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PIACENTINITA'

I pareri di Augusto Rizzi e Paolo Rizzi

Perchè sono favorevole alla piacentinità
di Paolo Rizzi, Ricercatore - Università Cattolica

Studio Piacenza fin dal tempo delle superiori.
Il mio insegnante di lettere (a cui devo moltissimo a livello culturale ed umano) ci faceva fare ricerche anche sul territorio.
Poi a livello professionale ho analizzato l'economia e la società piacentina, le imprese industriali e la povertà sempre presente nella nostra città, il mercato del lavoro e il volontariato.
Ho girato abbastanza almeno in Europa, ma fin da piccolo quando tornavo a casa avevo un'emozione forte ed un senso di “casa” piacevolissimo.
Di qui il mio amore per Piacenza, che è diretto alla sua storia, alle sue belle chiese, alle sue meravigliose valli, ai nostri monti.
Ma anche attenzione alla politica, alle amministrazioni, alle scelte dell'oggi che toccano e incidono sulla Piacenza del futuro che sarà delle mie due piccole bimbe.
Ecco perché credo nella piacentinità, che per me significa valorizzazione delle risorse locali, conoscenza del territorio e sviluppo a partire dalle eccellenze esistenti, in termini di uomini, imprese, organizzazioni, innovazioni.
Non a caso in questi ultimi anni gli studiosi parlano di modelli di sviluppo endogeno.
Proprio a testimoniare che lo sviluppo è un fenomeno localizzato, fondato sulle radici culturali, la rilevanza nei processi di crescita delle strategie “locali” e delle politiche economiche e sociali fondate sulla cultura e sulle conoscenze tacite diffuse in un territorio; sul futuro di Piacenza non possono decidere a Roma e neppure a Bologna, altrimenti si verificano situazioni contradditorie come i casi di Porta Borghetto o del Muro del Carcere hanno eloquentemente dimostrato.
O come in passato la scelta regionale di localizzare l'interporto a Parma, sconfessata poi dal mercato, che ha ridato centralità al polo logistico e trasportistico piacentino.
Ma indendiamoci: la piacentinità non ha nulla a che vedere con la chiusura, con l'autarchia, con l'esclusione dei non piacentini.
Anzi piacentinità per me vuole proprio dire crescere e far crescere Piacenza insieme a chi non è di qui ma passa di qui (turisti), lavora qui (imprenditori e manodopera), fa affari qui (capitale e finanza).
Oggi sappiamo che i sistemi locali che crescono di più devono essere aperti, capaci di integrarsi nel mondo dell'economia globale e della cultura che per definizione deve collegare pensieri e persone lontani. Allora piacentinità significa promuovere i nostri prodotti, dall'alimentare alle invenzioni tecnologiche delle nostre imprese meccatroniche; far conoscere le nostre eccellenze nell'arte (antica e contemporanea) e nella cultura; attrarre visitatori.
Perché Vigoleno o Castell'Arquato, le alte valli o il Farnese sono troppo belli da tenerceli solo per noi.
Lo stesso vale per l'economia.
Se arrivano capitali e imprenditori capaci di valorizzare le nostre specificità, siano i benvenuti.
Faccio solo un paio di esempi: la cantina “La Tosa” e la società per sport acquatici di Marsaglia, entrambe realtà promosse da non piacentini che lavorano per sfruttare -in senso buono- le nostre migliori caratteristiche. Per la “piacentinità” appunto.




Perché sono contrario alla piacentinità
di Augusto Rizzi, imprenditore, presidente della RDB

Premetto di essere un piacentino atipico avendo vissuto prevalentemente a Milano, in particolare negli anni in cui era una delle capitali europee della cultura.
Le mie valutazioni su Piacenza ed i piacentini sono quindi certamente viziate dalla prevalenza di visione critica e, probabilmente, dall'insufficiente conoscenza di una realtà nella quale sono tornato ad abitare solo 20 anni fa.
Nell'ipotesi io possa essere considerato un uomo di successo andrei ad aggiungermi al non breve elenco di piacentini che per realizzarsi pienamente o si sono formati fuori da questa città o hanno dovuto emigrare.
Piacenza abbonda di chiese, più o meno sconsacrate, conventi, caserme ed edifici militari più o meno utilizzati, nonché di palazzi nobiliari, più o meno ristrutturati.
Se ne deduce che le classi dominanti nei secoli scorsi, sono state quelle degli ecclesiastici, dei militari e dei nobili, questi ultimi costretti dai Farnese a lasciare i campi ed i castelli del contado e trasformati quindi da imprenditori agricoli in redditieri.
Tutte e tre queste classi sociali sono state orientate, per loro natura ed interesse, alla conservazione dello status quo ed alla chiusura verso il mondo esterno e le innovazioni.
Nei documenti del Patto per Piacenza è riportata una considerazione critica sulla “cultura” piacentina, intesa come media dei comportamenti e degli atteggiamenti mentali, cultura ancora attuale ma per l'appunto derivante da quella creatasi nei secoli scorsi.
Il difetto maggiore di molti piacentini non sta tanto nella scarsa propensione all'operare in termini innovativi, quanto nella tendenza a criticare ed a sabotare, più o meno apertamente, quei pochi che mostrino capacità di iniziative fuori dagli schemi.
Questo atteggiamento trova spiegazione anche nella prevalenza storica delle attività agricole sulle altre; quindi orizzonti temporali (le stagioni) e geografici (il podere) limitati che inducevano alla scarsa propensione per visioni strategiche di medio lungo termine.
Se questo è l'humus collettivo, va detto che le elites o i cosiddetti poteri forti, se esistono a Piacenza, poco o nulla hanno fatto e fanno, con poche eccezioni, per orientare la città al cambiamento.
Troppo spesso si è parlato di “piacentinità” non tanto come giusta valorizzazione delle specificità positive, quanto come chiusura verso l'esterno, il diverso e il nuovo.
Fortunatamente sembra tramontata l'idea peregrina della provincia autonoma.
Mi auguro che un pronto rilancio del Patto per Piacenza induca ad affrontare il tema della “cultura” piacentina con l'obiettivo di orientarla all'apertura ed al nuovo, in una parola al cambiamento positivo, di cui possano godere almeno in futuro le nuove generazioni.


pubblicazione: 18/07/2003
aggiornamento: 25/08/2004

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Categoria
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