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Piacenza e la "squadra" per il salto di qualità.

di Daniele Fornari

Anno nuovo e... vita vecchia per i piacentini ?
Questo interrogativo, volutamente provocatorio, nasce dalla necessità di riflettere su ciò che ha impedito nell'ultimo decennio un "salto di qualità", un salto in avanti, alla comunità piacentina.

Da anni si fanno piani e progetti di sviluppo ambiziosi discutendo di nuove infrastrutture, di miglioramento della viabilità, di riscoperta del fiume Po, di sviluppo di aree industriali, di rilancio delle attività culturali, di lotta all'inquinamento, di rivitalizzazione del Centro storico, di consolidamento del polo universitario, di valorizzazione turistica del territorio, di rinnovamento dell'edilizia scolastica, di rafforzamento dei servizi per i giovani e gli anziani.

Il risultato di questo ampio dibattito è che da anni il "volto" di Piacenza è praticamente lo stesso, tanto che è molto difficile per i piacentini e soprattutto per chi frequenta poco la nostra provincia, individuarne i grandi cambiamenti (se si esclude le numerose rotonde piazzate nei diversi incroci urbani!).

Nella realtà locale c'è sempre stata una grande capacità di progettazione strategica che, tuttavia, non è stata accompagnata da una pari capacità di implementazione operativa.

Quali sono le cause di questa asimmetria tra dimensione strategica e dimensione operativa dei progetti sullo sviluppo socio-economico locale?
Le cause sono diverse, ma quella principale è la difficoltà di fare squadra tra tutti i "giocatori" della società piacentina.
Fare squadra significa condividere la visione degli scenari, i punti di forza e di debolezza, le priorità degli interventi, le fonti di finanziamento dei progetti, i modelli organizzativi, il riconoscimento delle competenze.
Fare squadra significa identificare i meccanismi di coordinamento, definire i ruoli, individuare le responsabilità, riconoscere le posizioni di leadership.
Ma, soprattutto, fare squadra significa sviluppare dei meccanismi di relazione e di integrazione tra le diverse componenti tali da migliorare il livello di conoscenza, di fiducia e di affidabilità tra le parti coinvolte, superando i confini dei differenti "orticelli" e la prassi dei veti incrociati.

Negli ultimi tempi si è parlato molto della criticità di una politica di marketing territoriale, finalizzata a promuovere all'esterno il territorio locale.
In realtà a Piacenza c'è un maggior bisogno di realizzare un'attività di "marketing interno" ( nella letteratura accademica si definisce "marketing relazionale") finalizzata a creare un sistema maggiormente coeso.

Che senso ha vendere il "prodotto Piacenza" se poi questo prodotto non esiste o chi lo deve produrre non riesce a farlo?
Da un recente e interessante studio sulla mappa dell'industria locale, promosso dall'Associazione degli industriali e realizzato dagli economisti dell'Università Cattolica, è emersa una valutazione negativa delle imprese nei confronti dei processi di "governance" locali, evidenziando una preoccupante situazione di scollamento tra operatori economici e amministrazioni pubbliche.

Fino a che punto ciò è il risultato di una reale scarsa efficacia degli interventi di politica locale o piuttosto di una percezione sbagliata e pregiudizievole su ciò che è stato fatto?
Il problema non è stabilire di chi è la colpa, ma come superare questo distacco tra realtà istituzionale e realtà produttiva.
È una questione di sensibilità diverse?
È una questione di qualità dei rapporti?
È una questione di partecipazione?
È una questione ideologica?
O molto più semplicemente (come altre esperienze hanno ampiamente dimostrato), in quale misura all'origine di questo distacco c'è una scarsa conoscenza dell'altra parte?

Per affrontare la crescente complessità socio-economica e gli scenari futuri è sempre più necessario puntare sulla cooperazione e le alleanze: tra le imprese, tra le istituzioni, tra le imprese e le istituzioni, tra le associazioni.
Alla base della cooperazione vi è la conoscenza reciproca, ma soprattutto la condivisione delle problematiche dello sviluppo.
E allora perché non pensare di costruire la "squadra" organizzando alcuni "ritiri" per la classe dirigente e gli opinion leader della nostra provincia (sindaci, assessori, imprenditori, manager, sindacalisti, commercianti, consiglieri comunali, professionisti, giornalisti ecc...) con l'obiettivo, esclusivamente culturale e nel rispetto dei ruoli, di discutere, conoscere, approfondire i temi critici dello sviluppo locale e i vincoli che condizionano le azioni delle singole componenti della società.
Questi "ritiri" potrebbero essere organizzati dall'Università che, come istituzione neutrale e al di sopra delle parti, ne dovrebbe curare i contenuti sia generalisti sia tematici.
Il carattere dei ritiri (da svolgere in qualche agriturismo delle nostre vallate) dovrebbe essere informale e basato su una forte interattività in modo da favorire la reciproca conoscenza e il consolidamento di relazioni di fiducia tra i partecipanti.
L'esperienza svolta in altri contesti ha generato grandi risultati, contribuendo a un clima di "spogliatoio" molto positivo e costruttivo.
Ciò di cui Piacenza ha bisogno per costruire il suo futuro!

Daniele Fornari, docente di Marketing Università di Parma e Bocconi di Milano
(Libertà del 2 gennaio 2006)



pubblicazione: 02/01/2006

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