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Industria : crescono addetti e fatturato e prevale la forza dei gruppi

Tiene.
E cambia.
Sì, le nostre imprese industriali ci sono ancora, nel tempo della deindustrializzazione che manifesta flussi imponenti di capitali e produzioni che si spostano verso l'Oriente, sempre più Estremo.
Ci sono ancora, occupano tanta gente (26 mila persone in provincia), e cercano di competere nelle arene combattute dell'economia mondiale.
Per far questo devono cambiare, evolversi, trasformarsi, acquisire conoscenze, competenze e innovazioni.
Abbiamo studiato i piccoli-grandi mutamenti dell'"industria che cambia" con una duplice evidenza: da un lato la "tenuta" del comparto manifatturiero piacentino, che non ha vissuto processi estremi di deindustrializzazione come in altri contesti anche vicini, dall'altro lato la "rigenerazione" del tessuto produttivo ed organizzativo delle imprese industriali leader del territorio locale.

La prima chiave di lettura, la "tenuta", si circostanzia innanzitutto nei dati strutturali dell'economia locale, che negli ultimi 50 anni rivelano trend di crescita del Pil non penalizzanti anche rispetto alle aree di tradizione industriale del paese (nord ovest) e dei distretti produttivi (nord est e fascia adriatica).
Il sistema industriale piacentino fondato sulle medie imprese e sulla diversificazione produttiva e settoriale, ha sofferto in modo meno incisivo il cosiddetto "declino" dell'economia nazionale.
Infatti anche i comparti tradizionalmente ad alta specializzazione relativa e più pesanti in termini occupazionali (macchine utensili, materiali da costruzioni, agroalimentare, prodotti in metallo, mezzi di trasporto) hanno tenuto la propria base produttiva nell'area e, tra alti e bassi congiunturali, confermato una forte localizzazione locale.
Le stesse imprese leader dell'industria piacentina rivelano dinamiche positive di crescita di addetti e fatturato nell'ultimo quadriennio.

La prima grande trasformazione degli assetti produttivi è l'emergere dei gruppi industriali, sia formali che informali, sia locali che esterni: si tratta di forme organizzative a rete, che prefigurano nuove e consistenti capacità finanziarie e commerciali.
Queste dinamiche si circostanziano anche in mutamenti significativi degli assetti proprietari, con massicci ingressi di capitali esterni ed esteri, soprattutto con funzioni di salvataggio o rinnovamento delle realtà aziendali esistenti.

Un altro elemento di trasformazione è connesso al crescente processo di managerializzazione aziendale, con il passaggio della gestione di impresa dai proprietari/titolari a nuove figure di manager e dirigenti che apportano competenze ed esperienze anche da contesti esterni.

Tuttavia non mancano alcuni nodi problematici, che caratterizzano le imprese leader piacentine e impongono risposte puntuali sia dai protagonisti individuali che dai soggetti collettivi.
Innanzitutto si registrano situazioni singole e settoriali di particolare sofferenza competitiva: un terzo delle imprese leader registra un calo di addetti e fatturato negli ultimi cinque anni, con connessi decrementi reddituali e degli investimenti produttivi.
Non si tratta solo dei comparti della manifattura leggera (tessile-abbigliamento, legno-mobili, calzaturiero, etc.) sottoposto alle forti tensioni competitive delle economie emergenti; in alcuni casi sono settori a forte capacità innovativa ed esportativa (come le macchine utensili) che soffrono l'acutezza della fase critica del ciclo congiunturale; in altri casi si tratta di singole nicchie o aziende incapaci di rigenerare le proprie performance di mercato.
In tali casi la presenza di gruppi industriali più ampi in termini di proprietà e capitali, sembrano attutire la gravità delle crisi, grazie anche agli ammortizzatori sociali (cassa integrazione e processi di mobilità, peraltro cresciute nell'ultimo biennio) che riducono le difficoltà finanziarie congiunturali.

Il secondo nodo critico è connesso alla struttura occupazionale aziendale, dove il peso dei profili più qualificati (laureati) appare ancora sottodimensionato, almeno rispetto all'offerta di lavoro locale.
Anche in questo caso si tratta di un lento processo di innalzamento del livello qualitativo delle risorse umane impiegate, che stenta a diffondersi anche per motivi contrattuali e culturali, producendo peraltro nuovi fenomeni di disoccupazione intellettuale.

Nel campo produttivo, si osserva un ridotta diversificazione, con la maggior parte delle imprese leader concentrata sulla prima linea di produzione (67% del fatturato in media).
Se si associa tale evidenza alla fase del ciclo di vita del settore, per lo più maturo (50% delle imprese leader) o in declino, emergono elementi di rischio competitivo piuttosto importanti: un quarto delle imprese riconosce le proprie dimensioni come inferiori ai principali concorrenti; in generale la struttura commerciale e finanziaria è percepita come punto di debolezza.

I processi attivi di internazionalizzazione appaiono ancora deboli: rare sono le esperienze di produzione diretta in altri paesi (10% delle imprese), poco presenti strutture di vendita o filiali commerciali all'estero, ridotta la capacità di penetrazione in alcune filiere importanti, quali l'agroalimentare, la cura della persona e l'arredamento.

Un altro punto di criticità delle imprese industriali piacentine è rappresentato dalla perdurante debolezza della cooperazione sia tra imprese, per la scarsa propensione a costituire consorzi e partnership interaziendali, sia con le istituzioni locali, i centri di ricerca, le università piacentine ed esterne.
Questa tendenza è solo parzialmente invertita nell'ultimissimo periodo, grazie ai nuovi progetti di ricerca applicata e a nuove esperienze consortili in materia di progetti infrastrutturali.

Paolo Rizzi, Libertà del 7 dicembre 2005


pubblicazione: 07/12/2005

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