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Massimi storici a New York e livello più elevato degli ultimi 14 anni a Londra: per il prezzo del petrolio quella di ieri è stata una giornata da brivido. Nel corso della mattinata americana la quotazione del greggio è salita in modo costante, fino a superare abbondantemente quota 40 dollari il barile e toccando il nuovo record storico a 43,05 dollari. In chiusura di seduta, infine, il prezzo si è stabilizzato a 42,85 dollari, in progresso del 2,4% rispetto alla vigilia. Dall' inizio delle contrattazioni al Nymex (New York mercantile exchange), il principale mercato americano dei prodotti energetici, 21 anni fa, non si era mai registrato un prezzo così alto. A Londra, poche ore dopo, si ripeteva lo stesso copione: il brent (il petrolio del Mare del Nord) arrivava infatti a 39,68 dollari, qualche centesimo in più del precedente record (di 39,65 dollari) stabilito il 12 ottobre 1990, giorno dell' invasione del Kuwait da parte delle truppe irakene. Concordi gli analisti: l' impennata di ieri del petrolio è dovuta alla crisi della compagnia russa Yukos, che potrebbe bloccare l' estrazione nell' ambito della controversia fiscale con il governo di Mosca, facendo mancare al mercato almeno 1,6 barili di greggio al giorno. Ma, mentre c' è già chi ritiene ormai vicino il tetto dei 45 dollari il barile (un sondaggio fra gli osservatori internazionali ha dato questo risultato), il presidente dell' Unione Petrolifera Italiana, Pasquale De Vita, invita alla calma. I livelli attuali, dice, sono drogati. Su di essi pesano infatti «una concomitanza di fattori estranei ai fondamentali del mercato», cioè al corretto funzionamento della domanda e dell' offerta. C' è già da tempo, ricorda De Vita, una situazione di «nervosismo e instabilità emotiva» legata alle vicende geopolitiche (leggi situazione in Iraq), ma a questo si aggiunge ogni giorno il volano della speculazione, che fomenta la tensione tra gli operatori.
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