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L’illusione inglese: un mondo senza ayatollah

di Sergio romano, Corriere della Sera del 9/7/2005

Durante i lavoro della conferenza che si aprì all’Hotel Semiramis del Cairo il 12 marzo 1921 per discutere gli assetti territoriali del Medio Oriente dopo la Grande guerra, Winston Churchill, allora ministro delle Colonie, non riusciva a distinguere i sunniti dagli sciiti. Tuttavia questo non gli impedì di creare in quella occasione due Stati arabi.


Con la sabbia e le oasi di un territorio che si era chiamato sino ad allora Mesopotamia impastò il regno dell’Iraq. E con la sabbia e le oasi di un pezzo di Palestina a oriente del fiume Giordano, formò quello che si sarebbe chiamato pochi anni dopo il regno di Transgiordania. Ignorava la distinzione fra le due maggiori confessioni religiose dell’Islam, ma lavorò con l’aiuto di quaranta persone che rappresentavano la più straordinaria concentrazione europea di conoscenze ed esperienze arabo-musulmane mai radunata da un governo in una stessa sala: funzionari di colonia, militari, diplomatici, storici, archeologi, arabisti, cultori di studi islamici. Il mondo è cambiato, ma la Gran Bretagna d’oggi non è, per questo aspetto, troppo diversa da quella di allora. Nell’area londinese colpita dai terroristi del 7 luglio esistono alcuni fra i maggiori centri e istituti dedicati allo studio dell’Islam antico e moderno: storia, politica, economia, lingua, letteratura, arte.

Ma le buone conoscenze non impediscono agli uomini politici (Winston Churchill allora e Tony Blair oggi) di commettere qualche errore.
Per comprendere gli errori del secondo è utile rievocare quelli del primo. Mi aiuterò con due libri usciti anche in Italia: Una pace senza pace di David Fromkin, edito da Rizzoli, e La follia di Churchill di Christopher Catherwood, pubblicato da Corbaccio. Se il lettore constaterà qualche analogia non creda all’avvertenza che precede certi film: questa non è «pura coincidenza». Quando si riunì la conferenza del Cairo la Gran Bretagna doveva decidere che cosa fare del bottino. Le sue truppe erano entrate trionfalmente a Bagdad e a Gerusalemme. L’Impero ottomano era scomparso dalla carta geografica. I possedimenti arabi di Costantinopoli erano stati divisi tra Parigi e Londra: la Grande Siria alla Francia, la Mesopotamia e la Palestina all’Inghilterra.

La divisione era stata approvata dalle altre potenze alleate e sarebbe stata formalmente ratificata, poco dopo, dalla Società delle nazioni. Bisognava ora decidere come governare quelle conquiste. Lo stato maggiore non intendeva rinunciare alle risorse petrolifere della Mesopotamia. Churchill avrebbe voluto amministrare i territori direttamente come colonie o protettorati e aggiungere così un’altra macchia rosa-arancio (il colore attribuito dai geografi all’Impero britannico) sulla carta del mondo. Ma esistevano alcune difficoltà. In primo luogo l’ortodossia politica imposta agli Alleati dal presidente americano Woodrow Wilson voleva che i territori conquistati venissero preparati all’indipendenza. In secondo luogo la Mesopotamia aveva dimostrato di essere un nido di vipere.

I curdi volevano creare, con i fratelli dei Paesi vicini, un Kurdistan indipendente. La maggioranza sciita non intendeva lasciarsi governare dalla minoranza sunnita. La comunità ebraica di Bagdad voleva qualche legittima garanzia. I cristiani (assiri e caldei) formavano un gruppo omogeneo e influente nella zona di Mosul. I capi delle tribù non erano disposti a cedere un’oncia del loro potere. Le grandi potenze (la Francia, la Turchia di Kemal e la Russia dei bolscevichi) avevano interessi che intendevano tutelare. I notabili della penisola araba (gli Hashem e i Saud) avevano ambizioni a cui non volevano rinunciare. Era cominciato quasi subito lo stillicidio degli attentati e degli assassinii. Nella zona del medio Eufrate i ribelli avevano preso d’assalto alcuni presidi e massacrato i funzionari inglesi. Un colonnello inglese, Gerald Leachman, era stato ucciso con un colpo di pistola alla schiena per ordine dello sceicco di cui era ospite. AKerbala, città santa degli sciiti, era stata proclamata la jihad contro la Gran Bretagna. Gli inglesi avevano reagito con metodi imperiali. Nell’agosto del 1920 truppe fresche, giunte dalle guarnigioni indiane, avevano riconquistato le città perdute e, più lentamente, le campagne.

Vi erano riuscite grazie ad alcuni massicci bombardamenti aerei e, secondo qualche cronista, all’uso dei gas. Ma quando avevano cercato di analizzare l’insurrezione le autorità britanniche avevano individuato non meno di tredici fattori: troppi per capire il nemico e la sua strategia. La repressione aveva dimostrato la superiorità delle forze armate britanniche, ma aveva dato un duro colpo alle finanze del Paese in un momento in cui la conversione all’economia di pace richiedeva molto denaro. La situazione, nel frattempo, non era meno preoccupante nella Palestina transgiordana dove Abdullah, figlio di Hussein, sceriffo della Mecca, si era installato ad Amman e sembrava deciso a marciare contro la Siria. Alla conferenza del Cairo quindi il problema da risolvere era questo: conservare il controllo dei territori e delle loro risorse, per quanto possibile, con pochi uomini e poco denaro. La soluzione fu raggiunta grazie all’uomo che aveva negoziato con i leader arabi, durante la guerra, la loro «rivolta del deserto» contro i turchi ottomani.
T. E. Lawrence conosceva bene gli hascemiti della Mecca ed era, in particolare, amico di Feisal, figlio dello sceriffo Hussein, per cui provava una sorta di ammirazione estetica.

Quando lo conobbe nel 1916 vide un uomo «molto alto e sottile, simile a una colonna nella sua veste di seta bianca e nel suo cupo turbante legato con una lucente striscia scarlatta e dorata. Le sue palpebre erano abbassate; la barba nera e la faccia pallida erano come una maschera che contrastava con la scattante vivacità del corpo» Con il padre Hussein e il fratello Abdullah, Feisal era stato il fedele alleato della Gran Bretagna durante la guerra. Se gli impegni presi allora fossero stati rispettati, avrebbe dovuto diventare re a Damasco. Perché non creare per lui un nuovo regno che si sarebbe chiamato Iraq? Perché non trattenere il fratello Abdullah ad Amman e creare per lui un secondo regno? Le due soluzioni parvero geniali. Con l’Iraq e la Transgiordania, beninteso, la Gran Bretagna avrebbe concluso trattati di amicizia che le avrebbero permesso di governare i due Stati per procura. Negli anni seguenti, per consolidare i due satelliti, gli inglesi conclusero accordi con gli altri Paesi della regione. Non vi è frontiera del Medio oriente che non sia stata tracciata e negoziata a Londra. Il Medio oriente moderno è, letteralmente, made in England. Si trattò soltanto di spregiudicata politica imperiale? No. Tutto questo non sarebbe stato possibile se tra la classe dirigente inglese e il mondo arabo non vi fosse stata, per alcuni decenni, una storia d’amore.

Nessun altro Paese ha educato, prima della Seconda guerra mondiale, un così alto numero di arabisti e islamisti. Pochi Paesi hanno capito e amato il Levante musulmano come la Gran Bretagna. Pochi ne sono stati a tal punto affascinati e sedotti. Trent’anni dopo il crollo dell’Impero ottomano una grande viaggiatrice inglese, Freya Stark, annunciò la nascita nel mondo arabo di un uomo nuovo che definì, con parola turca, effendi. Questo uomo nuovo, raffinato prodotto del Rinascimento arabo, non aveva nulla a che vedere con i pascià, gli emiri, gli sceicchi, gli imam e i mercanti della società tradizionale. Era un giovane signore, istruito, moderno, sensibile all’influenza della cultura occidentale, ansioso di rinnovare il suo Paese; e, naturalmente, filobritannico. Ma le migliori intenzioni possono produrre talora una cattiva politica. Appena nato, il regno dell’Iraq pretese una maggiore indipendenza e lo stesso Feisal si dimostrò meno conciliante di quanto Lawrence non avesse previsto. Più tardi, nel 1942, scoppiò nel Paese una rivolta filotedesca e filoitaliana che gli inglesi stroncarono, ancora una volta, con l’aviazione.

La Transgiordania si dimostrò più malleabile e attenta alle esigenze della politica britannica, ma la sua esistenza complicò la questione palestinese. Il Rinascimento divenne in arabo «Baath», vale a dire il nome del partito con cui Hafez Assad e Saddam Hussein hanno conquistato il potere in Siria e in Iraq. Il confine tra Iraq e Kuwait (un altro prodotto della diplomazia britannica) fu contestato da Saddam nell’agosto del 1990. E l’effendi, di cui Freya Stark intravedeva la nascita? Esiste ed è la speranza del Medio oriente. Ma per il momento il proscenio è occupato da emiri, sceicchi, imam e ayatollah. Il capitolo che Tony Blair ha aggiunto a questa storia britannica del Medio oriente non è ancora finito. Ma è iniziato con un guerra che assomiglia alle operazioni militari con cui la Gran Bretagna cercò di assoggettare l’Iraq in passato; ed è difficile immaginare, per il momento, un lieto fine.


pubblicazione: 09/07/2005
aggiornamento: 10/08/2005

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