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Intervista a GIACOMO VACIAGO.

Giacomo Vaciago è stato il primo sindaco di Piacenza ad essere eletto direttamente dai cittadini. Accadeva sei anni fa (1994) e molti ricordano la campagna elettorale americana che caratterizzò (anche in questo caso per la prima volta) le amministrative piacentine. La sua elezione, avvenuta con pochi punti percentuali di vantaggio, fu accolta e accompagnata da un entusiasmo con pochi precedenti da mezza città e contestualmente osteggiata da un'animosità con pochissimi esempi pregressi dall'altra metà. Senza dubbio il quadriennio Vaciago ha impresso una svolta significativa alla città, con un'amministrazione che, sull'onda di un entusiasmo mutuato dal sindaco professore, si mise a pensare in grande. Grandi progetti (voli pindarici per gli avversari), lavoro ordinario all'osso, addirittura un cambio di mentalità percepibile dal comune cittadino, solitamente distante e quasi annoiato dalle plumbee attività di palazzo. Comunque la si pensi, è innegabile che molte delle realizzazioni di oggi affondino le proprie radici negli anni della sua amministrazione. Oggi il professor Vaciago è tornato all'università e alla sua mezza dozzina di impegni ad altissimo livello (è un economista di fama internazionale). Nell'intervista che segue "l'oxfordiano" (che in quella prestigiosa università ha studiato e ha pensato bene di farvi studiare anche il figlio, come lui stesso sottolinea), è stato sollecitato sull'economia (naturalmente) e soprattutto sul presente e il futuro di Piacenza. Il risultato è un monito per la città, per l'attuale giunta e soprattutto per il centrosinistra ("perde perché vuole perdere").

Professor Vaciago, l'economia piacentina sembra in perenne oscillazione fra tensione verso lo sviluppo e tenaci tentazioni conservatrici di difesa dell'esistente. Qual è la sua considerazione?

"L'economia piacentina - ma in realtà ciò vale per l'intera società - è molto prossima alla media del Paese, della quale condivide aspetti positivi e negativi. Io la uso come "termometro" per sapere come va l'Italia: negli anni scorsi, sia Piacenza sia l'Italia hanno registrato un miglioramento. La qualità dei nostri prodotti è buona e la ripresa ci ha favorito." La realtà locale è oggetto, negli ultimi anni di studi e ricerche. Da una di queste, assai recente, condotta dagli studenti della Cattolica, è emerso che a Piacenza è nato un gran numero di aziende che operano nella new economy, ma il cui mercato è quasi totalmente extra locale. In sostanza, a Piacenza si producono servizi avanzati che le aziende piacentine ancora non richiedono e questo è un segnale di arretratezza del tessuto economico locale. Come è possibile far dialogare questi due mondi? "La New economy è interazione tra ricerca e finanza, ambedue innovative in quanto meritocratiche. E' quanto sostengo in un libro di prossima pubblicazione con la casa editrice il Mulino, che ho scritto quest'estate insieme a mia figlia Elena (docente di Internet all'Università Cattolica). Che vi siano nuove aziende anche a Piacenza, nel campo delle tecnologie innovative, non stupisce perché il capitale umano è da noi buono. Manca però la finanza innovativa, che servirebbe alla loro crescita".


Lei è stato sindaco di Piacenza per quattro anni: ha avuto l'occasione di conoscere a fondo la città. Bene, esiste dunque una piacentinità? In caso affermativo, secondo lei può convivere questo concetto con la globalizzazione? La conservazione di una identità locale sembra costituire, oggi, uno dei problemi più sentiti (e non solo a Piacenza) in relazione a nuove problematiche sociali, immigrazione in primis. La difesa della propria identità culturale, se malintesa, può determinare episodi di intolleranza e perfino di razzismo. Che cosa deve o dovrebbe fare la politica (anche quella locale) per diffondere la cultura della tolleranza?

"La "piacentinità", di cui ho spesso sentito parlare, per alcuni sono le nostre virtù e per altri i nostri difetti. La mia valutazione è diversa. La persona che ho conosciuto, e stimato, che meglio riassumeva la "piacentinità" era il Cardinal Casaroli.
Le sue virtù erano: l'intelligenza - mai esibita; la pazienza - sempre presente; l'obiettivo del risultato e il grande interesse per il prossimo; il tutto unito ad una curiosità volta ad apprendere sempre cose nuove. Ciò lo portava a girare il mondo, conservando però un grande amore per le sue radici e i suoi amici a casa. Considero questo un modello per ciascuno di noi! Certamente il meglio della "piacentinità", non solo compatibile con la globalizzazione, ma ad essa naturalmente collegata. Incontro piacentini in tutti i paesi del mondo, e li ritrovo poi anche in Piazza Cavalli: il piacentino vero è orgoglioso della sua cultura che non considera inferiore a nessun'altra. Ma è anche molto disponibile nei confronti del prossimo. L'intolleranza e il razzismo non ci appartengono. Non a chi ha buone radici piacentine. Diffidate però di chi fa solo finta di esser piacentino".


Restiamo a Piacenza. Una delle critiche ricorrenti rivolte alla sua giunta riguardava una presunta presbiopia: grandi progetti, scarsa attenzione al quotidiano. Oggi, alla giunta Guidotti, viene rivolta l'accusa opposta. Gli stati generali hanno tentato di fare il punto della situazione. Quali sono dal suo punto di vista i progetti urgenti per i prossimi anni?

"Due cose sono essenziali.
Sviluppare - e far incontrare - polo universitario e polo logistico.
E proseguire una politica di qualità urbana, che significa valorizzare i tanti luoghi già di eccellenza di Piacenza.
Molto è stato fatto; ma moltissimo resta da fare: è incredibile il numero di chiese, conventi, caserme, e palazzi pubblici che a Piacenza vanno in malora. Che la città non gode. Che invece di creare ricchezza producono povertà. La responsabilità dei proprietari (Stato, Comune, Chiesa) è grave; una regia del Comune sarebbe indispensabile; dieci anni potrebbero bastare. Per quanto riguarda la mia strategia da Sindaco vorrei ricordare due cose. Anzitutto, che avevo già imparato negli anni '80, come consulente del Governo (con Amato, prima a Palazzo Chigi e poi al Tesoro) che in Italia è ben difficile riuscire a combinare qualcosa.
Devi avere obiettivi molto ambiziosi, perché comunque riuscirai a realizzarne solo una parte.
Se vuoi far poco, finisci col far nulla
.
La seconda cosa è che nei miei 4 anni da Sindaco sono stato fortunato perché ho trovato in Comune persone splendide, che avevano voglia di fare e ci tenevano a vedere il risultato del loro lavoro. Siamo riusciti a chiudere tanti cantieri (la cosa di cui sono più orgoglioso è ovviamente Ca' Torricelle!) e ad aprirne altrettanti".


L'avvocato Sforza Fogliani, importante esponente del centrodestra piacentino, nell'intervista da noi pubblicata sul numero scorso sottolinea con preoccupazione la "colonizzazione dei centri decisionali locali".
Di questi giorni è l'acquisizione della Mandelli da parte della Riello. L'azienda è da tempo non più piacentina, ma l'esempio è utile perché proprio la Mandelli negli anni '80 aveva rappresentato un punto di forza dell'imprenditoria piacentina attorno al quale si sarebbero dovute creare anche politiche d'innovazione e di ricerca (non doveva andare in questa direzione il progetto del consorzio Leonardia?…)
Quali sono le ragioni dell'alienazione costante dei centri direzionali?
Quali e dove le responsabilità, se ci sono?
Negli stessi imprenditori che non sono in grado di reggere la grande dimensione?
Del sistema economico locale che non predispone gli strumenti adatti perché l'industria possa crescere?
Delle infrastrutture che mancano?… Del sistema creditizio?


"In piena globalizzazione e con l'Europa da costruire, è partito un nuovo "rubamazzo": o compri o sarai comprato. Riguarda non solo Piacenza, ma ogni realtà, non solo italiana. I soldi non essendo scarsi, il limite non è quasi mai questo. Il problema vero è che Piacenza è "piccola", e non sopporta dimensioni ambiziose.
Chi ci prova e ha successo è costretto ad andarsene.
Vale per ciascuno di noi (quanti sono i "pendolari" piacentini?), e vale anche per le direzioni delle aziende.
C'è dunque una scelta dolorosa: porsi obiettivi ambiziosi o accontentarsi.
In ogni caso, il pluralismo che si accompagna alla mancanza di realtà locali di grande dimensione (che sarebbero ovviamente di numero limitato) è in sé un aspetto positivo, che i piacentini sembrano apprezzare".
A proposito di infrastrutture, di insediamenti e altro.
Il Laboratorio di economia locale della Cattolica ha condotto una ricerca - il preliminare è stato presentato agli stati generali - nel quale si evidenzia che quei fattori che costituiscono motivi di attrazione per il territorio, una volta sperimentato l'insediamento, diventano i punti deludenti.
Per esempio se l'aspettativa in fatto di formazione del personale è alta (per la presenza dell'università) e quindi diventa una delle ragioni dell'insediamento, questa si rivela poi, alla prova dei fatti, un motivo di delusione.


A suo giudizio, per crescere in formazione che cosa si dovrebbe fare?
Quanto tempo è necessario e come stare al passo nel frattempo visto che la competizione non dà tregua?


"La formazione è la cosa che più conta in termini di prospettive di sviluppo, perché è chiaro che è il capitale umano, più che la terra o le macchine, che dà oggi il maggior contributo alla crescita della ricchezza.
Ma non basta l'Università! Dobbiamo ricominciare dalla scuola.
Io ho avuto la fortuna di poter frequentare prima il Collegio San Vincenzo (che era una scuola di eccellenza) e poi il Melchiorre Gioia (che mi dicono stia ritornando all'antico splendore). Ma dieci anni fa, presi la decisione - difficile e costosa - di mandare il mio ultimo figlio a scuola in Inghilterra, perché non riuscivo più a trovare scuole di qualità a Piacenza. E' scuola di qualità quella che educa ed "insegna a imparare", rispettando la vocazione di ognuno. E poi c'è lo sport: mio figlio, a Oxford, dedicava 2 ore al giorno a remare sul fiume, con qualunque tempo! Perché cooperare e competere sono i valori di una classe dirigente e lo sport è utilissimo a fartelo capire. C'è qualche scuola a Piacenza dove tutti gli studenti devono praticare due ore al giorno uno sport di squadra?


Ancora sulla sua esperienza nell'amministrazione cittadina. La sua elezione rappresentò una parentesi che probabilmente resterà isolata nella storia del centrosinistra piacentino. Vale a dire il "passo indietro" dei partiti nella gestione della cosa pubblica. Una condizione che si rivelò ben presto difficile da gestire. Ora quel centrosinistra di cui a Piacenza lei è stato leader ha subito una forte trasformazione, meglio dire una mutazione. Nella gara per la premiership ora ci prova Rutelli che è stato uno degli animatori di quel "partito dei sindaci" di cui si parlava molto nel periodo della sua esperienza amministrativa. Come giudica, se la ravvisa, l'oscillazione ormai costante dell'aggregazione di centrosinistra tra il prevalere dei partiti un giorno, e il subentrare di certe forme di movimento il momento successivo? E' forse la "malattia infantile" del centrosinistra?

"Fui eletto Sindaco nel 1994 senza aver avuto alcuna precedente esperienza politica, e sono rimasto anche dopo estraneo al mondo dei partiti.
Per me, il Sindaco eletto dai cittadini, con voto segreto, dovrebbe riuscire ad essere il Sindaco di tutti, confrontandosi in Consiglio Comunale - ma non in Giunta, perché questa è la sua squadra - con i rappresentanti eletti dai cittadini secondo gli schieramenti dei partiti.
Mi è difficile esprimere giudizi sul centrosinistra, che mi è anche difficile oggi comprendere.
Avevo creduto nell'esperienza dell'Ulivo (non solo per amicizia personale con Romano Prodi), e credo che dovremo tornarci se e quando ci porremo l'obiettivo di vincere delle elezioni".


Restiamo all'esperienza delle amministrative di due anni fa.
Che cosa determinò la sconfitta di Politi nel '98?
Furono i partiti che non l'appoggiarono a sufficienza, furono i "personalismi" di qualche politico?
A distanza di due anni e due anni prima delle prossime elezioni amministrative un'analisi sarebbe d'obbligo…


"Vale quanto stavo dicendo alla fine della precedente risposta. A Piacenza, vince chi vuole.
Ho vinto nel 1994, perché lo volevo davvero: mi aiutarono i miei quattro figli, e tantissimi giovani amici!! Ma quattro anni dopo, il centrosinistra preferì perdere, e ci riuscì benissimo. Io mi ero tirato da parte, dimettendomi da Sindaco con qualche mese d'anticipo. Politi era il più adatto a succedermi, per l'intelligenza della sua visione (molte cose del mio programma e del mio successo erano in realtà idee sue). Ma i partiti che gli avevano promesso sostegno non hanno mantenuto la promessa. Quando a Piacenza qualcuno preferisce perdere, ci riesce benissimo. L'abbiamo visto anche in seguito, in altre vicende".


Una delle azioni principali della sua azione di governo a Piacenza è stata la spinta impressa allo sviluppo del polo logistico piacentino.
Oggi questo polo è decollato (così come il polo universitario).
Quanto al tema delle aree industriali, quali sono le scelte che, a suo giudizio, si dovrebbero compiere oggi per qualificare, sul piano tecnologico, questo indirizzo ed evitare che la logistica a Piacenza resti soltanto un centro di stoccaggio delle merci?


"La logistica è il cervello applicato ai Trasporti, ed è strettamente legata alla New economy. Se pensiamo solo ai magazzini e ai camion, non stiamo facendo della vera logistica. Io spero che si continui a fare della logistica, ma proprio per questo, oltre alle aree, volevamo fare una società - "Piacenza Sviluppo" - con una maggioranza non pubblica, ma privata. La destra ci ha fatto la guerra, per difendere un suo piccolo interesse privato, e gli industriali (cui volevo attribuire la maggioranza di "Piacenza Sviluppo") non hanno saputo essere classe dirigente. Il risultato - come altre volte a Piacenza - è molto debole e non dà fastidio ai poteri forti altrove. Il pericolo che il polo logistico, se si vendono singole aree pubbliche all'asta, sia poco più di un grande magazzino privo di cervello, è un pericolo vero. La prossima amministrazione potrà ancora porvi rimedio, se lo vorrà. Ma l'unico che l'aveva davvero capito, in passato, era stato il mio assessore Mino Politi, l'unico a portare avanti un discorso serio, di interesse collettivo".


E' nata da poco tempo Banca Farnese. Quale è il ruolo che può svolgere un istituto di credito "localissimo" che nasce oggi in una stagione di grandi concentrazioni bancarie? D'altra parte il fermento e il gran numero di soci (mille) che la banca ha raggruppato sembra far intendere che l'iniziativa era attesa …
"Non solo a Piacenza, continuano a nascere nuove banche; cioè si ha la possibilità di innovare nei servizi bancari più facendo una banca nuova che migliorando quelle esistenti. Non conosco il business plan della Banca Farnese e quindi non sono in grado di dare un giudizio tecnico. Sono però favorevole a tutto ciò che serve alla concorrenza. Non dimentico però di essere da sempre azionista (le azioni le ho ereditate da mio padre!) della Banca di Piacenza".


Aria, acqua, terra sono messe a rischio da questo sviluppo che, qua e là, sul pianeta ha saccheggiato le risorse - creando benessere, certo, ma facendolo convergere in una sola parte del mondo; pensa che l'unico modello economico possibile sia quello che si è sviluppato nel corso del Novecento? Dal suo punto di vista di cattolico e di analista della realtà non le sembra che alcune "correzioni" dovrebbero essere apportate a quel modello? E quali?

"I governi si occupino dei beni pubblici essenziali, facendo bene poche cose; e gli imprenditori rispettino buone regole che conciliano il tornaconto individuale con il benessere sociale.
Non esiste altra ricetta che produca più benessere. Le utopie - pensiamo al comunismo - di solito finiscono in tragedia.
L'egoismo e la prepotenza di chi trascura i valori dello spirito, riducendo tutto al benessere materiale, sono altrettanto pericolosi perché generano miseria morale anche in mezzo all'abbondanza delle merci.
Ho quattro figli e ho in arrivo il quinto nipotino: la lungimiranza di una società attenta ai bisogni dei propri discendenti, questa è la mia ricetta.
Un grande economista - John Maynard Keynes - scriveva che "nel lungo periodo, siamo tutti morti". Ma l'abbiamo preso troppo alla lettera.
Io ho scritto il contrario, cioè che "nel lungo periodo, siamo tutti vivi" e se ci preoccupassimo di più dei nostri eredi, anche di quelli che non sono ancora nati, il mondo sarebbe un po' migliore.
Ma dobbiamo incominciare da casa, da Piacenza".


pubblicazione: 01/12/2000
aggiornamento: 29/05/2005

Giacomo Vaciago. 2900
Giacomo Vaciago.

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