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Il M5S si prende 19 città su 20

di Ilario Lombardo

Nulla avviene a caso nel M5S.

Se il sito di Beppe Grillo apre con un sobrio post in cui si gioisce per la vittoria di Torino e Roma, ed è firmato «di Movimento 5 Stelle», qualcosa vuol dire.

Se fuori dal quartier generale di Roma il boato della folla invoca il «presidente» Luigi Di Maio, significa che non era solo un voto amministrativo.

I Cinquestelle hanno vinto 19 ballottaggi su 20.
Lo hanno fatto con il lutto al braccio per Casaleggio e Beppe Grillo, tornato su un palco a far ridere senza chiedere in cambio voti.

Il popolo pentastellato, che si gode la diretta del grande evento su un foglio di asfalto che accoglie gioia e rabbia, bandiere dell’Italia, impensabili vessilli borbonici e una strano tipo vestito da moschettiere, guarda lo spettacolo di Roma espugnata senza il suo capocomico. Grillo aspetta, di lato. Come aveva promesso. Non ruba la scena ai suoi ragazzi nella notte del successo.
«E’ vostra, questa vittoria è vostra. Tocca a voi» dice al cellulare, in vivavoce. Grillo attende all’hotel Forum, dove è rimasto anche per problemi di sicurezza, attaccato al telefono e davanti alla tv. Ma oggi rientrerà in scena alla grande festa organizzata per celebrare «la prima tappa per la presa della Bastiglia».

Roma è l’anticamera di Palazzo Chigi agli occhi dei parlamentari.
C’è Di Maio, il più ricercato dalle telecamere, che parla da leader in pectore e lancia la sfida a Matteo Renzi: «I cittadini ci hanno riconosciuto la capacità di governare. Ora siamo pronti per l’Italia».
C’è Di Battista che pesca applausi con la faccia di chi non si fa consumare dai riflettori.
C’è Carla Ruocco, con gli occhi brillanti che racconta di un Grillo rilassato: «Ci ha detto che ce l’avremmo fatta. Fino alla fine era sicuro e ci rassicurava. Roma e Torino: abbiamo fatto la storia».

L’incredulità per la vittoria di Chiara Appendino le si legge in faccia, mentre rivolge lei domande alla folla «Ve lo aspettavate? Dite la verità…». Anche Grillo, raccontano, è quasi più entusiasta per Torino che per Roma, memore di quella frase che Fassino gli rivolse anni fa: «Mi aveva detto che se volevo fare politica dovevo fondare un partito. Eccolo servito…» Roma, invece, è l’inizio di una nuova era per i ragazzi di Grillo. «Ora tocca noi» ripetono. Ma può essere anche la fine. Lo sanno bene. «Non siamo nati ieri, sappiamo cosa ci aspetta».

Dovranno fare i conti con quell’«impasto criminale» che nell’enfasi del loro racconto è questa città ridotta a macerie. Vestito da saggio, Grillo è il primo a incoraggiarli, a suo modo: «Lo diceva anche Gianroberto: Roma è il trampolino per il governo. Se falliamo siamo fottuti».

Un pensiero a Gianroberto Casaleggio lo dedicano tutti. La costruzione, minuziosa e serrata, di questa vittoria, è iniziata molti mesi fa, quando il guru fondatore era ancora in vita. Le amministrative sono sempre stato una grana per i pentastellati, organizzati come una testuggine quando c’è da gridare contro la casta del Palazzo, impalpabili agli occhi degli italiani quando i problemi da risolvere sono buche e immondizia.
Roma è quasi tre milioni di abitanti, un ventesimo dell’Italia intera.
E’ un piccolo Stato dove allenarsi per conquistare il governo, con la convinzione però di avere in tasca una nuova patente di credibilità.
Virginia Raggi non sarà sola però. La Casaleggio guidata dal figlio di Gianroberto, Davide, blinderà ogni singola decisione, e fornirà una strategia mediatica perfetta quando dovrà raccontarsi il conflitto tra Palazzo Chigi e i nuovi inquilini del Campidoglio. Anche un eventuale fallimento, come la vittoria, avrà bisogno della sua narrazione.

da www.lastampa.it




pubblicazione: 19/06/2016
aggiornamento: 04/03/2017

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