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mercoledì
21
ottobre
2020
Sant'Orsola e compagne martiri



Mai più con i comunisti

di FABIO MARTINI

Scusi Di Pietro, lei che è l’apostolo della legalità come può immaginare che alle Primarie del Pd possa correre, magari vincere, il leader di un altro partito?
Non saremmo alla burletta?
«Risponda lei a questa domanda: Fassino e Rutelli, oggi, sono ancora segretari dei loro partiti? Sì? Bene, ciò significa che né loro né noi ci siamo ancora sciolti. Seconda domanda: se questi due si fossero candidati alla segreteria del Pd, venivano respinti o sarebbero stati ammessi?».

Di Pietro, ma lei lo saprà che già da qualche mese Ds e Margherita hanno fatto due congressi per decidere di chiuder bottega?
«Certo che lo so.
Ma lei lo sa che Ds e Margherita si sono solennemente impegnati a sciogliersi, ma soltanto all’atto della costituzione del nuovo partito?
Dunque chiuderanno bottega non prima il 14 ottobre ma dopo.
E’ chiaro? Anche noi avremmo fatto così, se ce lo avessero consentito».

Certo, se avessero avuto a cuore la sua partecipazione, avrebbero preso tempo, ma è pur vero che due formali congressi sono diversi dalla sua procedura: lei si è «svegliato» poche ore prima della presentazione delle firme, raccolte segretamente...
«Conta la sostanza.
Entro il 30 luglio bisognava presentare la domanda.
L’ho fatto e mi sono impegnato nella mia dichiarazione di intenti a celebrare il nostro congresso di scioglimento.
Lo avremmo fatto, se ci avessero ammesso.
E’ ovvio che non si può essere segretari di due partiti».

Seguendo il suo ragionamento, paradossalmente anche Silvio Berlusconi avrebbe potuto gareggiare?
«Paradossalmente, avrebbe dovuto fare una dichiarazione di intenti nella quale si riconosceva nei principi del Pd.
Ma senta, andiamo alla sostanza: io faccio parte dell’Unione, io faccio parte del governo, alcuni candidati dell’Italia dei Valori sono stati candidati con l’Ulivo e dunque c’è già stata una simbiosi.
E ancora: abbiamo raccolto le firme per il referendum che porterebbe al nostro scioglimento. Che dovevo fare di più?»

Lei potrebbe aver pensato: se mi accettano, posso arrivare secondo dietro a Veltroni; se mi rifiutano, faccio la vittima...
«C’è una terza ipotesi, che è la verità: l’Italia dei Valori e Antonio Di Pietro vogliono avere un futuro, che non può più essere quello di un piccolo partito.
Loro non mi hanno voluto.
Anche per ragioni inconfessabili».

Le confessi lei
«Hanno dato fastidio le mie posizioni sulle intercettazioni, le durissime battaglie durissime sugli sprechi della politica.
Sulla legge per il finanziamento pubblico ai partiti che contiene abusi immorali».

Dunque, non l’hanno voluta le nomenclature?
«Certo. Mi auguro che i i futuri leader del Pd rivedano la chiusura mentale degli attuali promotori, che stanno soffocando sul nascere un processo democratico per calcoli di bottega.
Ma per noi l’avventura è finita, non rientreremo dalla finistra».

Walter Veltroni l’ha cercata?
«No».

Sa se temeva di veder dimagrita la sua percentuale dalla sua presenza?
«Lo chieda a lui...».

Prodi?
«L’ho chiamato preventivamente per informarlo della raccolta delle firme.
E dopo il no, mi ha espresso il suo rammarico per l’esclusione».

Lei, a caldo ha minacciato rappresaglie.
Le pare serio?

«Noi siamo persone serie e saremo leali col governo sino a fine legislatura.
Poi punteremo a rompere gli opposti ideologismi e la gabbia destra-sinistra, dialogando con tutti».

Anche con Berlusconi?
«Antonio Di Pietro non andrà né con i Berlusconi né con i berluschini.
Vogliamo mantenere lo schema bipolare e costruire una grande forza moderata, riformatrice, liberale».

Questo signfica mai più con i partiti comunisti?
«Certo.
Con la sinistra radicale la collaborazione può durare sino a fine legislatura.
Poi basta».

E’ questa la «morale» di tutta la storia?
«Anche questa.
Ma già da tempo pensavo che sia difficile continuare a collaborare con chi pensa di ricostituire un partito comunista di stampo sovietico».

Fabio Martini, La Stampa del 1 agosto 2007


pubblicazione: 01/08/2007

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