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PIACENZA : UN AEREO C130 PRECIPITA AL SUOLO E SFIORA LE CASE:

Morti i 3 membri dell'equipaggio. Il pilota riesce ad evitare una strage

Un urlo di motori imballati, un aereo che sfreccia a bassissima quota, sfiora le case tentando un'ultima virata disperata.
Poi il boato e lo schianto in un campo alle porte della città, a Ca' degli Ossi.

Si è disintegrato così, ieri alle 20 e 20, un quadrimotore Hercules C130 da trasporto algerino in volo da Algeri a Francoforte.
A bordo tre persone: pilota, co-pilota e un terzo membro dell'equipaggio. Tutti morti.

Ma il bilancio poteva essere infinitamente più tragico: per Piacenza poteva essere un altro Pendolino, con la morte che stavolta però arrivava dal cielo.
Quel C130 in avaria poteva finire sui palazzi della Besurica, che sono lì, a due passi dal luogo del disastro.
E oggi chissà quanti morti ci troveremmo a contare.



Il terrore sopra la testa : prima lo schianto, poi il boato

di PIER CARLO MARCOCCIA
Ore 20.20, o giù di lì, di una tranquilla domenica d'agosto: un rumore assordante a poche decine di metri sopra la testa.
Capisco subito che è un grosso aereo con un motore in difficoltà.
Un motore, forse addirittura due.
Si percepisce distintamente il rumore delle eliche che girano male, a vuoto.
Sembra la scena di un film, ma la paura che provo è vera.
Solo uno, due secondi e arriva lo schianto, seguito da un boato.
Proprio come in un film, ma stavolta è purtroppo realtà.
È una tragedia autentica.
Poco lontano, tra i tetti delle case, si alza una colonna di fumo nero.
Getto in terra gli attrezzi da giardino che stavo usando in questa tranquilla domenica, prendo la macchina fotografica e corro fuori.
Intanto, nelle case è mancata l'energia elettrica, a ulteriore conferma che qualcosa di grave è davvero accaduto.
Anche nelle abitazioni vicine c'è agitazione, tutti sono affacciati alle finestre o sono scesi in strada.
Mia moglie prende il telefono e chiama sua sorella, che abita proprio dove si vede la colonna di fumo nero.
Tre, quattro squilli interminabili, poi finalmente risponde: anche lei vede la colonna di fumo, ancora più vicina.
In auto corro verso la nuvola nera che si sta alzando in cielo.
Lungo la strada decine di persone, centinaia.
In un paio di minuti arrivo: fortunatamente il fumo si alza da un campo.
Il primo campo appena oltre le case.
Sparsi in un'area di circa un chilometro quadrato, forse più, ci sono pezzi di metallo fumanti.
A pochi metri dall'ultima cascina che segna il confine di Piacenza città c'è un grosso pezzo della carlinga.
E' grigio e non si capisce se quel grigio è il colore del fumo oppure quello della compagnia aerea. Inizialmente penso a un grosso velivolo da turismo, ma ammassi di grosse reti che servono per tenere bloccato il carico nella fusoliera fanno invece capire che si tratta di un aereo più grosso, forse da trasporto.
Una cinghia reca la scritta "property of Singapore airlines".
Qua e là un pezzo giallo, un altro grigio, ammortizzatori idraulici, cavi elettrici, centraline elettroniche, giunti, snodi.
Ma anche corpi umani.
Straziati come spesso impietosamente accade quando un aereo precipita.
Intanto al rumore terrificante dell'aereo in picchiata si è sostituito quello delle sirene dei mezzi dell'emergenza.
I primi soccorritori spengono le fiamme e coprono ciò che resta di quei corpi.
Fortunatamente non molti, inizialmente si pensa a tre, quattro, forse cinque vittime (a tarda serata, si parlava di tre), e questa è una conferma indiretta che non si tratta di un volo di linea affollato di turisti, come quelli che, nella notte che sta scendendo, continuano a passare lampeggianti nel cielo, mentre all'orizzonte altri lampi annunciano il temporale in arrivo.
Lungo il nuovo tratto di tangenziale gli automobilisti sono fermi, come impietriti, mentre un fiume di persone, in auto, in moto, in bicicletta, a piedi, sta arrivando.
Bambini, anziani, tutti richiamati da quel rumore impressionante.
Chi non sa ancora che l'aereo è caduto in un campo ha il terrore sul volto: troppo vicino il boato per non pensare a una strage, a un palazzo sventrato.
In pochi minuti è il caos, anche i mezzi di soccorso devono fare lo slalom tra i curiosi che bloccano le strade e che circondano la zona della tragedia.
Mentre la gente corre, ci si interroga l'uno con l'altro per cercare di sapere qualcosa di più.
In cielo c'è ancora luce, e tutti vogliono vedere che cosa è successo.
Non per semplice curiosità ma anche per capire: un'ora dopo, con il buio sarebbe stata un'attesa ancora più angosciante.
E subito, osservando quei pezzi di aereo fumanti, si capisce non solo che cosa è successo, ma anche che cosa è stato evitato: non a caso il pilota è riuscito a portare l'aereo in difficoltà lontano dalle case, quel tanto che è bastato a evitare una strage.
Nella concitazione del momento, la gente prova a confrontare le testimonianze.
E pare che l'Hercules con i motori rantolanti sia prima passato sopra la Besurica per poi virare nel cielo sopra via Veneto verso la Galleana e quindi ancora verso la Besurica.
Accortosi di stare scendendo verso una città, il pilota ha compiuto un disperato tentativo alla ricerca di una zona non abitata e magari di un terreno dove tentare un atterraggio di emergenza.
Ma in quel campo di fagiolini appena raccolti il pilota e il suo equipaggio non ce l'hanno fatta a sopravvivere.
Hanno invece salvato la vita a chissà quante di quelle persone che, in questa tranquilla domenica d'agosto hanno sentito così vicino sopra le loro teste il boato della morte.
Noi, "miracolati" della Besurica, di via Cella, via Veneto, della Galleana, di Vallera, non dimenticheranno questa tranquilla domenica d'agosto e soprattutto quel pilota.
(Libertà del 14 agosto 2006)



E' una massa enorme che si muove: il traffico impazzito, un'interminabile colonna di auto, le biciclette, le persone a piedi in fila.
Sono le 8 e 40 e una fiumana avanza in direzione dell'aereo caduto.
E ancora nessuno sa con certezza, si ipotizza, solo il boato e il fumo, l'odore acre che pervade tutto rappresentano una certezza.
Scene da film, migliaia di persone in movimento che si sono date appuntamento qui e provengono dalla città, dalla Farnesiana, Infrangibile e Besurica, ma anche da Gossolengo, da San Nicolò e altri paesi limitrofi.
Le forze dell'ordine hanno un gran daffare a tenere tutti lontani.
Tutti vogliono esserci, per verificare, per capire e raccontare.
I telefonini squillano all'impazzata.
Solo la pioggia alla fine disperde, in parte, la folla.
Che già sa dell'aereo caduto.
La casa che trema, qualcuno pensa a un terremoto, e il rumore sordo di un motore, l'areo a bassa quota, troppo a bassa quota e la scia di fumo e poi quel rumore forte, quasi un boato, la luce che sparisce dalle case.
E giù in strada a seguire quel fumo per ritrovarsi alla Besurica a sincerarsi di persona dell'accaduto. Ognuno dà una propria versione, sul tipo di aereo, sul numero di morti: tutti concordi nel sostenere che si è trattato di una tragedia sfiorata.
Qui vicino, a un centinaio di metri, dal disastro, c'è la cascina Cà degli Ossi.
I pezzi dell'aereo algerino sono arrivati fin qui.
Non c'è nessuno stasera, «sono in vacanza» racconta la sorella.
«E pensare - continua - che la sera erano soliti portare il cagnolino a fare una passeggiata».
«Sono stato il primo ad arrivare - racconta Giuseppe Pozzoli, di Sant'Antonio -. Abito nei pressi di Villa Serena e ho sentito un rumore fortissimo: un botto incredibile. E intanto è andata via la luce, anche per dieci minuti. Il cuore batteva a cento, all'inizio non si capiva, poi abbiamo visto l'aereo che si abbassava e che cadeva giù lasciando dietro di sè una scia di fumo. Sono subito corso qui e sono arrivati polizia, vigili, carabinieri e vigili del fuoco, la guardia di finanza, le ambulanze e tutta l'area è stata transennata».
«Abito in via Einaudi - spiega Davide Bossi - e in casa intorno alle 20 e 30 è saltata la luce, eravamo a tavola e si è addirittura ribaltata una bottiglia d'acqua. Ci siamo subito chiesti cosa potesse essere stato. Poi c'è stato un grande frastuono e abbiamo visto l'aereo che cadeva. Io mi sono subito precipitato qui perchè nella cascina di Casa degli ossi c'è il mio magazzino, ma fortunatamente non abbiamo subito alcun danno».
«Abbiamo sentito un grande boato - è ancora il commento di Walter Tonini, che abita in via Boselli - e subito dopo un gran dispiegamento di forze, sirene che arrivavano da tutte le parti».
Ha sentito un aereo passare basso, troppo basso Bruno Molinari che abita in via Cerlesi, alla Besurica. Quasi sopra la testa.
«Le tapparelle si sono staccate e alcuni vetri sono andati in frantumi. Ci hanno detto di lasciare tutto com'era. E ho sentito di alcuni vicini ai quali è caduto il lampadario».
Ma Molinari racconta ancora «che l'aereo sembrava troppo vicino alle case, in lontananza sembrava sfiorarle. E poi i cani hanno cominciato ad abbaiare e non smettevano più».
C'è chi a quel rumore sordo di arei a bassa quota aveva ricordato l'ultima guerra.
(Carla Parmigiani, Libertà del 14 agosto 2006)




UNA TESTIMONIANZA.

" Ero sul balcone a fumare una sigaretta, quando ho visto arrivare l'aereo.
Si sentiva il motore che perdeva potenza, me lo sono visto in faccia.
Ha evitato le abitazioni davanti a noi per un soffio.
Era in picchiata, volava giu' ad una velocità incredibile.
Si, ho pensato alle mie figlie : non le abbraccerò mai piu', mi son detta.
Questione di secondi : mi è passato sopra e si è schiantato a cento metri da me.
Se era infuocato ? No, sono sicura".
(da La Cronaca di Piacenza del 15 agosto 2006)





Le ipotesi su quanto può essere accaduto domenica sera.
«NON UN SOLO PROBLEMA, MA PIU' CAUSE.»
Matteo Silva, pilota piacentino di Hercules: aereo affidabile e sicuro.


È atterrato con appena due motori, è riuscito a venir fuori senza problemi da tempeste e conosce ogni particolare degli aerei come quello precipitato domenica sera alla Besurica.
Matteo Silva, 32 anni, di Lusurasco di Alseno, è pilota dell'Aeronautica militare alla 46ª Brigata aerea di Pisa.
Capitano, dal 2000 pilota proprio un Hercules C130 ed è comandante di equipaggio.
La scorsa estate, per le sue missioni nelle zone calde di Afghanistan, Iraq, Kossovo e Sudan, aveva anche ricevuto la prestigiosa Air medal dell'Air force degli Stati Uniti.

Che differenze ci sono tra gli Hercules dell'Aeronautica italiana e quello privato precipitato alla Besurica?
«L'Aeronautica ha solo C130 di nuova concezione, i C130J. Si tratta di un modello molto migliorato, con nuovi motori, nuova avionica, nuove strumentazioni, ma strutturalmente è lo stesso».

Sono comunque tutti aerei sicuri?
«L'Hercules è in genere un aereo molto affidabile, anche perché ne sono stati costruiti e venduti tanti. I problemi sono sempre stati per errori umani o perché sono stati superati i limiti fisici dello stesso aereo. Limiti che, peraltro, sono molto ampi rispetto alla media generale dei velivoli».

Con un C130, insomma, si possono fare cose che non sono possibili con altri aerei?
«E come paragonare un'auto normale a una 4x4. E l'Hercules è la 4x4».

Ci faccia qualche esempio.
«Può atterrare anche su piste semipreparate e può volare praticamente a tutte le latitudini e in tutte le condizioni».

Nel caso di un'avaria ai motori, come potrebbe essere accaduto all'aereo dell'Air Algerie caduto domenica sera, quanti motori devono funzionare per permettere all'aereo di restare in aria?
«Bastano due su quattro, anche dalla stessa parte dell'ala».

Anche a pieno carico?
«Sì, anche a pieno carico».

E per provare ad atterrare?
«L'atterraggio è sicuramente più difficile ma, se necessario, basta alleggerire l'aereo, scaricando carburante o anche gettando parte del carico. Il problema con soli due motori è soprattutto nel caso si debba eventualmente "riattaccare", cioè riprendere quota».

Esiste un limite sotto il quale non si può più fare nulla per riprendere quota con un Hercules in difficoltà?
«Quando si hanno solo due motori e si scende sotto i 150 metri da terra: a quel punto è ormai inevitabile tentare di atterrare».

E se il motore funzionante è uno solo?
«È molto difficile, se non impossibile, cavarsela.
Ma è anche difficile che a guastarsi siano tre motori su quattro: i guasti possono capitare a due o magari addirittura a quattro.
Noi ci addestriamo ad avere avarie fino a due motori, anche sulla stessa ala».

Ma può capitare che a fermarsi siano davvero tutti e quattro i motori?
«E' teoricamente possibile, soprattutto per problemi al combustile o a causa di un temporale particolarmente forte».

Si spieghi meglio...
«Con rovesci particolarmente forti il motore si potrebbe bloccare per ingestione di acqua nella presa d'aria, ma da quando sono io in Aeronautica non è mai successo».

Che cosa potrebbe quindi essere accaduto allo sfortunato Hercules algerino?
«Lo diranno gli esperti sulla base dei dati raccolti. L'aereo, visto il maltempo dell'altra sera potrebbe forse essere stato colpito da un fulmine.
E' un fatto che ogni tanto capita.
Bisogna vedere dove colpisce: può entrare da una parte e uscire da un'altra, magari passando dalla deriva a un'ala senza gravi conseguenze; può colpire anche un'apparecchiatura, ma è comunque difficile che, da solo, faccia cadere un aeroplano».

E quindi?
«Gli incidenti aerei non dipendono quasi mai da un solo problema, ma sono sempre causati da una serie concatenata di eventi. Più facile, quindi che un temporale, una forte turbolenza e un'avaria che si è sfortunatamente aggiunta proprio in quel momento abbiano contribuito a far cadere l'Hercules algerino»

E eventuali problemi al carburante?
«Non penso. Se il carburante fosse stato inquinato e avesse comportato problemi ai motori, questi si sarebbero fermati dopo il decollo da Algeri e molto prima del passaggio sopra Piacenza».

Nel pomeriggio, a distanza dal luogo dell'impatto, è stato trovato un pezzo del timone di coda dell'aereo, perso prima della caduta. Tre le ipotesi che si fanno per il distacco: potrebbe essere stato colpito da un fulmine, aver ceduto per un problema strutturale oppure per una virata improvvisa.
«Difficile pensare a un distacco per una virata improvvisa.
Come tutti gli aerei, il C130 ha sì dei limiti di manovra, ma non si spezza.
Virate oltre i 60 gradi non si fanno perché si rischia uno stallo dei piani di coda ma, ripeto, l'aereo non si spezza.
Anche un cedimento strutturale puro e semplice appare improbabile, mentre più possibile potrebbe essere l'ipotesi di un fulmine.
Solo l'indagine avviata potrà dire che cosa realmente è accaduto.
Continuo però a pensare che si sia trattato di una serie di concause».

Solo sfortuna?
«Non è detto, ma per ora non si può essere certi di nulla, così come non si può escludere nulla.
Qualche tempo fa, ad esempio, un aereo ha avuto problemi per la rottura di un motore.
Quel motore è andato in vibrazione e le vibrazioni hanno fatto staccare l'elica che, volando via, ha colpito un altro motore spezzando l'altra elica».

Domenica sera può avere influito anche l'eventuale peso dell'aereo?
«Difficile saperlo.
Ma risulta che il pilota abbia scaricato carburante poco prima di precipitare, e se ha fatto questo è perché aveva l'intenzione di scendere e provare ad atterrare oppure di alleggerire il velivolo.
Risulta poi che abbia parlato di un calo di potenza dei motori e anche per questo mi viene da pensare che ad avere avuto problemi sia stato più di un motore».

Quanto pesa un C130?
«Quello che piloto io circa 88mila libbre vuoto (una libbra è circa 454 grammi, quindi poco meno di 40 tonnellate ndr), mentre il peso massimo al decollo non può superare 155mila libbre, compreso il combustibile, il cui massimo imbarcabile arriva a 60mila libbre.
Nel caso del C130 algerino il peso totale dovrebbe essere calcolato in base alla tratta Algeri-Francoforte e al carico a bordo.
Se quindi il carico era scarso, poteva anche avere molto carburante, da utilizzare per il viaggio sia di andata sia di ritorno, anche perché in Algeria il carburante dovrebbe costare molto meno che in Europa».

Si dice che il pilota abbia chiesto una deviazione di rotta.
«Si tratta di una cosa assolutamente normale.
In caso di forti temporali è bene spostarsi: sarebbe molto peggio non farlo».

E perché non ha tentato di atterrare a San Damiano?
«Non possiamo saperlo, ma non è detto che quell'aereo avesse le procedure strumentali per atterrare in quell'aeroporto».
Pier Carlo Marcoccia, Libertà del 15 agosto 2006


pubblicazione: 14/08/2006
aggiornamento: 29/10/2006

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