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mercoledì
21
ottobre
2020
Sant'Orsola e compagne martiri



LA RETE OLTRE I PARTITI

di Giuliano Amato

Quando Giuseppe De Rita chiede al centrosinistra qual è il blocco sociale su cui intende far leva per avere una maggioranza, non si risponde al problema che egli solleva dandogli risposte ovvie. E ovvie - lo dico con franchezza - sono state alcune delle risposte che De Rita ha ricevuto, mentre non lo era affatto la sua domanda. De Rita lo sa benissimo che i vecchi blocchi sociali preconfezionati dalla fase di prima industrializzazione e pronti per l' uso sia politico che sindacale oggi non esistono più. E sa altrettanto bene che proprio per questo la politica ha il problema di mettere insieme figure e domande sociali che si sono disaggregate, moltiplicate e disperse lungo rivoli diversi, che non è affatto facile ricondurre ad argini comuni. Il punto perciò non è questo e la questione sollevata nasce proprio da qui: come si fa e su quali leve si conta perché questa riconduzione abbia luogo. Il centrosinistra - questa è insieme la domanda e la critica - sembra far leva, in misura se non esclusiva certo prioritaria, sul compattamento della coalizione fra i suoi partiti, eliminando o attenuando attraverso accordi politici e intese programmatiche i dissensi che in partenza li dividono. Secondo De Rita, questa è oggi una leva sbagliata e il rincorrersi dei partiti fra di loro ne esaurisce le energie in un esercizio che garantisce assai poco l' effettivo riconoscimento in loro di una maggioranza sociale. Si potrà replicare che questa è una sua posizione di principio, legata al suo rifiuto di quella che lui chiama «verticalizzazione» e cioè l' illusione di risolvere i problemi attraverso intese in alto e dall' alto senza coinvolgere i protagonisti sociali. E si potrà aggiungere che le intese fra partiti non sono in alto e dall' alto, giacché c' è in ciascuno di essi una quota di rappresentanza sociale. Non mancano tuttavia gli argomenti per una controreplica: la parzialità di tale rappresentanza, i modi in cui essa si impasta, nei partiti, con i rispettivi retaggi culturali e con i conseguenti modelli interpretativi, il rischio che ne deriva che segmenti rilevanti dei presunti rappresentati non si sentano né rappresentati né coinvolti. Un classico esempio del rischio è quello che accadde in Francia dopo l' adozione delle 35 ore, volute in nome della classe operaia, che agli operai causarono non pochi problemi, mentre si rivelarono adattissime alle esigenze dei quadri più professionali. Né basta dire che, al di sotto della coalizione partitica, c' è e ci deve essere un progetto e che è il progetto a formare attorno a sé una maggioranza sociale, in luogo dei blocchi sociali che un tempo si trovavano «in natura». Questo argomento apre senz' altro una pista vitale, ma è decisivo il modo in cui la pista viene percorsa. E qui De Rita merita sicuramente di essere ascoltato quando dice, in sostanza, che il progetto non può essere una ricucitura dei prontuari dei partiti, ma deve saper riflettere e incanalare pulsioni, domande e aspirazioni che devono esistere davvero nella società, altrimenti esso ci scivola sopra e non fa presa. Naturalmente non ogni progetto è eguale all' altro e le forze politiche hanno la sacrosanta responsabilità di avere in testa e di mettere in chiaro l' idea d' Italia per la quale si impegnano. A quel punto però devono far leva non su se stessi, ma su coloro che, nella società, condividono quell' idea o sono pronti a condividerla. Silvio Berlusconi, quando vinse le elezioni del 2001, aveva e comunicò agli italiani una sua idea del Paese, che dimostrò di corrispondere ad aspettative, magari anche a sogni, che erano largamente diffusi. E fu scommettendo sulla voglia di ricchezza che nel Paese c' era davvero e unificava abbienti e non abbienti che costruì la sua maggioranza sociale e il suo successo. Dopo tre anni di centrodestra e in un' Italia delusa per quella voglia largamente frustrata, incerta davanti a un futuro che troppi di noi, da soli, non possono rendere migliore e bisognosa di mettersi a lavorare con fiducia per ritrovarlo, il centrosinistra si è già collocato sulla traiettoria della «missione Italia». E' ciò che giustamente ha scritto in risposta a De Rita lo stesso Fassino, ritenendo i tempi maturi per stimolare gli italiani ad uscire dall' orizzonte del solo arricchimento individuale, a farsi carico, ciascuno a suo modo, dell' interesse collettivo (che di quello stesso arricchimento è del resto una infrastruttura essenziale) e a sentirsi legati dalla comune responsabilità di un nuovo slancio allo sviluppo, alla coesione sociale e alla modernizzazione dell' Italia nel contesto europeo e alle prese con un mondo che ci piove in casa e che sembra uscito fuor di controllo. Personalmente condivido questa idea (con tutte le sue implicazioni, che non sto qui ad elencare e che mi porterebbero dai protocolli di Kyoto alla strategia di Lisbona e oltre ) e ritengo giusto che il centrosinistra la faccia sua. Ma qui comincia un lavoro che non può esaurirsi nel metterne a fuoco le sfaccettature attraverso intese fra gli esperti dei partiti, magari precedute da una fase di «ascolto» (ma nulla più che ascolto) nel Paese. Se c' è una cosa che mi era chiara quando ho lavorato al programma della lista unitaria per le elezioni europee è che il punto di partenza per dare carne e vita al programma è quello di legare attraverso di esso figure e gruppi che già sono espressivi della sua idea centrale. E l' ho anche scritto, nelle primissime pagine. Già oggi c' è un' Italia che, sia pure a macchia di leopardo, funziona in quei territori in cui sindaci e presidenti di provincia, imprenditori, rettori, presidenti di camere di commercio e di società aeroportuali, dirigenti sindacali e del volontariato danno vita ad un tessuto di responsabilità comuni e realizzano grazie a questo sistemi locali efficienti (fanno sistema, direbbe Montezemolo). Ebbene, per una idea di Italia come quella che intendiamo lanciare sono loro, e quanti lavorano con loro, i primi nodi della rete che potrà attrarre ed impegnare i tanti italiani che sperabilmente si riconosceranno in essa. Si dirà che soggetti del genere formano un nucleo che è mezzo istituzionale e mezzo sociale. Ma non è questo che conta, conta che essi corrispondano al progetto e gli formino attorno una prima nervatura nel paese. Per questo bisognerà partire da quelli di loro che saranno disponibili a lavorare con noi e portare i partiti della coalizione a sintonizzare su di loro i propri moduli interpretativi, correggendo, se necessario, i propri pregiudizi. Non so se questo è ciò che De Rita ci suggerirebbe, se trasformasse in istruzioni per l' uso l' attenzione che ha voluto dedicarci. Ma penso di essere fondamentalmente d' accordo con lui. E penso che su questa strada noi del centrosinistra ci dobbiamo mettere comunque. Come faremmo a far uscire l' Italia dai suoi guai, se ci limitassimo a enunciarli e non sapessimo contare, in primo luogo, sugli italiani che li contrastano già oggi con vigore? Giuliano Amato Amato: De Rita ha ragione, le intese tra partiti non bastano Qual è oggi il blocco sociale di riferimento dei Ds? A quale elettorato si rivolge Piero Fassino che, negli ultimi anni, ha dimostrato di «aver visto giusto» e che guida «il partito italiano a più largo radicamento»? Con questi interrogativi il sociologo Giuseppe De Rita ha aperto sabato scorso sul Corriere il dibattito sulla base della Quercia e sul futuro di un partito giudicato in deficit di «rappresentanza sociale». Sull' argomento sono poi intervenuti lo stesso Fassino («Vogliamo parlare a tutti coloro che non accettano di vivere in un' Italia così», ovvero quella di Berlusconi), i politologi Gianfranco Pasquino (secondo cui serve una «tematica mobilitante) e Augusto Barbera («I ds parlino di più alla base»), l' ex ministro psi e ora membro della direzione della Quercia, Giorgio Ruffolo («Il blocco sociale? Nasce dal programma») e, ieri, l' economista diessino Nicola Rossi, secondo cui, la Quecia deve avere come interlocutore il Paese e non Berlusconi. Oggi è la volta dell' ex premier


pubblicazione: 24/07/2004
aggiornamento: 07/10/2004

Giuliano Amato 3031
Giuliano Amato

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