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lunedì
26
ottobre
2020
Sant'Evaristo, papa



L'Italia orfana del liberalismo

L' esplosione dello slogan " siamo tutti liberali, ormai" ha favorito confusioni ed equivoci, sostanzialmente riconducibili all'idea che essere liberale significhi, semplicemente, rispettare gli altri; che il liberalismo consista nell'accettazione della democrazia.

Non è così, come sappiamo dagli scritti di Giovanni Sartori ( e non solo): democrazia e liberalismo sono due cose diverse.

E non è vero che siamo tutti liberali: basti considerare quanta ostilità susciti ancora l'idea di una società aperta di cui sia sovrano l'individuo consumatore, e quindi il mercato e la concorrenza; e quanto radicata sia la concezione dello Stato paterno in grado di provvedere al bene comune e di smussare gli attriti alla base del conflitto sociale.

L'ansimante bipolarismo che abbiamo costruito negli ultimi anni dimostra quanto l'autentica cultura liberale rimanga estranea all'interno dei 2 blocchi.
A questo punto, qualcuno potrebbe essere tentato dal concludere radicalmente che, insomma, anche il liberalismo ha fatto il suo tempo: la fine del comunismo, la radicale secolarizzazione del pensiero dimostrano che le ideologie sono davvero finite, che ciascuno è libero di pensare come vuole, che le regole della convivenza possono ridursi a un elementare set riassumibile nella regola " vivi e lascia vivere".
A che serve affannarsi tanto per un'ideologia defunta al pari delle altre?

SOLO IL COMUNISMO È MORTO.
La mia convinzione è che, di ideologie, ne sia morta solo una, il comunismo; e che del pensiero liberale il mondo moderno continui ad avere disperato bisogno.
Tre sono gli ambiti nel quale serve tornare a riscoprire la forza, l'attualità e la capacità di risposta del moderno pensiero liberale.
Il primo è quello istituzionale, di cui ci ha sottolineato l'importanza irrinunciabile Nicola Matteucci: la democrazia rappresentativa è ancora alle prese con due patologie, apparentemente contraddittorie, che ne mettono a repentaglio la natura stessa di meccanismo istituzionale in grado di assumere decisioni collettive rispettando i diritti di tutti: la tirannia della maggioranza e la pressione delle minoranza organizzate.
Circa la prima, basta riconoscere che oggi il problema non si presenta molto differentemente dai termini genialmente previsti da Tocqueville e deriva, innanzi tutto, dalla bulimia legislativa nella quale si sostanzia l'illusione di onnipotenza dello stato e della politica.
Se vogliamo che i nostri diritti siano conculcati meno possibile, invochiamo che lo stato riduca allo stretto indispensabile il proprio intervento così come chiedeva, per esempio, proprio Bruno Leoni.

Non si può essere liberali se di questo non si è convinti; e certamente sono tanti coloro che, al contrario, continuano a essere convinti che solo il pubblico sia custode del bene.

Ma non meno forte è la pressione inversa, quella delle minoranze organizzate che, attraverso i meccanismi della democrazia rappresentativa, riescono a imporre alla collettività il costo di decisioni che vanno esclusivamente a loro favore: non a caso, in Italia, Public Choice è assai poco conosciuta e ancor meno studiata, nonostante i suoi dichiarati debiti anche a una linea del pensiero economico italiano.

Il secondo ambito è proprio l'economia: che le spinte contro il mercato e contro la concorrenza, contro il capitalismo, siano minoritarie e residuali è smentito dalle cronache di ogni giorno; con l'aggravante, in Italia e non solo, che questa cultura trova nella destra proseliti non meno appassionati di quelli che albergano a sinistra, dove viceversa non mancano, sia pure in posizione di dignitosaminoranza, esponenti convinti che la concorrenza sia davvero, come diceva Stigler, il « santo patrono del consumatore » .

UNA GIUSTA INTERPRETAZIONE.
Il terzo ci tocca da vicino e vedrà ciascuno di noi, che gli piaccia o no, protagonista perché riguarda l'ambito delle scelte etiche che si faranno sempre più drammatiche, essendo venute a toccare, ormai, i momenti estremi della vita e della morte e, quindi, riguardando la condizione dell'individuo nei momenti drammatici in cui questi non è in grado di scegliere e affida, da non nato o da moribondo, la propria tutela ad altri.
Le cronache degli ultimi mesi ci hanno già dimostrato quanto questo problema si faccia attuale, fino a toccare la sensibilità di ciascuno di noi; e a mettere alla prova certe convinzioni che sono alla base del liberalismo: la sacralità dell'individuo, appunto; ma anche il rispetto delle convinzioni altrui e la possibilità di costruire un'intesa tra « stranieri morali » , per usare la bella espressione di Engelhardt.

Una prospettiva complicata dall'esigenza di trovare una risposta non tanto al terrorismo internazionale, quanto all'impatto sulle nostre società di tante nuove culture che è illusorio pensare di risolvere in quella sciatta prospettiva multiculturalista che rappresenta la rinuncia, in nome della tolleranza, ad affermare proprio quei valori di libertà, di democrazia, di rispetto dell'individuo, di eguaglianza dinanzi alla legge, di separazione tra stato e chiese, che caratterizzano le nostre società.

Qui ci sarebbe argomento (...) per un dibattito approfondito e serrato, che bisognerà prima o poi mettere in cantiere: anche per evitare che tutto si riduca allo sterile interrogativo " Relativismo sì? Relativismo no?".
Non posso qui entrare nel merito; ma ci tengo a sottolineare che l'interpretazione corrente, e goffa, che il relativismo significhi accettazione di qualunque sistema di valori, rinuncia a un giudizio morale, concessione al principio dell'" anything goes" stigmatizzato da Dahrendorf, non corrisponde all'interpretazione liberale del relativismo.

Tutti i grandi maestri del liberalismo ( nello scorso secolo da Croce a Berlin) mettono in guardia contro questo rischio; e sottolineano che non c'è libertà se non c'è responsabilità, cioè accettazione della conseguenza dei propri atti.

La confusione di oggi, alimentata da quella corrosiva espressione della tirannia della maggioranza rappresentata dal linguaggio " politically correct", dimostra che, anche in questo campo, il liberalismo viene strattonato solo ai propri comodi, per ridurlo a un passepartout, a un grimaldello ideologico al quale ricorrere per contrabbandare posizioni che col liberalismo nulla hanno a che vedere.

Pubblichiamo, per gentile concessione dell'autore, un ampio estratto de " La cultura liberale in Italia" di Salvatore Carrubba, editorialista del Sole 24 ore. Il testo è un Occasional Paper dell'Istituto Bruno Leoni.
La versione integrale può essere scaricata dal sito dell'Istituto ( www. brunoleoni. it).

da LIBERO del 1/10/2005


pubblicazione: 01/10/2005

Salvatore Carrubba 7858
Salvatore Carrubba

Categoria
 :.  ITALIA Politica
 :..  Pensiero liberale



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