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2022
San Giacomo della Marca



Molte piste ciclabili, ma sono poche quelle promosse

Si sa dove iniziano ma non dove proseguono

di ALESSANDRO ROVELLINI
Pedalare per credere.
Qualche tombino di troppo, cartelli sbarazzini, indicazioni fuorvianti. E tanta, troppa, confusione nella segnaletica verticale. Salire su una bici, a Piacenza, e imboccare una ciclabile è semplice. Ce ne sono parecchie. Un punto di pregio rispetto a molte altre città italiane. Alcune fatte bene, anzi, che promettono bene. Ma l'happy end non c'è quasi mai: o non si sa dove finiscono e quando iniziano, o non si sa dove - e come - continuano.

L'abbiamo constatato in un pomeriggio «a passeggio» con Maura Cesena, presidente di "Amolabici"-Fiab (Federazione italiana amici della bicicletta) e Marco Miserocchi, storico socio del sodalizio e amante delle due ruote. Un tour con occhio critico e puntiglioso, per cinque arterie ciclistiche frequentatissime da ragazzini in età scolastica e pendolari che vanno al lavoro: via IV Novembre, via XXIV Maggio - con annesso piazzale Torino -, viale Malta, via Veneto e barriera Milano. Strade accovacciate intorno al nucleo storico della città, dove comunque spostarsi in bici - complice i divieti alle auto e il limite di trenta chilometri orari - è relativamente semplice. Per questo la scelta della prova è stata sviata alle ciclabili lievemente «fuori».

Ma qui cominciano i guai.
Di queste cinque piste, secondo il giudizio severo degli «esperti» cicloamatori, solo una si salva: la «storica» ciclabile di via IV Novembre.
Fu una delle primissime a nascere, ottanta metri di verde a cingere il liceo Respighi. Per il resto c'è oscura confusione. Di metodo, d'impiantistica. Su scala scolastica da uno a dieci si fa fatica ad arrivare al cinque. Il solo fatto che i tronconi da provare siano stati scelti in maniera aleatoria fa pensare: a volte non ci sono inizi e conclusioni nette, normate dai cartelli.

Tant'è che Miserocchi, per gli ultimi dieci anni dei ciclisti piacentini, individua tre periodi precisi:
«Ci fu un'era "pre-Reggi" - sottolinea -, in cui di piste ciclabili non si parlava e l'unico tratto di ciclabile era costituito dalla strada davanti allo scientifico; poi venne il periodo "rinascimentale", con l'assessore comunale Carbone (oggi ad Ambiente e Mobilità, ndr) , in cui si è verificato il massimo sviluppo della rete ciclabile e che ha avuto termine con le ultime elezioni amministrative». Il resto, per i cicloamatori, è storia recente:
«Infine c'è il periodo attuale di "oscurantismo" - sospira Miserocchi -, ovviamente parlando di ciclabilità urbana, in cui, a fronte della realizzazione di alcuni tronchi sparsi di ciclabili nelle zone periferiche che pochissimi usano, sono stati eliminati alcuni tronchi vitali come via XXIV Maggio, o lo Stradone Farnese, e si sono abbandonati altri all'oblio del tempo per cessata manutenzione».
«Lo stesso progetto di una rete cittadina sicura, integrata e interconnessa - continua - è diventato una promessa non mantenuta dei nostri amministratori. Com'è lontana la cultura della bicicletta dei Paesi più civili del Nord Europa».

Il giro pedalato in un gelido e pallido pomeriggio invernale sembra confermare le tesi. Quasi infernale, per esempio, è il meccanismo di piazzale Torino, soverchiato da una fitta intelaiatura di piste ciclabili spesso senza capo né coda: letteralmente.
Si sa da dove partire, ma non dove arrivare - si veda l'attraversamento di piazzale Milano -; si sa dove arrivare, ma non come arrivarci - maximum exemplum il passaggio nel parcheggio dell'ospedale.

In altri frangenti, in via XXIV Maggio, si conta un numero spropositato di cartelli che evidenziano la ciclabile - «ne basta uno all'inizio e uno alla fine, com'è possibile tale spreco? », si cruccia Miserocchi - e in altri ancora nessuno, quando dovrebbero esserci.

Sorvolando a pie' pari, poi, su alcune sottigliezze stilistiche: indicatori che incrociano la pista ciclabile con il marciapiede quando in realtà c'è una netta linea di demarcazione e viceversa. Il tutto tenendo a mente un fatto imprescindibile:
«Per legge, qualora essa esista, se si è in bicicletta bisogna per forza usare la pista ciclabile. Non si può fare altrimenti, se lo si fa si è in contravvenzione. È per questo che ci battiamo affinchè le arterie per i ciclisti siano le più sicure e ben definite possibili». Battaglia, per ora, ancora tutta da affrontare e da vincere.

Libertà del 30/01/2010


pubblicazione: 30/01/2010

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