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Quali politiche di sviluppo a Piacenza?

di Paolo Rizzi

In un recente convegno organizzato dall'Università Cattolica a Cremona nell'ambito del master Mumat in marketing territoriale sono state analizzati i rapporti tra sviluppo locale e politiche di scala territoriale. Gli invitati, provenienti da prestigiose università inglesi e spagnole, hanno stimolato l'interesse dei partecipanti con alcune provocazioni derivate da indagini empiriche in alcune aree europee.

In particolare David Storey, noto studioso britannico del tema della natalità delle imprese, ha presentato un paper dal titolo "Does more mean worse?" ("Di più significa peggio?") in cui afferma che il grande numero di imprese nate in Inghilterra negli anni '80 a seguito di politiche esplicite a favore dello startup aziendale, si sia rivelato meno positivo in termini di tenuta delle imprese stesse sia come sopravvivenza sia come performance economiche.
La provocazione è forte.
Se le politiche locali sostengono la nascita di nuove iniziative economiche, il numero delle nuove imprese cresce, ma queste imprese non sembrano "tenere" nel tempo.

Ma allora sono inutili le politiche che finanziano la natalità imprenditoriale o la promuovono con servizi, strutture, consulenze ?
Ancora Jim Taylor ha evidenziato come le disparità tra regioni e province in Inghilterra e in Europa in generale siano costanti nel tempo.
Come a dire che tutti gli sforzi locali di stimolare lo sviluppo delle aree deboli siano frustrati dalla realtà.

Proviamo a rispondere a queste analisi molto pessimistiche con due ordini di argomenti.
1.In realtà in Italia
da oltre un quinquennio osserviamo come molte aree del Sud riescano ad essere più dinamiche della media nazionale: regioni come Basilicata, Abruzzo, Molise, mostrano tassi di crescita del prodotto interno decisamente più elevati del Nord Ovest in particolare.
Il distretto del salotto di Matera (Natuzzi), l'Etna Valley di Catania (STMicroelectronic, Nokia), la produzione vitivinicola siciliana, il porto di Gioia Tauro, il distretto calzaturiero del Casarano, sono solo i casi più eclatanti del “risveglio” di alcune zone del nostro Mezzogiorno, che derivano senza dubbio dalle capacità di imprenditori e produttori ma anche dall'efficacia delle politiche locali intraprese da comuni e province vivaci e dinamiche.
2. Nell'ultimo decennio abbiamo assistito ad una vera e propria rivoluzione nelle politiche territoriali di sviluppo con un nuovo protagonismo del “locale” favorito sia dalle normative predisposte in questo periodo (patti territoriali, contratti d'area, piani di riqualificazione urbana, fondi strutturali europei) che dalla volontà degli attori locali (piani strategici, accordi volontari).

Se quindi la politica di sviluppo locale sembra avere almeno in Italia un discreto successo,
quali insegnamenti per Piacenza ?

I. Innanzitutto
impariamo dagli errori altrui.
Se l'Inghilterra insegna che politiche generiche a favore della nascita di imprese possono produrre aziende gracili e destinate al fallimento, cerchiamo di pensare ad azioni più incisive, selettive, capaci di premiare progetti imprenditoriale potenzialmente robusti.
In quest'ottica l'iniziativa dell'Associazione Industriali “Piacenza produce innovazione” sembra andare nella direzione giusta perché è finalizzata a progetti innovativi e di qualità.
Ancora, il progetto di Piacenza Holding, attualmente in fase di stallo, sembrava proprio rispondere alla necessità di finanziamenti robusti per nuove imprese innovative o aziende con difficoltà di crescita.
II. Se le disparità territoriali
non si attenuano, cerchiamo di impegnarci al massimo per azioni
che favoriscano le aree con problemi di sviluppo che a Piacenza significa alte valli e montagna, su cui dobbiamo concentrare anche il Piano Strategico di Piacenza.
Lo stesso capoluogo deve interessarsi alla montagna perché gli abitanti della città sono fruitori della natura e delle bellezze del nostro Appennino, ma anche utilizzatori delle sue risorse (acqua, aria, agroalimentare).
III. Il giusto mix tra pubblico e privato
nella individuazione e implementazione di politiche efficaci non è facile da trovare: dobbiamo evitare strutture solo pubbliche che a volte sono autoreferenziali (pensiamo ad alcuni incubatori di impresa che non hanno dimensioni e capacità di incidere su un territorio) e nello stesso tempo non possiamo lasciare che il mercato aggiusti da solo gli squilibri del territorio.
Anche su questo terreno le premesse per fare bene a Piacenza le abbiamo tutte: da diversi anni amministratori pubblici, operatori economici e sociali, categorie e associazioni, si ritrovano a pensare al futuro del nostro territorio senza chiusure precostitutite.
Ma dalla capacità di relazione, che forse oggi è acquisita, dobbiamo passare alla capacita di realizzazione.
Paolo Rizzi


pubblicazione: 17/07/2003
aggiornamento: 25/08/2004

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