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Pdl, intesa sui candidati

di AUGUSTO MINZOLINI

L’operazione sembra presa pari pari da un manuale di strategia militare.

E Silvio Berlusconi sull’argomento non ammette sbavature.
Tiene duro.

«Con l’Udc, a parte in Sicilia dove con Lombardo c’è una situazione particolare - continua a ripetere con i suoi colonnelli -, non ci si allea a livello locale. Non dobbiamo assicurargli l’ossigeno per sopravvivere, cioè le poltrone. Chi tra gli uomini di Casini vuole governare con noi deve entrare nel Pdl. E visto che ciò sta avvenendo, l’ultimo esempio è il sindaco di Agrigento, dobbiamo essere fermi su questa posizione».

Tant’è che ieri a Montecitorio durante la riunione dei coordinatori regionali di tutti i partiti che sono entrati nel Pdl, Berlusconi ha anche contestato l’intesa siglata con l’Udc in Friuli.
«Io non sono d’accordo - se l’è presa con il coordinatore friulano di An, Roberto Menia -. Chi vi ha detto di farlo?». Questo non significa che l’alleanza in Friuli salti visto che la regione è a statuto speciale e potrebbe rientrare nella categoria delle "eccezioni", ma questo non cambia di una virgola la linea di Berlusconi, che vuole regolare i conti con Casini e i suoi.

Questa prima fase della campagna elettorale del Cavaliere, infatti, sembra programmata per togliere spazio ai centristi.
Si tratta di un’escalation continua.
La lettera che il leader del Pdl farà recapitare agli elettori per elencare tutti i suoi sforzi per favorire le famiglie è un’operazione che punta proprio a dare battaglia su un argomento che è la bandiera della politica Udc.
Lo stesso vale per un altro slogan lanciato in questi giorni dal Cavaliere:
«Un voto all’Udc - ha ripetuto ieri a Radio anch’io - è un voto che favorisce Veltroni, questa è una cosa ovvia».
Infine l’ultima arma messa in campo per svuotare i serbatoi elettorali di Casini è quella di negargli un possibile domani:
«Con l’Udc - spiega netto Berlusconi - non ci alleeremo neppure dopo le elezioni. Non ne abbiamo bisogno».

Ma perchè Berlusconi è così duro, per non dire spietato con gli ex-alleati?
La questione è squistamente politica: vuole dimostrare che il "centro" in Italia è rappresentato dal Pdl.
«Questo - non si stanca di ripetere ai suoi - è un obiettivo strategico.
Dobbiamo spazzare via tutto ciò che c’è tra noi e il Pd partendo dal presupposto che noi siamo il partito che rappresenta il Ppe in Italia. Occupare il centro per noi è fondamentale per dimostrare che creando il Pdl abbiamo trasportato An al centro e non siamo stati noi ad andare a destra».

Anche per questo il Cavaliere è stato rigido con Fini sulle candidature.
I due ieri si sono visti a quattr’occhi in due occasioni per sbloccare una trattativa che per 24 ore è stata ferma su due cifre: gli emissari del presidente di An volevano portare a casa 90 seggi alla Camera; quelli del Cavaliere non erano disposti a concederne più di 80.
Alla fine ci si è fermati ad 83, con Fiamma Nirenstein che è per metà considerata di Forza Italia e per metà di Alleanza nazionale (sono i paradossi della politica).
In ballo non c’erano solo i seggi, ma anche il peso di An nel nuovo partito.
Alla fine la quota della destra è meno del 25% perchè va conteggiata (annoverando Forza Italia, piccoli partiti e Lega) sui 340 parlamentari che il centro-destra otterrebbe se vincesse le elezioni.
In più sempre per esaltare l’attitudine centrista della coalizione in alcune regioni ci sarà un’altra lista Dc collegata con il Pdl, nella quale confluiranno gli ex-Dc che detengono lo sudocrociato (Giuseppe Pizza e amici), la corrente ex-Udc di Bonsignore e magari all’ultimo momento qualche altro ex-Dc, magari lo stesso Mastella.

Detto questo non tutti sono contenti di come stanno andando le cose.
C’è chi come Gianfranco Rotondi, ex-Dc confluito nel Pdl, vorrebbe che il Cavaliere facesse pesare di più gli eredi dello scudocrociato nelle scelte del nuovo partito.
Invece ieri nella riunione di Montecitorio Berlusconi si è occupato di loro solo per rivolgergli qualche battuta.
Ha salutato Carlo Giovanardi con una battuta:
«Quando eri nel partito di Casini non ti facevano parlare».
Un’altra l’ha dedicata a Rotondi che faticava a trovare posto nella sala:
«E’ strano che un ex-Dc non riesca a trovare una poltrona».
Un po’ poco.
Motivo per il quale lo stesso Rotondi ha storto il naso.
«Io - si è sfogato - dalla riunione non me ne sono andato solo per educazione. Qui manca la gamba democristiana. E non pongo un problema di seggi, ma di visibilità e di peso nelle decisioni. Se vogliamo stringere Casini gli ex-Dc che sono entrati nel Pdl debbono contare. In Italia il centro vince sulla sinistra, ma la sinistra vince sulla destra. Ecco perchè è fondamentale per Berlusconi dimostrare che siamo il centro e non la destra. Ne è consapevole anche Fini».

La questione probabilmente terrà banco nelle prossime settimane, ma intanto ieri il Cavaliere ha risolto per linee generali il problema delle candidature anche per i piccoli partiti (avranno 15 seggi alla Camera).
E si è occupato anche dei vari circoli.
Naturalmente ne ha limitato le pretese al grido «qui ci sono più candidati che elettori»
: la Brambilla si dovrà accontentare di tre seggi (ne aveva chiesti 30) e, a quanto pare non è rimasta contenta («Silvio mi aveva promesso di più»); Dell’Utri ne avrà qualcuno di più.
Chi, invece, rischia di restare a bocca asciutta è Giuliano Ferrara che l’altra sera è tornato alla carica chiedendo tre seggi ma solo al Senato per non presentare le sue liste.
Il Cavaliere, però, continua a sentirci poco da quest’orecchio.
Lui ormai pensa solo a calibrare la campagna elettorale.
Ha lanciato l’offensiva verso l’Udc è sta impostando la strategia verso il Pd:
«Io continuo nel mio fair play. Ma dall’altra parte c’è Veltroni che fa il buonista mentre D’Alema fa il cattivo. Se continua così mi dovrò adeguare...».
AUGUSTO MINZOLINI, La Stampa del 28 febbraio 2008


pubblicazione: 29/02/2008

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