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Il martedì nero di Romano

di FABIO MARTINI

Alle 7,35, appena svegliato e dopo aver sorseggiato un caffè, Romano Prodi stava iniziando il suo jogging sul tapis-roulant con un orecchio alla rassegna stampa di Radio Radicale.

Ed è stato dalla voce del direttore Massimo Bordin che il presidente del Consiglio ha appreso che il presidente della Camera dei deputati aveva sentenziato «il fallimento» del centrosinistra in un’intervista a La Repubblica.

Visto che la sera precedente Fausto Bertinotti non aveva preavvertito Romano Prodi di quella intervista-benservito, il Professore si è dovuto andare a leggere per intero l’esternazione del presidente della Camera, che dismessi i panni istituzionali, ha reindossato quelli di leader del Prc.

E scorrendo le parole di Bertinotti, Prodi è restato di sasso:
«Il governo sopravvive», «Palazzo Chigi ha finito per aumentare la distanza dal popolo della sinistra», «il Cavaliere è un animale politico, è attendibile la sua disponibilità a fare le riforme», per non parlare di quel passaggio finale, quel parallelo lirico-necrofilo tra Prodi e Vincenzo Cardarelli «il più grande poeta morente».
E a quell’ora della mattina il premier ancora non poteva conoscere la successiva, perfida precisazione di Bertinotti:
«Ma Prodi non è un poeta...».

L’intervista bertinottiana se non è un preannuncio di crisi di governo, ci somiglia molto.

E per una volta Romano Prodi, uomo che rarissimamente si «sgualcisce», si è imbestialito: in privato ha esternato parole molto, molto forti nei confronti di Fausto Bertinotti, protagonista di un attacco che il premier ritiene ingiusto, immotivato e poco responsabile.
Un attacco di cui Prodi comprende però la pericolosità.

Di nuovo leader a tempo pieno di un partito che sta vivendo con senso di colpa e con frustrazione l’esperienza di governo, Fausto Bertinotti ha lasciato intendere di essersi messo alla finestra, in attesa di capire verso quale modello elettorale virerà il partito democratico di Walter Veltroni e di Romano Prodi.
Il «tedesco» o lo «spagnolo»?
Il primo è sponsorizzato dal Prc perché costringerebbe gli altri partiti della sinistra radicale a fare cartello con Rifondazione, mentre l’altro modello piace a Pd e Berlusconi perché favorisce i grandi partiti.
Ma se si dovesse scegliere lo «spagnolo» - così hanno capito a Palazzo Chigi - il Prc è pronto ad aprire la crisi di governo, per prepararsi una legislatura (la prossima) di opposizione.

Un labirinto tattico nel quale però rischia di smarrirsi anche Rifondazione.

L’esternazione bertinottiana in poche ore ha messo in pre-crisi non solo il governo, anche la cosiddetta «Cosa rossa», la federazione dei partiti della sinistra radicale che proprio in questo fine settimana dovrebbero dar vita ad una sorta di convention-costituente.
Il leader della Sinistra democratica Fabio Mussi ha sparato a zero sul linguaggio massimalista di Bertinotti («Che sinistra vogliamo costruire? Certo non residuale e protestataria...»), parole simili ha pronunciato il segretario del Pdci Oliviero Diliberto («Bisogna avere una vocazione da partito di governo»), mentre il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, dopo essere stato ricevuto da Prodi, ha rispolverato il «fantasma del 1998», usando parole fortissime: «Far cadere il governo sarebbe un regalo a Berlusconi: tutto ciò è scandaloso!».

Naturalmente l’affondo di Bertinotti ha prodotto uno choc anche nel resto nella maggioranza.

Walter Veltroni - che a differenza di Prodi e del leader del Prc Franco Giordano sarebbe stato l’unico ad aver saputo in anticipo il contenuto dell’intervista bertinottiana - ha mandato un avvertimento a Rifondazione:
«In questo momento creare difficoltà al governo significa anche indebolire la prospettiva delle riforme istituzionali ed elettorali».
La verifica di gennaio richiesta dal Prc?
«Già la parola mi fa venire il mal di fegato...».
Certo, la scudisciata di Bertinotti non è giunta inattesa.

Già da diverse settimane a Palazzo Chigi avevano annotato le ripetute esternazioni di Bertinotti, quel lessico un po’ leghista («Il governo? Il malato ha preso un brodo e anche malati emaciati e infebbrati sopravvivono a lungo»), ma Prodi sapeva che Rifondazione era entrata in «riserva» per aver maldigerito le modifiche forzose sul Protocollo Welfare-pensioni.

Il premier sa che i margini si sono ristretti, ma chi ha parlato ieri con lui non esclude che Prodi possa assecondare ciò che finora ha guardato con sospetto: un accordo sul modello elettorale tedesco.

(da La Stampa del 5/12/2007)


pubblicazione: 05/12/2007

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