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sabato
31
ottobre
2020
Sant' Alfonso Rodriguez



Parricidio senza sangue

di MARCELLO SORGI

Un terzo al governo, due terzi all’opposizione: ecco la nuova strategia di Berlusconi.

E chi s’aspettava ieri dal leader del centrodestra un’intemerata contro i «traditori» - come Alfano e i suoi sono chiamati da tempo, da falchi e lealisti della rinata Forza Italia -, ha dovuto assistere tutt’al più alla ramanzina di un genitore: amareggiato, sì, ma al fondo generoso, verso il figliolo ribelle che si spera possa tornar prodigo.

Pur prendendo atto che i rapporti tra governativi e lealisti si sono irrimediabilmente deteriorati, il Cavaliere ha raccomandato ai suoi di evitare polemiche con i «cugini» governativi, tenendo solo per sé la licenza di sfotterli, di dire che come ministri non valgano granché e hanno scelto un nome che non funziona per il loro partito.

Tuttavia, sul fatto che un domani i due tronconi dell’ex-Pdl potrebbero riunificarsi, in vista di elezioni, come alleati di una coalizione, non ci piove.
E quindi, per Berlusconi, va evitato un ulteriore peggioramento delle relazioni interne, e salvato invece il legame di fondo destinato a rimanere tra chi ha vissuto insieme la gran parte dell’avventura del ventennio.

Metà marketing e metà politica, com’è sempre nei disegni dell’ex premier, il piano di Berlusconi è questo.
Chi gli ha parlato nelle ore terribili che hanno accompagnato la scissione lo ha trovato a sorpresa determinato e sicuro di sé, come se appunto la spaccatura del suo partito e la conseguente rottura delle larghe intese le abbia decise con la consapevolezza che il governo non cadrà né ci saranno elezioni anticipate.
Per questo Berlusconi uscirà dalla maggioranza a cuor leggero, ma non subito (probabilmente in occasione del voto sulla legge di stabilità).

E andrà a fare l’opposizione, compito che considera più congeniale a una lunga campagna elettorale come quella che prepara, per il voto europeo che sta per arrivare e per quello politico che verrà nel 2015.
Inoltre, temendo colpi di coda imprevedibili delle procure da cui si sente perseguitato (oltre un terzo del discorso di rifondazione di Forza Italia lo ha dedicato alla magistratura politicizzata), anche senza dichiararlo apertamente, pensa che sia più difficile arrestarlo, dopo la decadenza da senatore, come capo dell’opposizione, che non nel ruolo di alleato del governo ricoperto fin qui.

Il primo test del Berlusconi di lotta e di governo saranno appunto le europee.
Da affrontarsi con un programma anti-euro, anti-Banca centrale europea e in definitiva anti-europeista, di cui l’intervento di ieri ha fornito il primo assaggio.
In questo, il Cavaliere, che ha già fiutato l’aria e studia da tempo l’avversario più temuto, intende far la concorrenza a Grillo, e se possibile riprendersi una parte dei voti di centrodestra trasmigrati al Movimento 5 stelle.

Il tema della giustizia, che da sempre costituisce un cavallo di battaglia del Cavaliere, diventerà un tormentone quotidiano dopo la decadenza.
Mentre resta in sospeso quello della discesa in campo della figlia Marina, prevista in caso di impedimento generato dall’esecuzione della pena, seppure sotto forma di affidamento ai servizi sociali. Ma non è detto.
Proprio perché l’appuntamento elettorale più importante, con le elezioni politiche, slitterà al 2015, Berlusconi ritiene di arrivarci avendo saldato il conto più urgente con la giustizia e potendo riacquistare la sua piena o quasi completa, ancorché provvisoria, agibilità da leader.


Se questa è a grandi linee l’agenda del Cavaliere, l’aspetto più sorprendente della giornata è stata la singolare coincidenza del progetto berlusconiano con quello che poche ore dopo ha illustrato Alfano a nome dei governativi.

Intanto, la scissione che s’è compiuta nel Pdl venerdì sera si ricomporrà, seppure temporaneamente, in occasione del voto sulla decadenza, annunciato per il 27 novembre, in cui anche il «Nuovo centrodestra» si opporrà alla cacciata del Cavaliere dal Senato, schierandosi con i separati in casa di Forza Italia.

E fin d’ora, pur sapendo di non poter essere accontentato, Alfano ha invitato il Pd a valutare attentamente l’ipotesi di un nuovo rinvio. Al governo, ha spiegato il vice-premier, il gruppo degli scissionisti intende restare per marcare la propria presenza in senso anti-estremista e anti-sinistra.

E riproponendo tutti i punti programmatici finora appartenuti al Pdl, dal taglio delle tasse, alla riforma istituzionale in senso semipresidenzialista, a quella della giustizia, fin qui accantonata proprio perché ritenuta «divisiva», e per la quale gli alleati del Pd non faranno certamente gridolini di gioia.
Infine, a Berlusconi che confessava di aver provato dolore nel veder allontanare Angelino, perchè lo considerava come un figlio, Alfano ha replicato che i figli a volte litigano con i padri, ma questo non deteriora certo il rapporto, né mette in discussione l’affetto familiare.



In conclusione, per essere due avversari che dovevano dichiararsi guerra a distanza, nel primo giorno dopo la scissione, Berlusconi e Alfano sono sembrati vicendevolmente fin troppo attenti a misurare le parole, a condividere più le cose che li uniscono rispetto a quelle che li dividono, a cominciare dalla decisione dell’uno di mollare il governo, e dell’altro di restarci.
Ancora, a far apparire il loro divorzio come una sorta di separazione consensuale, inevitabile ma forse non definitiva, tenendo teso il filo di fondo che li lega e difficilmente si spezzerà.

Così che sì, forse, tanto tuonò che piovve, e il parricidio a lungo annunciato alla fine s’è consumato. Ma il sangue che doveva scorrere alla fine non s’è visto.

Marcello Sorgi
da www.lastampa.it


pubblicazione: 17/11/2013

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 :.  TRACCE



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