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mercoledì
29
gennaio
2020
San Valerio



Piacenza deve rialzare la testa per contrastare l'idea del declino

La faccia stralunata, i baffi e tanta voglia di correre via.
Si, sono io.
Davanti alla vetrina di un bar in via Cavour che si chiamava Jolanda: chissà se è ancora lì.
C'erano le carte, il bigliardo e una copia di Libertà da sfogliare, stropicciata sul frigo dei gelati.
Ricordo una pagina e un giorno senza scuola, più o meno quarant'anni fa.
Si parlava di Arbos, mietitrebbie, occupazioni, scioperi, multinazionali e identità perdute: una cronaca anonima e asciutta lasciava capire l'imminente chiusura, un disastro industriale che operai e sindacati denunciavano in piazza.
Ma io ero altrove, con la testa e col cuore, e il tempo lo perdevo nei sogni con gli amici in Cittadella, la stazione delle corriere, o al Daturi, il campo di atletica dove Igino Maj leggeva gli Ossi di seppia di Montale, lasciando credere a qualcuno di noi che sarebbe diventato un poeta.

Passavano i treni allora per i giovani, e c'era il desiderio di prenderli per una scelta di vita, con la rassicurante certezza che il viaggio sarebbe stato provvisorio, che la lontananza sarebbe diventata solo un alibi per rimpiangere l'isola felice dove eravamo venuti su, perchè anche se chiudevano le fabbriche e cambiavano uomini e stagioni, Piacenza sarebbe stata sempre lei, la nostra amatissima città, placidamente custodita dalla nebbia, orgogliosamente sicura di sè.

E successo tutto di colpo e troppo in fretta, ma ogni volta che torno mi sembra non essere mai partito anche se i legami si interrompono e certi volti scompaiono.
Aiuta sapere che Libertà è sempre lì, anche oggi, aperta sui tavoli dei bar e che Piacenza resta un buco nel cuore.
Stavolta però non ho treni da prendere, ma domande da fare.

Vedo la mia città indietreggiare, incespicare, diventare un cimitero infinito di chiusure e fallimenti.
Vedo scivolare verso il basso l'attenzione ambientale con sfregi al paesaggio e minacce al corso di fiumi e torrenti.
Vedo impoverirsi la montagna, svuotarsi la collina, crescere il caos urbanistico intorno alla pianura. Trovo spettrale il deserto delle vecchie caserme, prive di vita e di prospettiva.
E conto gli addii: troppi, esagerati.
Rdb, simbolo fallito di un'imprenditoria che sembrava destinata a lasciare il suo marchio nel mondo; il Piacenza calcio, travolto senza gloria da scandali e miserie societarie; la Cassa di risparmio, inghiottita dall' astuzia intraprendente di Parma e cancellata nella nomenclatura cittadina; Caorso, monumento al nucleare che non c'è.
E poi la Provincia, resa periferica dai bilanci e dai numeri, calamitata in Emilia quando avrebbe bisogno della Lombardia.


Piacenza è in caduta?
Lo scrivo con pudore, immaginando l'orgoglio ferito dei capitani coraggiosi che vanno controvento nel mare della crisi, resistono, producono, investono sul territorio e chiedono iniezioni di fiducia e non un carico da undici a favore del disfattismo.
Ma è giusto domandarsi se la solida base sulla quale la città ha vissuto per anni, talvolta in splendido isolamento, stia subendo un'erosione.
Errori, azioni disinvolte, mancanza di regia si sommano a una crisi devastante.
Non bastano i talenti e i cervelli che Piacenza continua ad esportare.
Non basta lo sforzo di un sindaco o di un assessore.
Bisogna fare squadra.
Bisogna contrastare l'idea del declino, la rassegnata accettazione di scivolare verso il basso e non essere più arbitri del proprio destino.

Può darsi che Piacenza sotto la crosta dell'apparenza sia molto meglio dell'immagine che offre di sé: quel che si vede da fuori a volte non corrisponde alla realtà.
Ma se il compito di un giornale è mettere in guardia contro l'indifferenza, affido a Libertà e al suo ininterrotto dialogo con i lettori questo messaggio in bottiglia, per ridare senso e identità a una piccola patria, con tante ferite ma anche tante risorse da coltivare e valorizzare: Piacenza deve rialzare la testa.

Se ripenso all'Arbos, a quel gioiello di sapienza meccanica divorata dai predoni internazionali del capitalismo tossico, rivedo una città mobilitata contro quella che appariva come una grande spoliazione.

Allora, anche se qualcosa a Piacenza traballava, l'impianto generale teneva: istituzioni, territorio, identità e senso di appartenenza formavano tanti anticorpi che uniti alla sapienza imprenditoriale, alla voglia di fare, all'entusiasmo di molti giovani emergenti trasformavano le crisi in opportunità.

Non so se c'è ancora quello spirito; certamente c'è il giornale in grado di evocarlo.
Ritorna sempre tutto attorno a Libertà.
Anche i versi di Montale che Igino Maj ci leggeva ad alta voce, al posto della lezione di ginnastica. "…Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, /sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. /Codesto solo oggi possiamo dirti, /ciò che non siamo, ciò che non vogliamo".
Auguri, Libertà. Buona fortuna, Piacenza.

Giangiacomo Schiavi, Vicedirettore del "Corriere della Sera"

da LIBERTA' del 28/01/2013



LA RISPOSTA DEL PRESIDENTE INDUSTRIALI DI PIACENZA


Egregio Dottor Schiavi,
ho letto su Libertà la sua analisi sullo stato di salute di Piacenza, indebolito anche da due fatti particolarmente pesanti come la crisi RDB e la fine del Piacenza calcio.
Inutile dirle che le sue parole hanno "scosso un po' gli animi" e qualcuno le ha trovate eccessive.
Per quanto mi riguarda, mi hanno stimolato poiché, come spesso accade, sguardi liberi da deformazioni sentimentali possono essere importanti.
Ora, che rischiamo di essere annessi di nuovo al Ducato senza però avere più il nome in ditta (non più Parma e Piacenza ma solo Parma, oppure la maxi provincia Emiliana) abbiamo il dovere più che mai di tirare fuori il meglio di noi, mettendolo anche un po' di più in mostra come mai abbiamo fatto nel passato.
Le due situazioni che lei ha preso ad esempio non fanno certamente bene al nostro territorio ma purtroppo le aziende nascono e muoiono ed anche quelle che hanno storie centenarie alle spalle non possono considerarsi al sicuro.
La situazione della più grande industria italiana mi pare al riguardo emblematica.
Si aggiunga nel caso di RDB che quello è il settore che sta risentendo in maniera drammatica della crisi ed il grave è che non si intravede una via di uscita. Anzi temo che potremmo avere altre situazioni difficili e non solo a Piacenza.
Grazie però ad una meccanica che negli anni ha affrontato sfide importanti ed ha saputo internazionalizzarsi in maniera decisa, insieme al settore agroalimentare, e ad altre singole realtà aziendali assai vivaci appartenenti ad di altri settori la nostra provincia esprime alcuni indicatori economici interessanti.
Complessivamente a Piacenza ci stiamo difendendo meglio di altri con una disoccupazione al 4,8%. Inoltre nel primo semestre di quest'anno, rispetto a quello 2011 l'occupazione è cresciuta di oltre l'1%
e per occupazione intendiamo il confronto tra le ore lavorate nei due periodi, considerando anche l'incidenza delle varie forme di Cassa Integrazione.
L'1% è un piccolo numero, ma che dimostra che le aziende piacentine sane hanno saputo dimostrare una vitalità e una intraprendenza tali da compensare fatti gravi come quelli da lei citati.
Piacenza e il suo settore manifatturiero, sono state per questo citate dalla stampa nazionale come esempio virtuoso.
Insomma nonostante la defaillance di nomi storici ci sono realtà di tutto rispetto e molto interessanti che mi piacerebbe farle conoscere e che hanno consentito al territorio di reggere l'urto di una crisi senza precedenti.
E' evidente che ci sono ampi margini di miglioramento e che quelli che lei ha citato sono eventi da non trascurare.
Negli anni abbiamo perso diverse occasioni e qualche centro decisionale importante ed il rischio di essere relegati ai margini è sempre dietro l'angolo.
Anche per questo il mio impegno di presidente è quello di fare in modo che Piacenza sia agganciata in maniera molto più decisa a Milano, dalla quale dista solo 60 Km con un collegamento ferroviario uguale a quello che si trova in altre città europee, con corse veloci (30 minuti PC-MI) frequenti e cadenzate. E' un progetto che richiede molta determinazione ed unità d'intenti.
Fare il pendolare potrebbe così non essere più proibitivo e questo consentirebbe di far diventare Piacenza attrattiva per tanti.
Mi conforta il fatto che tanti colleghi imprenditori mostrano ancora tanta determinazione.
Se anche la politica avrà lo scatto d'orgoglio che tutti stiamo aspettando potremo farcela.

Emilio Bolzoni
Presidente Confindustria Piacenza
da LIBERTA' del 18 febbraio 2013





pubblicazione: 28/01/2013
aggiornamento: 24/02/2013

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