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domenica
23
gennaio
2022
Beato Enrico Susone



Le tempeste solari e i violini di Stradivari

Il 14 febbraio, festa di San Valentino, un grande brillamento solare ha lanciato nello spazio potenti fiotti di particelle che hanno modificato il campo magnetico terrestre e investito l’alta atmosfera causando i fenomeni tipici dei picchi di attività della nostra stella: aurore polari e disturbi alle radiocomunicazioni, specie quelle satellitari.
La tempesta solare ha raggiunto la Terra quattro giorni dopo, il 18 febbraio.

Questo brillamento è stato il più energetico degli ultimi quattro anni.
E’ la riprova che il nuovo ciclo solare non solo è iniziato, ma sta entrando nella fase di maggiore vivacità.
Siamo comunque ancora lontani dai record di energia liberati nei brillamenti più potenti registrati in passato.
Piuttosto, è aumentata la nostra vulnerabilità in quanto oggi abbiamo astronauti in orbita fuori dell’atmosfera e in orbita geostazionaria operano satelliti importanti per le telecomunicazioni, la navigazione e le previsioni meteorologiche.
I rischi potranno aumentare se il campo magnetico terrestre che ci scherma dalle tempeste solari continuasse ad attenuarsi (come sta avvenendo da decenni) fino a scomparire.

Nella storia delle tempeste solari rimane memorabile quella del 28-29 agosto 1859 che generò aurore polari fino all’equatore e causò un blocco della rete telegrafica mondiale.
Come sempre, tuttavia, anche in questi fenomeni possiamo vedere aspetti sia positivi sia negativi.

Una forte attività solare ci protegge dalle più potenti radiazioni cosmiche interstellari in quanto crea una “bolla magnetica” intorno al Sole che a sua volta funziona da schermo al sistema planetario.
Di conseguenza, durante i periodi di minima attività solare, ci raggiunge una dose maggiore di raggi cosmici ad alta energia, e ciò genera una maggiore quantità di Carbonio 14, l’isotopo radioattivo di questo elemento, che troviamo poi fissato nelle varie forme viventi e in particolare nel legno delle piante.

Sandro Baroni, astrofilo milanese che spesso ci suggerisce spunti per questa rubrica, pochi giorni fa mi ha ricordato che la cosa può avere anche curiosi effetti collaterali positivi.
“Antonio Stradivari (1644-1737), forse cremonese, certamente liutaio di grande valore – fa osservare Baroni – per la costruzione dei suoi strumenti musicali ad arco , in particolar modo violini, si recava personalmente a scegliere il legno di Abete Rosso, picea abies, nella cosiddetta Foresta dei Violini, cioè la riserva del bosco di Paneveggio (Trento).
Questo legno di abete rosso doveva dare la più ampia garanzia di sonorità per la riuscita perfetta dei suoi preziosissimi violini.

Ebbene, Stradivari fu molto fortunato perché visse in un periodo particolare chiamato “Piccola Era Glaciale”.
Solo nel 1893 si cominciò a chiarire il fatto, e fu ad opera dell'astronomo inglese Edoardo Walter Maunder (1851-1928) che esaminò i documenti del Royal Greenwich Obsevatory scoprendo che tra il 1645 ed il 1715 il Sole presentava una evidente mancanza di macchie solari, chiamato appunto minimo di Maunder.
Dopo il 1970 furono cancellati tutti i dubbi misurando la quantità di Carbonio 14 contenuto negli anelli di crescita degli alberi, anelli che confermarono la mancanza di attività solare per quanto riguarda la macchie sul Sole.

Il collegamento tra la Piccola Era Glaciale e la macchie solari fu cosa facile.
Ecco perché Stradivari fu fortunato: usò gli alberi quando la mancata attività solare rendeva il legno di abete rosso, e non solo quello, più compatto e quindi eccellente per il suono dei suoi violini, e non poteva essere altrimenti in quel periodo”.

PIERO BIANUCCI, La Stampa 21 febbraio 2011


pubblicazione: 21/02/2011

Antonio Stradivari 16987
Antonio Stradivari

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