So che Prodi è consapevole che bisogna mettere in campo un’agenda programmatica molto diversa da quella del ’96: allora si discuteva di 35 ore, si era impegnati a risanare l’economia per entrare nell’euro. Oggi serve un progetto nuovo. Dovremo avere una politica estera basata sul multilateralismo e che non sia mai antiamericana. Dovremo puntare su un’Europa ambiziosa che diventi una potenza globale. Sulla politica sociale la Margherita presenterà un piano per la ridefinizione del welfare su basi generazionali e per il rilancio della competitività. Sulla giustizia va garantita l’autonomia del sistema ma migliorato una buona volta il servizio per i cittadini».

E’ l’impianto di un progetto riformista.
«Sì, ma serve anche l’innesto di alcuni valori liberali. Ciò che è mancato finora al Polo come all’Ulivo: penso, per esempio, a una vera legge sul conflitto d’interessi, alla riforma per la tutela dei risparmiatori. Non sarebbe vincente un programma imperniato solo sull’antiberlusconismo. Serve invece questo mix, perché così si conquista il centro dell’arena».

E’ un obiettivo da raggiungere se Marco Tronchetti Provera, giorni fa, ha detto che «al momento l'opposizione sta cercando una strada. Non riesco ancora a vedere qual è, ma non credo che la veda neanche l'opposizione».
«Abbiamo il tempo per convincere quanti sono rimasti delusi dal centrodestra ma non sono ancora convinti di votare per il centrosinistra. Perciò è necessario un progetto innovativo. In Italia c’è un motivo per cui al centrodestra non si oppone un’alleanza di sinistra. Nessuno pensa che si possa avere una coalizione espressione di una politica post Pci. I Ds oggi a congresso rivendicano il fatto di essere usciti dalla crisi, e vogliono consolidare il loro peso organizzativo. E’ positivo. Però se non ci fosse la Margherita la coalizione non ci sarebbe. Abbiamo solo tre anni di vita, vogliamo essere un partito di centrosinistra a due cifre, capace di aggregare una parte di quanti non hanno trovato casa nei partiti tradizionali. Penso per esempio a chi non ha trovato un approdo dopo la diaspora socialista: la Margherita può diventarlo. Prodi avrà la capacità di garantire all’alleanza un equilibrio di centro-sinistra e non di sinistra-centro».

Intanto dovrà garantirsi la leadership con le primarie, che stanno provocando forti fibrillazioni nel partito di Piero Fassino.
«Saranno un evento importante, e penso che i Ds non avranno da preoccuparsene. Serviranno a scegliere il candidato premier e anche le linee di strategia programmatica. Noi, ovviamente, voteremo per Prodi e per le linee guida di questo progetto di governo. C’è poi il test delle Regionali che sarà importante, anche nella scelta dei candidati nelle regioni del Nord, anzitutto in Lombardia. Dovranno essere personalità su cui fare un investimento per competere ma anche per il futuro, e attorno a cui far crescere la nuova classe dirigente e radicare un rapporto solido con il sistema produttivo. Un seme gettato in vista delle Politiche. Perché il Nord sarà l’area decisiva, dove si vinceranno o perderanno le elezioni».

Francesco Verderami


pubblicazione: 25/10/2004

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