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Millegiorni ultima chance

ROMA - Mille giorni per «rimettere in pista» l'Italia, ultima «chance» per un Paese che per 20 anni ha perso troppo tempo. Matteo Renzi indica alle Camere l'orizzonte del 2018 per fare «tutte insieme» le riforme. Ma la durata della legislatura non è incondizionata per il premier ma legata alla capacità del Parlamento di mandare in porto i provvedimenti.
Un chiaro avvertimento alle tante resistenze, talvolta trincee, che già si levano contro quelle che il premier indica come le due urgenze: la riforma del lavoro, da fare subito altrimenti il governo procederà per decreto, e la legge elettorale.
Dopo mesi di assenza, il premier torna davanti alle Camere dopo il cambio di passo del governo, non «una dilazione» ma «il cartello di recupero» perché «l'Italia ha arrestato la caduta ma questo non basta». Per realizzare il suo programma, il premier dice di «essere disposto a perdere consenso» ma mai «a vivacchiare». Per questo, pur escludendo più volte l'intenzione di tornare alle urne, Renzi ammette di rispettare i tanti, soprattutto tra le fila dei fedelissimi, che, davanti agli ostacoli, gli consigliano di andare al voto. «Dal punto di vista utilitaristico magari mi converrebbe e certo non abbiamo paura delle elezioni anticipate ma vogliamo mettere l'Italia davanti», sostiene il premier sfidando a Palazzo Madama gli attacchi grillini. A patto, però, chiarisce, che «ogni valutazione sul passaggio elettorale deve essere preceduta dalla valutazione sulla capacità di questo Parlamento di fare le riforme nei prossimi tre anni».
Renzi, quindi, prova ad andare fino in fondo. Con un cronoprogramma che tenga insieme la legge elettorale, «da approvare subito» entro l'anno, le riforme istituzionali e quelle economico-sociali. «Altro che benaltristi» torna all'attacco di opinionisti, e «professionisti della tartina» che metterebbero le riforme economiche in testa all'agenda di governo. Il premier tira dritto e sembra poco disposto a concedere margini di manovra ai frenatori dentro e fuori il Parlamento. Non a caso lancia la sfida sulla riforma che, a partire dal Pd, sta creando divisioni e scontri: la nuova legislazione sul Lavoro. «Non c'è cosa più iniqua e meno di sinistra - attacca - che dividere i cittadini tra quelli di serie A e quelli di serie B, dobbiamo superare un mondo del lavoro basato sull'apartheid».
O la commissione al Senato concluderà entro ottobre l'esame del ddl delega o «altrimenti siamo pronti anche a intervenire con misure di urgenza», un decreto che il premier sarebbe pronto ad approvare per fare la sua riforma degli ammortizzatori sociali e dei contratti, tutele dell'art. 18 incluso. Se ancora non fosse chiaro, Renzi non teme gli scontri e usa l'emiciclo di Montecitorio per lanciare un messaggio anche ai giudici. «Non consentiamo ad un avviso di garanzia di cambiare la politica aziendale di questo Paese», è il garantismo espresso dal premier che si schiera al fianco dell'Eni e riceve gli applausi di Forza Italia.
C'è un fronte che però il premier preferisce non aprire nella sede istituzionale del Parlamento: l'affondo contro le «lezioni» impartite dai tecnocrati Ue. Certo, chiarisce che «l'Italia chiederà conto dei 300 mld di investimenti promessi da Juncker» e chiede di votare le riforme «non perché c'è un soggetto tecnocratico e alieno che ci dice cosa fare» ma perché «servono all'Italia». Ma preferisce la direzione del Pd per mandare a dire a Bruxelles che la battaglia per la crescita è solo agli inizi: «Dobbiamo ingaggiare non un corpo a corpo ma una sana discussione» perché «la parola crescita entri nel vocabolario europeo».
Cristina Ferrulli


17/09/2014


pubblicazione: 17/09/2014
aggiornamento: 20/09/2014

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