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Province, Piacenza è finita

Il decreto varato ieri dal Consiglio dei ministri che ha definito i criteri per il riordino delle Province previsti dalla spending review, mette definitivamente fuori causa Piacenza, che non rientra nei parametri fissati dall'Esecutivo: avere almeno 350mila abitanti ed estendersi su una superficie territoriale non inferiore ai 2500 chilometri quadrati.
Foti e Pisani: non ci resta che il referendum.


La scure del governo Monti si abbatte definitivamente sulla Provincia di Piacenza, minacciandone sempre di più l'estinzione, proprio nel giorno del consiglio provinciale.
La notizia della definizione dei parametri su popolazione ed estensione territoriale - solo il secondo verrebbe rispettato - è arrivata anche a Piacenza poco dopo le 13, frutto del Consiglio dei Ministri di ieri mattina, ed è suonata come una specie di requiem per l'ente di via Garibaldi. In tre parole: Piacenza è finita.
Oppure no?
Secondo il presidente della Provincia Massimo Trespidi, infatti, «non solo la decisione era attesa, ma anche in ritardo di dieci giorni. Non c'è nulla di nuovo ed occorre che, prima di parlare di morte della Provincia o di referendum, si percorra la via più corretta, quella della chiusura del percorso istituzionale e parlamentare. Ho già parlato con due dei membri della commissione del Senato e siamo in attesa». Rimangono validi e, anzi, prendono forza proprio in funzione di quanto annunciato oggi dal governo i sei emendamenti presentati dalla Provincia: li presenterà il senatore Filippo Berselli del Pdl.

«SUBITO IL REFERENDUM»
Di fronte alla novità, però, l'onorevole del Pdl Tommaso Foti interviene a gamba tesa nella questione, scavalcando di fatto i dibattiti, le assemblee ed i documenti firmati nei giorni scorsi. «Alla luce di quanto deciso, se vogliamo guardare la situazione con realismo anziché puntare tutto su sogni a lieto fine, le speranze di "salvare" la Provincia di Piacenza sono pari a zero» dice. «Pur augurandomi ancora che il Senato modifichi norme che, allo stato, non riservano un futuro - se non fino all'aprile 2014 - alla Provincia di Piacenza, ribadisco l'urgenza di predisporre i dovuti atti amministrativi affinché siano i piacentini a scegliere del proprio futuro, attraverso il referendum previsto dalla Costituzione».
Secondo Foti, l'alternativa è fin troppo chiara e non sarà favorevole a Piacenza.
«Fin da oggi, deve infatti essere chiaro che dopo l'8 Agosto - quando è prevedibile che le norme che ci riguardano saranno a tutti gli effetti legge - o si marcerà senza indugi e senza tatticismi verso il referendum o finiremo malamente annessi da Parma».
Una posizione che raccoglie consensi anche dalla Lega Nord.
«Se le Province potranno continuare ad esistere solo se unita ad altre, è chiaro che il vero problema è l'accorpamento e decidere con chi stare» spiega il segretario del Carroccio Pietro Pisani. «L'unica strada democratica è chiederlo ai cittadini con il referendum, cercando di superare lo scoglio dei confini regionali».
«TOGLIETE IL SOSTEGNO A MONTI»
Torna a parlare il sindaco di Cerignale Massimo Castelli (Idv), che aveva rifiutato di sottoscrivere mercoledì sera l'appello dei sindaci con la Provincia. «Chi voleva l'abolizione delle Province, adesso le difende» dice. «Sconvolge il fatto che un governo di "ragionieri" possa decidere dell'amministrazione dello Stato e che anche le forze che lo sostengono non facciano nulla per impedirgli di fare tutto ciò: invece di appelli, basterebbe che i comuni si rivolgessero ai loro partiti perché non votino la proposta di Monti. Invece, chi si lamenta a livello locale fa parte della maggioranza al governo: non si può essere allo stesso tempo campanilisti e tagliatori di teste». E aggiunge: «La revisione dello stato cominci dal taglio delle vere voci di spreco, i consiglieri regionali - noi ne abbiamo tre che guadagnano 12mila euro al mese - ed i parlamentari».
ACCORPAMENTO DANNOSO
Il segretario piacentino del Pd Vittorio Silva ribadisce invece che «l'accorpamento sarebbe da evitare perché non contribuisce a migliorare i servizi delle Province: sarebbe stato meglio farle passare ad enti di secondo livello, anche per favorire la rappresentatività dei Comuni».
Cristian Brusamonti
LIBERTA' 21/07/2012



Il decreto varato ieri dal Consiglio dei ministri che ha definito i criteri per il riordino delle Province previsti dalla spending review, mette definitivamente fuori causa Piacenza, che non rientra nei parametri fissati dall'Esecutivo.
In base ai nuovi criteri, i nuovi enti dovranno infatti avere almeno 350mila abitanti ed estendersi su una superficie territoriale non inferiore ai 2500 chilometri quadrati.
Saranno quindi 64 su 107 le Province da accorpare,
di cui 50 in Regioni a Statuto ordinario e 14 in Regioni a statuto speciale. Le Province "salve" sarebbero dunque 43 su 107 di cui: 10 metropolitane, 26 in Regioni a Statuto ordinario e 7 in Regioni a statuto speciale.
C'è da ricordare tuttavia che nelle Regioni a Statuto speciale varranno le prerogative previste dai rispettivi Statuti.
In Sardegna, per esempio, la legge costituzionale dell'Isola prevede tre Province: Cagliari, Sassari e Nuoro.
In Friuli Venezia Giulia, è il presidente della Provincia di Udine, Pietro Fontanini, a ricordare che «è la Regione che deve decidere sia per quanto riguarda l'estensione sia per ciò che attiene al numero di abitanti» anche se ammette che «pensare di mantenere quattro Province in una regione come la nostra, di soli un milione e 200 mila abitanti, è un pò troppo». «Ora parte un processo di riforma istituzionale dal quale ci auguriamo esca una Italia più efficiente, con una amministrazione più moderna», commenta il presidente dell'Upi, l'Unione delle Province d'Italia, Giuseppe Castiglione.
In ogni modo la riforma delle Province è destinata a comportare un cambio storico della cartina geografica italiana, con nuovi enti che nasceranno, alcuni anche "riesumando", o almeno ricordando da vicino, antiche suddivisioni del territorio italiano.
Basti pensare che tra le nuove Province che potrebbero nascere dall'accorpamento di quelle esistenti c'è la Provincia romagnola che riunirebbe Cesena, Forlì, Rimini e Ravenna che sono già al lavoro per un'unica Provincia; Parma, Piacenza, Modena e Reggio Emilia, invece, potrebbero far parte di una sorta di "Provincia del buon gusto" capace di riunire tutte le migliori Indicazioni geografiche protette (Igp) del Paese, dal parmigiano al prosciutto, all'aceto.
Fra le 43 province che si salvano (comprese le dieci Città metropolitane) in Emilia-Romagna ci sono Bologna, Parma, Modena e Ferrara. Dovranno invece essere accorpate Piacenza, Reggio Emilia e le tre romagnole (Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini) che sono già al lavoro per la Provincia unica.
In alcuni territori il "taglio" delle attuali Province sarà drastico: basti pensare alla Toscana, dove, delle attuali 10 Province, solo Firenze ha i requisiti non solo per rimanere, ma per trasformarsi in città metropolitana. Le altre 9 dovranno accorparsi per dare vita - è probabile - a due nuove amministrazioni provinciali. In Lombardia, su 12 Province attuali, solo 4 (Milano, Brescia, Bergamo e Pavia) hanno i requisiti per rimanere in vita (Milano si trasformerà in città metropolitana), le altre dovranno in qualche modo accorparsi.
Le nuove Province eserciteranno le competenze in materia ambientale, di trasporto e viabilità; perderanno invece alcune funzioni tra le quali quelle che riguardano il mercato del lavoro e l'edilizia scolastica.
Valentina Roncati
LIBERTA' 21/07/2012



pubblicazione: 21/07/2012
aggiornamento: 26/11/2012

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