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Lo sviluppo sostenibile a Piacenza

di Domenico Ferrari, Libertà del 29 gennaio 2003

LIBERTA' del 29/01/2003 :
Al di là del fossato privo d'acqua, la folla rumoreggia.
Nel sole del pomeriggio settembrino, c'è paura, animosità, soprattutto incertezza.
La Cittadella ha sollevato il ponte levatoio; nessuno sa con precisione cosa vi stia accadendo.
A un tratto, uno dei congiurati apre una finestra che dà sulla piazza: un prato dall'erba un po' ingiallita di fine estate, su cui suole esercitarsi la guardia ducale; attorno al prato, tutte in fila, case modeste in mattoni con tetti di coppi, a uno o due piani, di aspetto ancora medioevale; più oltre, dalla distesa dei tetti, si levano contro l'azzurro del cielo campanili e torri gentilizie.
Lo sfondo sereno, gradevole all'occhio, non lo distrae: legato il cadavere con una corda, lo appende con l'aiuto di altri al davanzale.
Ma da lontano, tutto insanguinato com'è, la folla non lo riconosce.
Allora, la corda viene slegata e il cadavere del primo Duca di Piacenza e Parma, Pier Luigi Farnese, cade nel fossato, dove è possibile avvicinarsi a lui e riconoscerlo.
Si compie così il più catastrofico evento nella storia di Piacenza: dall'assedio e saccheggio da parte delle truppe di Francesco Sforza nel 1447, per esempio, la città ha potuto faticosamente risorgere; dall'aver perso dopo solo due anni la sua posizione di capitale di uno stato "de facto" sovrano dell'evo moderno, essa non si risolleverà mai più: le mancheranno sempre la sistemazione urbanistica e i monumenti che i duchi riservarono per la loro capitale, la Corte con tutti i suoi stimoli artistici e culturali, e soprattutto la "mentalità della capitale", che rimase quella subordinata di una colonia. Affacciamoci oggi alla stessa finestra.
Per fortuna, non abbiamo nessun cadavere da esporre; tuttavia, ciò che vediamo suscita in noi pensieri omicidi.
Al posto del prato, uno laido spiazzo asfaltato, sconciato da fabbricati non soltanto sgraziati ma anche luridi e dilapidati.: la stazione delle autocorriere e il mercato coperto.
Il tutto decorato da cassonetti di plastica verde e da "campane" di plastica multicolore.
Più in là, case di varia altezza e venustà, e, al posto delle torri, quelle creazioni architettoniche novecentesche che hanno distrutto il profilo della città.
E il Duca, che, anche la mattina di quel giorno fatale, aveva fatto, proprio con il capo dei congiurati (uno dei suoi migliori amici), la sua passeggiata preferita, dalla Cittadella al Castello (oggi diremmo: all'Arsenale) costeggiando esternamente le mura, ripeterebbe oggi quella passeggiata?
Si fermerebbe ad ammirare il Torrione Borghetto dopo il recente "restauro" curato direttamente dalla Sovrintendenza alle Belle Arti?
Si godrebbe la vista del Tigrai incombente sul vallo?
Gusterebbe l'attraversamento di Barriera Torino?

Ecco, questa è la città che vorrebbe attrarre più visitatori, che si scopre una vocazione turistica, che potrebbe, se lo volesse, diventare il paradiso del tempo libero per il Sud Milano.
Ed è vero che lo potrebbe: nonostante gli scempi, la trascuratezza, il disinteresse di molte generazioni di piacentini, il nostro territorio ha ancora luoghi bellissimi.
Ma stiamo deturpando e inquinando anche questi (dell'inquinamento chimico, che è molto più dannoso ancora di quello estetico, non mi occupo esplicitamente solo perché sono più numerosi e agguerriti coloro che cercano di contrastarlo).
Invece di fermare lo scempio e riparare nei limiti del possibile alle malefatte del passato, si continua nell'opera di distruzione del bello.
Ora ci si sta sfogando soprattutto sulla campagna: per esempio, per le aree industriali e artigianali dei paesi si riservano terreni lungo le stesse strade che noi e i turisti percorreremo, solo perché questi terreni sono "più comodi" da raggiungere: certo, si tratta di attività indispensabili per lo sviluppo, ma non siamo quasi mai capaci di rendere gradevoli alla vista i fabbricati in cui esse vengono svolte; meglio quindi costruirli lontano dalle strade più battute o nasconderli dietro grandi cortine di alberi e cespugli.
Quest'ultimo anestetico vale anche per tutti i brutti edifici che non possono essere distrutti o costruiti altrove, in luoghi isolati: anche l'orrido e l'immondo migliorano sensibilmente se li si annega nel verde.

Nonostante tutto ciò, numerosi piacentini ritengono che Piacenza abbia una vocazione turistico-residenzial-ricreativa; alcuni di essi stanno anche lavorando per realizzare questa vocazione; vi sono poi coloro che vorrebbero più turisti, ma non il turismo di massa; altri, usando gli strumenti del marketing territoriale, aspirano a "vendere" Piacenza al maggior numero possibile di aziende provenienti dall'esterno, incuranti degli argomenti di chi non vuole che l'economia piacentina sia pilotata da Milano, Francoforte, Stoccolma, anzichè da Piacenza.
Altri ancora cercano di favorire la nascita di nuove imprese ad opera di piacentini, specialmente se giovani.

Hanno tutti ragione, ma la confusione regna sovrana, poiché queste attività, in parziale conflitto fra loro, non sono coordinate: ciascuno tira il carro nella sua direzione, e il carro non si muove, o si muove a zig zag con lentezza esasperante.
Ecco la città "generalista" che ho già criticato nel recente passato.
Ecco dove gli Stati Generali avrebbero potuto, attraverso il confronto di tutte le posizioni, mettere un po' d'ordine nelle nostre idee e fornire alle istituzioni informazioni sul tipo di città e di territorio che la maggioranza dei piacentini preferisce, in modo da orientare i piani degli enti stessi verso la realizzazione di quel modello.
Ma ciò non è avvenuto.
Sono convinto che il modello debba essere composito: non una sola "specializzazione" o vocazione, ma alcune, scelte e coordinate a ragion veduta.
Occorre accordarsi sulle regole con cui si eviteranno o si ridurranno i conflitti tra le vocazioni scelte.
Una regola potrebbe, per esempio, escludere le nuove imprese di certi tipi, o che non soddisfano a certe condizioni, dal territorio piacentino.
Le regole chiarirebbero il significato del termine "sviluppo sostenibile", usato da tutti e definito con precisione da nessuno, e gli darebbero finalmente quella sostanza concreta che esso merita.
Domenico Ferrari


pubblicazione: 29/01/2003
aggiornamento: 31/10/2005

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