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«Le nuove dovevano omogeneizzarsi con le altre, invece è una scacchiera»
Come una bocca sdentata. O una scacchiera. Ma non siamo nel cuore di Marostica, per la secolare partita a scacchi con pedine viventi.
Siamo a Piacenza. Pieno centro, ai piedi di palazzo Gotico.
Singhiozza tristemente il restyling di piazza Cavalli.
Le pietre sostituite, quelle che, «entro sei o sette mesi» dal maggio dello scorso anno, avrebbero dovuto «omogeneizzarsi» con le altre, ben omogenee non lo sono ancora. Anzi.
Da una colorazione tendenzialmente più chiara, si sono drasticamente scurite. L'estetica, ora, è un pugno nell'occhio. Innegabile. Si sfiorano tutte le tonalità di grigio, da punte tenui a bordate vicino al nero.
Qualcosa nell'invecchiamento artificiale dei lastroni sostituiti che avrebbe dovuto avvicinarli alle pietre originali, non ha funzionato a dovere.
«Brambati (assessore comunale ai Lavori pubblici, ndr.) - commenta Stefano Pareti, ex sindaco cittadino, ieri in piazza assieme ad altri cittadini per un sopralluogo -, nel giorno della presentazione, disse che "il tempo sarebbe stato galantuomo". Bene, allora non ci può più fidare nemmeno del tempo! Tutto è stato fatto con una determinazione che non ha minimamente tenuto conto degli appunti e delle proteste dei cittadini». «Tra le altre cose - continua l'ex-primo citatdino - dagli anni Ottanta il ministero dei Beni culturali ha emesso due decreti di vincolo sulla piazza, che invitano ad agire sul bene con interventi di restauro. E il restauro, secondo il decreto legislativo del 22 aprile 2004 numero 45 del Codice dei beni culturali, "è un complesso di operazioni finalizzate all'integrità materiale e al recupero del bene, alla protezione e alla trasmissione dei suoi valori culturali". Si parla di conservazione, non di alterazione, come è avvenuto in piazza Cavalli».
Troppe, secondo il giudizio di molti, le pietre sostituite, più di duecento: «Il lavoro su una decina di essere sarebbe stato più che sufficiente», chiosa Pareti.
Duro anche il giudizio di Domenico Ferrari, capo delegazione del Fai (Fondo per l'ambiente italiano) piacentino: «È un'amministrazione che è stata volutamente sorda alle firme e alle lamentele della cittadinanza, andando dritto per la propria strada, e i risultati di questo scempio sono sotto gli occhi di tutti. I lastroni hanno cambiato nettamente tonalità».
Sulla stessa lunghezza d'onda Alberto Esse, artista, del gruppo di lavoro "Urban design", che invita a «individuare precise responsabilità tecniche»: «Chi ha sbagliato deve pagare - tuona - siamo riusciti a salvare una parte di piazza (sul lato che guarda a Nord, in effetti, ci sono stati meno interventi, ndr.) , muovendo la società, ma non il resto. Perché? La referente della Soprintendenza Patrizia Baravelli aveva garantito che non ci sarebbero state più differenze dopo sei o sette mesi: ne sono passati nove, e non si è visto nessuno a controllare lo stato effettivo del "restauro"».
Parla di una «drammatica mancanza di cultura» in chi ha voluto l'intervento, poi, l'avvocato Salvatore Dattilo, che, questa mattina presenterà in Procura l'opposizione all'archiviazione dell'esposto per danneggiamento messa sul tavolo del gip interessato. «La piazza non era in condizioni disastrose, ci si poteva muovere in altro modo», dice. E segnala, con malinconia, l'ormai illeggibilità, su un lastrone «storico», della data «dieci giugno 1859», quando vennero cacciati dalla città gli austriaci e le insegne imperiali furono calpestate proprio su quella stessa pietra.
Lo storico Stefano Pronti, nonostante il violento viraggio cromatico del granito, è fiducioso per una possibile «rettifica» della colorazione, viste le sofisticazioni e le possibilità tecniche della moderna arte del restauro. Scienza moderna, però, che in questo caso non ha offerto il meglio di sé:
«Si è voluto rimediare a una lieve differenza di colore con sostanze chimiche - sospira Francesco Perotti, marmista piacentino -, peggiorando il risultato. Magari solo la natura, senza "aiuti", avrebbe agito meglio». Dando la possibilità, al tempo, di essere più «galantuomo».
Alessandro Rovellini LIBERTA' del 30/01/2010
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