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La rivoluzione liberale

dal Corriere della Sera del 11/9/2004

Rivoluzione liberale missione impossibile?
di Piero Ostellino


Pierluigi Battista, in un bell' articolo sulla Stampa di una settimana fa,
si chiede dove siano finiti i liberali del Polo delle libertà.
Me lo chiedo anch' io.
Tanto più che, per quanto mi riguarda, Battista ricorda che sono «stato lasciato solo» anche nelle mie battaglie liberali più recenti. Concordo. Capita che a riprendere le mie riflessioni sul liberalismo, o sulla società italiana vista da tale prospettiva, sia più frequentemente, e solo per dissentirne, chi non è liberale, piuttosto che chi lo è e potrebbe portare altra acqua al comune mulino. In ogni caso, mai che si tratti di un liberale impegnato politicamente.
Non me ne dolgo.
Tanto meno ne faccio una questione personale. Sono professionalmente troppo vecchio e, ahimè, disincantato, per cercare l' applauso di chi la pensi come me, e vivo troppo lontano per poterne eventualmente godere.
Aggiungo, a parziale attenuante dell' afonia dei (pochi) liberali ancora in circolazione, che, con quello che scrivo, finisco con risultare io stesso «non di compagnia». Resta, però, il fatto che una spiegazione il fenomeno, forse, la merita ugualmente.
Battista parla di «missione fallita», di «pattuglia assediata, rinchiusa nelle proprie nicchie» e «condannata a un destino minoritario» dopo avere «perduto la grande occasione» di fare una salutare iniezione di cultura liberale nel corpo di Forza Italia infarcito di post-democristiani e di ex venditori di spazi pubblicitari.
Vero.
Ma l' «occasione» di cui parla l' amico Pigi, gli Urbani, i Martino, i Tremonti, i Melograni, i Fisichella (in An) e quant' altri, l' hanno davvero avuta e l' hanno davvero fallita?
Ne dubito.
Penso piuttosto che il loro «fallimento» - se così si può chiamare - sia maturato nel tempo e per tappe successive.
In un primo momento, quando Berlusconi, atterrito dalla prospettiva di essere espropriato della propria azienda, aveva deciso di «scendere in campo», essi si erano probabilmente illusi di poterlo «usare» per realizzare, grazie ai suoi soldi e alla macchina organizzativa di Publitalia, l' utopia del partito liberale di massa.
Successivamente, essi si sarebbero resi conto, però, che era il furbo Cavaliere ad «usare» loro, non solo per navigare felicemente, al riparo della legittimazione culturale «liberale», nel torbido mare dei conflitti di interesse, ma anche, e in misura non minore, per soddisfare la propria vanità e la propria megalomania.
È solo, infine, dopo aver constatato che al Cavaliere del liberalismo - almeno come lo intendono loro - non gliene poteva importare di meno, che essi si sarebbero chiusi «nelle proprie nicchie», condannandosi a «un destino minoritario», in attesa di uscire dignitosamente di scena.
Lasciando solo, mi si perdoni il bisticcio di parole, non soltanto me, ma, quel che è peggio, anche il presidente del Senato, Marcello Pera che - pur responsabilmente sempre attento a non valicare i limiti propri della carica istituzionale che ricopre - continua a fare professione di liberalismo nei discorsi e nei comportamenti.
La «grande occasione», dunque, non l' ha persa tanto la piccola pattuglia liberale che ha creduto in Forza Italia e nella possibilità di trasformare un imprenditore di successo in un autentico leader politico, quanto Berlusconi.
Quella di realizzare una reale inversione di tendenza nella dottrina e nella prassi italiane e di passare alla storia di questo Paese - che tanto ne avrebbe bisogno - come l' uomo che aveva realizzato la rivoluzione liberale.
Che la «missione impossibile» dei liberali nella destra sarebbe fallita era nell' ordine delle cose.
Che piaccia o no, il Cavaliere è un «arci-italiano», figlio della Prima Repubblica.
Loro, gli «alieni», avrebbero dovuto essere gli alfieri della Terza, quella post-comunista e post-democristiana.
E, finalmente, liberale. Era pretendere troppo. Non solo da loro. Dal Paese.
Piero Ostellino.


pubblicazione: 11/09/2004
aggiornamento: 07/10/2004

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1966, tessera del Partito Liberale Italiano

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