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Le vocazioni di Piacenza.

di Domenico Ferrari, Libertà del 9 gennaio 2003

LIBERTA' del 09/01/2003 :
Le linee purissime, eleganti, della basilica si stagliano contro il cielo di un azzurro invernale, ma che ha già sentori di primavera.
La campagna ora è presente soltanto nel nome; nove secoli or sono, qui il paesaggio era totalmente rurale, segnato soltanto da una chiesetta campestre dedicata a Santa Vittoria.
La sua quiete fu turbata, per un'intera settimana di un marzo che forse non differiva molto da questa mattina d'inverno (un inverno insolitamente mite), da una variopinta moltitudine di circa 35.000 religiosi e laici da tutta Europa, tra cui anche la formidabile e malinconica Matilde di Canossa.
Erano stati qui convocati dal Papa dell'epoca, il francese Urbano II, per il Concilio di Piacenza, da cui ebbe origine la Prima Crociata.

Perché, viene spontanea la domanda, il Papa aveva scelto proprio Piacenza per il suo Concilio?
Una Piacenza il cui vescovo gli era nemico, essendo schierato con il Sacro Romano Imperatore?
E perché, poco più di mezzo secolo dopo, Federico Barbarossa scelse Roncaglia per le sue "Diete"?
E perché nel Cinquecento si tenevano a Piacenza, che da oltre due secoli aveva perso la sua importante posizione nella finanza europea, le Fiere dei Cambi?
La risposta non può essere che una: la posizione geografica della città, che la rende facilmente raggiungibile da qualunque parte si arrivi.

Questa non è l'unica ma è certamente una delle più evidenti vocazioni di Piacenza.
Punto d'incontro, di passaggio, di smistamento di pesone, di merci, di culture: accessibile, disponibile, destinata all'apertura, all'ospitalità.
Popolata invece da genti nel cui impasto genetico prevale l'eredità degli antichi Liguri, chiusi, inizialmente diffidenti, forse in fondo più ospitali di altri ma meno gioviali, meno "cordialoni"; intraprendenti e avventurosi solo in certi periodi storici, dediti al quieto vivere o alle faide da cortile in tutti gli altri.

Ma Piacenza, oltre a quella "trasportistica", ha anche altre possibili vocazioni.
E' importante esplorarle per chiarirsi bene le idee.
L'orientamento che, in una precedente nota, ho chiamato "generalista" nasconde una sostanziale mancanza di visione, oppure la sfiducia nella possibilità che la maggioranza dei piacentini si convinca ad adottare la nostra scelta preferita (e il concomitante rifiuto di rinunciare a tale scelta).
Può anche darsi che esso sia l'unico praticabile, ma vorrei che ciò risultasse da una decisione consapevole e condivisa, non dall'ignoranza o dal rifiuto del problema.

Decidere quale vorremmo che fosse il destino di Piacenza non perché così facendo questo destino si realizzerà certamente, ma per cercare, una volta tanto!, di pilotare la barca, di non lasciarla alla deriva o in balia di timonieri esterni.

Per essere economicamente valida, la vocazione trasportistica deve andare molto al di là di quella della semplice "cerniera" (il puro passaggio delle persone e delle merci non rende molto).
Occorre che le persone si fermino, attirate dalla convenienza o dal piacere: la vocazione deve diventare anche turistica, enogastronomica, del tempo libero, del benessere.
Alle merci che passano, il nostro territorio deve aggiungere valore, per trarne almeno una parte del suo sostentamento.

Ma c'è anche un'altra vocazione solo parzialmente correlata con questa specializzazione composita: essa è basata sull'osservazione che Piacenza fa ormai parte della megalopoli lombarda.
Con l'auspicato e prossimo miglioramento dei collegamenti stradali e ferroviari con la Lombardia, Piacenza, come principale centro delle propaggini meridionali del sistema-Milano, può aspirare ad un ruolo di un certo rilievo in quel sistema.
Ma anche qui occorrono idee chiare.
Vi sono ruoli diversi, addirittura contrastanti, che Piacenza potrebbe giocare: uno è quello residenziale (più brutalmente, un ruolo da dormitorio): già in funzione non solo per coloro che si trasferiscono a vivere qui da noi pur continuando a lavorare a Milano, ma anche per i pendolari piacentini che ivi lavorano.
Se puntassimo sulle vocazioni del tempo libero e del benessere, Piacenza potrebbe svolgere un importante ruolo in questi campi anche nell'ambito del sistema milanese.

Un altro ruolo, tutto diverso, è quello di polo per attività (industriali o del terziario) relativamente poco sviluppate nello hinterland meridionale di Milano; per esempio, alcuni dei nostri punti di forza industriali del presente o del recente passato, come le produzioni di sistemi meccatronici, di raccorderie, di prodotti agroalimentari, di componenti per l'edilizia, potrebbero essere visti in questa luce.

Infine, accanto a quella trasportistica e a quella "lombarda", vanno considerate anche le vocazioni non così direttamente "geografiche" come queste.
In primo luogo, la vocazione agricola, millenaria ma, ahimè, capace di sostenere solo una frazione piuttosto piccola della popolazione: oggi i campi, come i carmi, "non dant panem".
Poi, le vocazioni industriali già ricordate, che andrebbero però sviluppate e sostenute meglio, e che forse sono troppe perchè Piacenza possa diventare un centro o distretto di eccellenza a livello almeno europeo in tutte.
Si potrebbero però anche scegliere uno o più settori del terziario e sviluppare quelli, con alcuni vantaggi di carattere ambientale rispetto a scelte di tipo industriale.

Questo cenno all'ambiente ci porta al punto cruciale, che discuteremo più diffusamente in una nota successiva.
Le vocazioni che ho elencato, e che la soluzione generalista finge di perseguire tutte (non perseguendone in realtà seriamente nessuna), non sono compatibili tra loro: alcune inquinano e deturpano fatalmente quell'ambiente sul quale le altre fondano la loro attrattiva.
Domenico Ferrari


pubblicazione: 09/01/2003
aggiornamento: 31/10/2005

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