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Provincia, la partita ora si gioca a Roma

Trespidi affida gli emendamenti ai parlamentari

I sindaci hanno fatto il loro dovere, ma la partita adesso si gioca su altri tavoli.
Bisogna andare a Roma, in Parlamento, dove far sentire la voce della piccola e lontana Piacenza - cosa già di per sé piuttosto complicata - diventerà un'impresa ai limiti dell'impossibile.

«Nulla è finora perduto»: lo hanno ripetuto in tanti, nell'incontro di mercoledì sera, anche per farsi forza. Nella battaglia entra ora in campo la squadra dei parlamentari. Le loro armi? Sei emendamenti al decreto legge governativo presentati dalla Provincia contro l'abolizione dell'ente
«Sappiamo tutti che lo strumento del decreto legge non ha un percorso parlamentare semplice e breve» dice il presidente della Provincia, Massimo Trespidi, cercando di guardare il bicchiere mezzo pieno, un rinvio del provvedimento.
«In più, il governo non potrà porvi la fiducia: vi lascio immaginare come reagiranno le forze politiche quando ci sarà da votarlo».

VIRTUOSITÀ
Il primo emendamento presentato ricalca il leit motiv di questi ultimi giorni: si chiede che i criteri del numero di abitanti e dell'estensione territoriale vengano sostituiti dalla graduatoria già prodotta dal Ministero del Tesoro, che vede Piacenza al quinto posto (su 107) nella graduatoria delle province economicamente più virtuose.
STORICITÀ
Inoltre la Provincia di Piacenza chiede di fare salve tutte quelle province istituite in base al decreto "1871 - Roma Capitale", cioè quelle storiche. «In quell'anno furono istituite 69 province, ma Piacenza era già esistente da 10 anni» spiega Trespidi. «In questo modo, togliendo le 10 città metropolitane, si arriva a 59 province da mantenere, comunque un sostanziale dimezzamento».
COMPETENZE
Il terzo emendamento chiede invece che, oltre alle classiche competenze della Provincia già previste dal decreto (ambiente, strade, trasporti e pianificazione territoriale) e comprese nell'emendamento dell'Upi (attività formative, edilizia scolastica e mercato del lavoro), siano aggiunte anche le funzioni di promozione e valorizzazione dei beni culturali e di quella di coordinamento e assistenza ai Comuni nel percorso di aggregazione e formazione delle Unioni.
ELEZIONI
«Vogliamo poi che il presidente della Provincia e il consiglio vengano eletti direttamente dai cittadini e non dal consiglio dei sindaci» aggiunge Trespidi. «Questo per non incorrere nel conflitto tra ente controllore ed ente controllato». Inoltre, si chiede (quinto emendamento) che le Province rimangano fino alla fine del mandato (per Piacenza il 2014, l'anno in cui la maggior parte delle province italiane cambierà mandato e saranno istituite le città metropolitane) e che anche per quanto il taglio dei trasferimenti si tenga conto dei medesimi criteri di virtuosità già accennati (sesto emendamento).

Gli emendamenti, depositati mercoledì a Roma, sono ora nelle mani dei parlamentari Filippo Berselli (Pdl), Giampaolo Bettamio (Pdl), Massimo Garavaglia (Lega Nord, vicepresidente della Commissione Senato incaricata di analizzare gli emendamenti), Pierluigi Bersani (Pd), Paola De Micheli (Pd), Maurizio Migliavacca (Pd), Tommaso Foti (Pdl), Massimo Polledri (Lega) e Fabio Rainieri (Lega).

Oggi in Consiglio dei Ministri il tema delle Province non sarà tuttavia all'ordine del giorno: l'auspicio è che il governo si pronunci sui parametri da adottare per l'abolizione o l'accorpamento prima che gli emendamenti vengano discussi in commissione la prossima settimana.

Cristian Brusamonti
da LIBERTA' del 20/07/2012


Il testo dell'appello sottoscritto dal presidente della Provincia di Piacenza Massimo Trespidi e da 42 sindaci piacentini durante la riunione di mercoledì 18 luglio 2012, nella sala Consiglio del palazzo di via Garibaldi

Premesso che come recita la Costituzione anche recentemente modificata, la nostra Repubblica è costituita, oltre che dallo Stato, da Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni che sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni.
E' sulla base di questo fatto oggettivo che in qualità di amministratori del territorio crediamo convintamente che la priorità sia oggi quella di salvaguardare l'integrità dell'Amministrazione Provinciale e la possibilità che la stessa continui ad esistere.
Se la direzione scelta oggi del Governo è quella di ridurre il numero delle Province, in un'ottica di certo condivisibile di razionalizzazione complessiva del nostro sistema istituzionale, riteniamo che i criteri in base ai quali operare tale decisione non possano essere quelli individuati dai funzionari ministeriali. Dovendo andare incontro ad una ulteriore e legittima esigenza di contenimento della spesa di funzionamento dell'apparato pubblico, ci chiediamo come sia possibile utilizzare criteri astratti e non legittimati da alcuno studio scientifico che ne riconosca l'effettiva efficacia, quali il numero degli abitanti e la dimensione territoriale.
Crediamo piuttosto che i parametri da rispettare debbano essere due.
Da un lato il riconoscimento del merito amministrativo: premiare chi ha rispettato il patto di stabilità, chi ha un basso livello di indebitamento (Piacenza è quarta in Italia secondo una recente classifica pubblicata dal Sole24Ore), chi sta perseguendo con azioni concrete una lotta agli sprechi e infine chi, dal ministero dell'Economia stesso è considerato ente virtuoso sulla base di quattro parametri quali l'autonomia finanziaria, la capacità di riscossione, l'equilibrio di parte corrente e il rispetto del patto di stabilità (Piacenza è al quinto posto su 107 province d'Italia).
Dall'altro la salvaguardia delle Province storiche, vale a dire quelle province istituite alla data di entrata in vigore della legge 3 febbraio 1871 n. 33 - Roma capitale, sono 69: se si escludono da queste le future dieci Città Metropolitane, arriviamo ad un'operazione di riduzione che darebbe come risultato l'esistenza di 59 Province a statuto ordinario sulle attuali 107.
La Provincia deve poi rimanere un ente di primo livello: solo in questo modo viene assicurata la garanzia di un equilibrio dei poteri. Senza contare che in caso contrario verrebbe meno il principio fondamentale della distinzione e autonomia tra ente controllore ed ente controllato.
Per quanto riguarda invece le competenze attualmente in capo alle amministrazioni provinciali riteniamo che l'attuale livello di distribuzione delle funzioni, sempre migliorabile a seconda dei cambiamenti che si verificano nel contesto sociale, economico di un Paese, debba comunque essere riconosciuto come il frutto di un'esperienza amministrativa che ha condotto ad un progressivo processo di delega verso il basso (dallo Stato e Regioni alle Province) e verso l'alto (dai Comuni) nel riconoscimento di quel livello di organizzazione dei servizi che meglio potesse rispondere al soddisfacimento di bisogni dei cittadini. Devono quindi rimanere tutte in capo all'ente Provincia non solo - come previsto dal decreto - pianificazione territoriale provinciale e valorizzazione dell'ambiente, pianificazione dei servizi di trasporto e costruzione e gestione strade, ma anche formazione professionale, mercato del lavoro, servizi legati all'occupazione e ai centri per l'impiego, agricoltura, edilizia scolastica. Anzi andrebbe veramente perseguita la linea più volte annunciata di aggiungere nuove funzioni in un'ottica di razionalizzazione e semplificazione del sistema pubblico locale.
Infine non va dimenticato che il sistema elettorale rappresenta il cuore del legame tra le istituzioni elettorali e le loro comunità e che i cittadini del territorio provinciale non possono essere privati del diritto di essere rappresentati dagli amministratori liberamente eletti fino alla loro naturale scadenza.
Chiediamo innanzitutto ai parlamentari piacentini di farsi carico di tali proposte e di portare avanti nelle competenti commissioni e in sede parlamentare, attraverso la presentazione di emendamenti, la battaglia che la Provincia di Piacenza merita per il mantenimento della propria autonomia e quindi:
- per quanto riguarda i criteri per procedere alla soppressione e accorpamento che essi siano individuati nel rispetto dei parametri concernenti gli indicatori di virtuosità stabiliti con decreto del Ministero dell'economia e delle finanze;
- siano comunque fatte salve le province istituite alla data di entrata in vigore della legge 3 febbraio 1871 n. 33 - Roma capitale";
- sia garantito che la Provincia rimanga un ente di primo livello: solo in questo modo verrebbe assicurata la garanzia di un equilibrio dei poteri;
- siano mantenute tutte le funzioni ad oggi in capo alle Province sia proprie che delegate;
- sia garantita la naturale scadenza del mandato degli organi ad oggi eletti democraticamente dal popolo.
Nel caso comunque in cui il Governo intendesse concretizzare quanto deciso con il decreto legge approvato il 6 luglio scorso dal Consiglio dei Ministri riteniamo non possa essere il Governo stesso, sulla base di una mera delibera del Consiglio delle autonomie locali della Regione, a decidere non solo le sorti, ma anche la "destinazione" della nostra comunità e del nostro territorio che ha proprie storie e tradizioni.
E' auspicabile, pertanto, che il corpo elettorale possa esprimersi su tale passaggio epocale secondo quanto stabilito dall'art. 132 della Costituzione della Repubblica italiana.

Il presidente Trespidi e 42 sindaci


pubblicazione: 20/07/2012
aggiornamento: 21/07/2012

emendato 17939
emendato

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