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Mario Monti rilancia l'idea del "grande centro".

L’Italia ha bisogno di «progredire verso una moderna economia di mercato» e visto che tanto la destra quanto la sinistra non sono riuscite finora ad articolare un progetto, è ora di provare col centro.

Parola di Mario Monti.
L’appello dell’ex commissario europeo, lanciato ieri su La Stampa , scatena la reazione del mondo politico, che in coro (fatta eccezione per l’Udc) difende il bipolarismo.

La riflessione di Monti prende avvio dalle valutazioni negative (condivise) dell’agenzia Standard Poor’s e dalle recenti vicende finanziarie che «hanno offeso l’Italia rendendola oggetto di derisione nel mondo».

Il Paese ha bisogno di riforme che, secondo l’economista, non possono essere realizzate «né con un centrodestra come quello che abbiamo visto all’opera né con un centrosinistra come quello che, osservandolo oggi, possiamo immaginare all’opera», visto anche il freno imposto da partiti come la Lega e Rifondazione.

Una convinzione, «spero sbagliata», che lo spinge a invocare «un’operazione di centro» per fare le riforme necessarie al Paese, spiega Monti, che auspica anche un intervento in quattro mosse su Bankitalia: «Chi come Fazio ha poteri di vigilanza - sottolinea - non avrebbe dovuto prestare il fianco alla minima impressione di parzialità».

Contro scenari neocentristi si schiera Prodi: «Abbiamo avuto decenni di esperienza di centro mobile e abbiamo cambiato proprio perché non era in grado di prendere le grandi decisioni».
Il bipolarismo invece, spiega il leader dell’Unione, «è l’unica forma di governo capace di decidere, purché si abbia la volontà».
Piccata la reazione dei Ds, con Chiti che definisce l’intervista di Monti «sorprendente» e macchiata da «cerchiobottismo»: «Andare verso il centro è la cura sbagliata perché le democrazie europee avanzate sono fondate su un bipolarismo compiuto», osserva il coordinatore della segreteria.
L’allarme lanciato dall’ex commissario Ue va raccolto, dice Pierluigi Castagnetti della Margherita, ma «nel bipolarismo italiano non è possibile pensare a un grande centro», concordano Franco Monaco e Beppe Fioroni, che sottolinea l’impegno del partito a «rafforzare il centro del centrosinistra».
«La replica a Monti sta nella credibilità di Prodi», replica secco Roberto Villetti (Sdi), mentre Verdi, Pdci e Prc tuonano contro i «trasformismi» e i richiami dei «poteri forti».
Antonio Di Pietro si dice invece d’accordo con l’idea di «uno sforzo comune dei partiti per rilanciare l’economia».
Anche la Cdl chiude la porta alla proposta di Monti: «Se l’obiettivo è creare un centro politico nuovo, è una prospettiva destinata al fallimento. Il centro c’è già e si chiama Forza Italia», spiega il coordinatore Sandro Bondi rilanciando la prospettiva del partito unitario dei moderati.
Sprezzante la replica di Roberto Calderoli:
«A Monti e ai nostalgici della Prima Repubblica rispondo "no grazie".
La Lega Nord è il cambiamento, ha mandato a casa a suo tempo il magna magna e impedirà pericolosi ritorni di una politica che da un centro ideale possa girare verso un ideale centro di interessi».
Netto anche il rifiuto di Alleanza nazionale:
«Il grande centro è una nostalgia democristiana, il bipolarismo è un dato consolidato», ribadisce Gianni Alemanno.
E Ignazio La Russa: «Monti? Forse è più bravo in economia che in politica...».

Livia Michilli, Corriere della Sera del 22 agosto 2005



Fantasmi e politica
di Edmondo Berselli, Repubblica del 22 agosto 2005

LA TRISTE scienza che considera come postulato della politica italiana la necessità del Centro ha molti maestri.
Anzi, più maestri che discepoli.
Che a questi maestri si sia aggiunto un tecnocrate prestigioso come l'ex commissario europeo Mario Monti può essere interpretato in primo luogo come l'esito di una diagnosi infausta sull'Italia contemporanea.
Il Paese non ce la fa.
Lo schema politico bipolare nemmeno.
La destra ha fallito, e anzi al suo interno ci sono forze che non hanno nessuna intenzione di promuovere una cultura di mercato.

Quanto alla sinistra, ha dichiarato Monti alla Stampa, ripetendo le parole che aveva scritto sul Corriere della Sera, "neppure su quel versante è finora emerso un programma articolato dell'intera coalizione nella direzione dell'economia di mercato, che peraltro è pure in questo caso osteggiata da alcune componenti".
La conclusione del doppio sillogismo negativo è inevitabile: "forse un Centro, se esistesse, avrebbe una più credibile affinità con un progetto del genere".

Già, se esistesse.
Le discussioni sull'esistenza passata, presente e futura del Centro assomigliano a sedute spiritiche.
Si evoca un'entità, un ectoplasma, uno spirito, gli si attribuiscono tutte le virtù, si dimenticano tutti i suoi vizi, e si ottiene così lo scopo di eludere il problema della realtà effettuale: che consiste nel tentativo, certo faticoso, di fare funzionare il sistema dell'alternanza.
Vale a dire il sistema esistente, non un sistema immaginario.
Su questo tema Prodi è stato ragionevolmente sbrigativo: "Credo che il bipolarismo sia l'unica forma di governo capace di decidere, purché si abbia la volontà di decidere".

Non andrebbe dimenticato che il sistema maggioritario, ossia la premessa dell'alternanza, è stato introdotto nel 1993 proprio per sbloccare un sistema politico paralizzato dall'eternità del Centro.
È stato sperimentato in tre tornate legislative e in un'amplissima serie di elezioni amministrative; l'opinione pubblica lo ha assimilato con facilità, spesso ha apprezzato le modalità agonistiche con cui si svolge la competizione.

Risulta curioso che si parli di un bipolarismo che non funziona, o che sarebbe fallito, dopo oltre quattro anni di governo della coalizione di centrodestra.
In realtà la conclusione razionale sarebbe più limitata e modesta: basterebbe infatti classificare come fallimentare il governo della Casa delle libertà, e non il sistema politico nel suo complesso. Per adesso non è fallito il bipolarismo, si è sgonfiata miserevolmente l'alleanza incentrata su Silvio Berlusconi.

Per evocare il Centro, ci vuole la saggezza evidentemente cinica di chi considera l'Italia immutabile; occorre il realismo sfiduciato di chi pensa che nessun cambiamento è possibile; e che in fondo un'amministrazione controllata del paese, una specie di gestione consensuale dal fantomatico Centro, con il taglio delle ali, delle forze eccentriche, dei partiti marginali, sarebbe preferibile alle manchevolezze connaturate alle coalizioni politiche esistenti.

Oppure, per parlare in modo più esplicito, si può ricorrere al "modello Giovanardi": secondo l'interpretazione più volte espressa dal ministro dell'Udc, "in Italia si fa fatica a mettere insieme una classe dirigente; è da ingenui pensare di metterne insieme due".
E fra i sostenitori del fallimento del bipolarismo si può annoverare anche uno degli esponenti più dignitosi del centrodestra, la "spina nel fianco" Bruno Tabacci, che ha detto e ridetto di essere stufo di una contrapposizione bipolare in cui deve fronteggiare avversari come Enrico Letta "con cui sono d'accordo praticamente su tutto".

Tuttavia, come si fa a non vedere che l'avversione per il formato bipolare esprime in controluce l'insofferenza per la politica?
E che questa animosità antipolitica è un atteggiamento delle élite ben più che dei semplici cittadini?
Non si avverte un tratto inconfondibile di snobismo, allorché personalità fra le più celebrate riconoscono senza mezzi termini, in privato e in pubblico, il tracollo del governo di centrodestra, salvo poi aggiungere, con la schizzinosità appropriata al caso, "che anche il centrosinistra, inutile dirlo, è un mezzo disastro"?

Si tratta di un ragionamento singolare, se si ricorda l'entusiasmo imprenditoriale per Berlusconi (vedi le assise confindustriali di Parma, prima delle elezioni del 2001), con il Cavaliere che esclamava dal podio "il vostro programma è il mio programma", e tutto un establishment politico-economico, da Bankitalia in giù, spergiurava sul miracolo dietro l'angolo.
Strano: in un paese dove non prevale la pigrizia mentale o lo scetticismo snob, dopo un giudizio negativo sui governanti attuali non si immaginano scenari ulteriori o varianti postpolitiche del consociativismo.
Si considera che Berlusconi ha fallito per due volte l'esperienza del governo, dopo di che si dice qualcosa di più semplice: "Mettiamo alla prova gli altri".

Il professor Monti sostiene che non possiamo permetterci un'altra prova di cinque anni per registrare un altro fallimento, cioè per avere la dimostrazione effettiva che il bipolarismo non è adeguato alle condizioni del paese, alla necessità di guidare la riconversione industriale, di cambiare il modello di specializzazione, di costruire il mercato.
Ma questa sfiducia a priori ha un aspetto largamente ideologico: in fin dei conti, il governo Prodi-Ciampi ha risanato strutturalmente i conti pubblici e acchiappato l'Europa.

Con i suoi alti e bassi il quinquennio del centrosinistra non è stato un fallimento nella gestione del paese (è stato un fallimento politico, e anche grottesco: ma questa è un'altra storia).
Liquidare con sufficienza il centrosinistra che c'è, a favore del Centro che non c'è, è un modo per evocare fantasmi in cui personalità insigni, da Luca Cordero di Montezemolo allo stesso Mario Monti, garantirebbero la tenuta dell'economia, a scapito della politica.
Tutto ciò fa sentire anche un'aria da "governo dei migliori": una "vecchia idea reazionaria", come scrisse Norberto Bobbio.
Con la certezza che alla fine della seduta spiritica non ci sarebbe nessun fantasma benevolente, nessuno spirito illuminato, ma soltanto un'altra arcigna disillusione dei cittadini espropriati della politica.


IL MIRAGGIO DELLA BALENA
di Mario Sechi, Il Giornale del 22 agosto 2005

L'ossessione del Grande Centro aleggia da un decennio sulla politica italiana.
Come Moby Dick, compare e scompare tra le onde con regolarità, ma nessuno riesce a catturarla. Stavolta i panni del capitano Achab non li veste un nostalgico ex democristiano ma il professor Mario Monti, già commissario europeo all'Antitrust, e la cosa diventa più interessante e sospetta. Che un rappresentante di quella che in Europa viene chiamata «oligarchia irresponsabile» prenda in mano l'arpione e vada a caccia della Balena Bianca è fatto singolare che dovrebbe far riflettere non poco gli attuali leader di maggioranza e opposizione.
Monti infatti è iscritto di diritto alla élite che per molto tempo ha eterodiretto la politica italiana. Difficile pensare che la sua sortita sia casuale.
Più logico inserirla in un disegno che sta acquistando velocità grazie alla crisi interna dei due schieramenti.
Se il discorso del commissario (ex) fosse solo un bonario suggerimento ai partiti per migliorare i propri programmi politici in senso più liberale, sarebbe quasi condivisibile.
In realtà dietro quella sortita si intravvede il tentativo di indicare una via per rovesciare l'attuale bipolarismo, mettere al centro del sistema un partito-contenitore moderato e sull'ala destra e sinistra «i resti» della politica italiana.
È chiaro anche a chi non ha studiato scienze politiche a Princeton che questo progetto per andare in porto ha bisogno di un paio di assist: un cambio della legge elettorale in senso proporzionale, un sostegno dei poteri forti, una disgregazione dell'attuale sistema politico.
Tutte cose che se fossimo un «paese normale» non avrebbero alcuna speranza di riuscita, ma viviamo in Italia e la storia è piena di sorprese e di botole.
I segnali, in fondo, non mancano: la revisione della legge proporzionale è nell'agenda dell'Udc da tempo (e non a caso Follini ieri applaudiva Monti); l'interesse dei poteri forti a un «regime change» è palpabile e passa attraverso la difesa del santuario Rcs con tutti i mezzi e le benevolenti occhiate di Montezemolo alla Margherita; l'implosione del sistema politico è una speranza che nutrono i molti che vogliono la fine dell'era Berlusconi con la successiva Opa (politica) sui voti in uscita da Forza Italia.
Se queste condizioni si realizzassero, ci troveremmo di fronte a una riedizione della vecchia Democrazia cristiana che si piazza al centro dell'arena e, di volta in volta, si allea con la destra e con la sinistra per governare.
Un inquietante ritorno alla politica del «doppio forno» di cui, francamente, il Paese non sente affatto il bisogno.
Qualcuno pensa che questo progetto sia funzionale ai desideri della sinistra.
Si sbaglia.
I Ds sarebbero immediatamente emarginati e la Margherita sarebbe il «nocciolo duro» del nuovo soggetto.
La reazione negativa del coordinatore della Quercia Vannino Chiti è ben più della semplice spia rossa che segnala il surriscaldamento del motore.
Diverso il discorso di Prodi: il professore di Bologna ieri ha difeso il bipolarismo, ma è attento soprattutto a non destare sospetti in Fausto Bertinotti che, di fronte a un'ipotesi neocentrista, non ci penserebbe due volte a spaccare l'Unione.
E il centrodestra?
Il target primario è Silvio Berlusconi e Forza Italia.
La demolizione del partito azzurro faciliterebbe (e di molto) tutti i piani dei neocentristi e di chi li appoggia.
La Cdl senza Forza Italia non esisterebbe più e il recinto sarebbe aperto alla fuga di tutti e al tutti contro tutti.
L'emarginazione di Alleanza nazionale sarebbe automatica e la Lega tornerebbe agli originari programmi secessionisti per mantenere il suo zoccolo duro di elettori.
Un caos istituzionale che si può evitare solo serrando le file, alzando le insegne, lavorando seriamente al programma per il 2006.
Il centrodestra deve dire subito cosa vuol fare, riprendendo il percorso del partito unitario e lasciando i cacciatori della Balena Bianca a guardare il mare, desolati, per l'eternità.


pubblicazione: 22/08/2005

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