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Il Cavaliere lancia il «bagnino style»

La bandana del premier diventa un caso

Fermamente deciso a confermarsi nel ruolo di sobrio e riservato statista mondiale, nel solco tracciato con le simpatiche corna alla riunione dei ministri degli Esteri della Ue e la scarpa tolta a Caceres per mostrare ai cronisti che non porta i tacchi alti, il Capo del Governo Silvio Berlusconi lavora febbrile anche in vacanza. E dopo avere sdoganato il fez di Fini e la canottiera metalmeccanica di Bossi, ha finalmente dato dignità internazionale al «bagnino style». Abbronzatura alla Briatore luccicante di pomate, pantaloni bianchi larghi alla Franco Califano detto «Er Califfo». Camicia aperta fino all’ombelico per mostrare il villoso petto, sorriso plasti-chirurgico con labbra Michelin e, tocco finale, una stupefacente bandana da cubista.

Oddio, qualche inconveniente c’è stato. Basti pensare ai telegiornali che, dovendo mandare in onda le sue indignate dichiarazioni sul vile attacco dei miliziani ai nostri carabinieri a Nassiriya, hanno usato come immagini la sua passeggiatina tra le botteghe di Porto Cervo tra Tony e Cherie Blair. Immagini che, con quella allegria forzata, quei modi finto-disinvolti tra body-guard aggressivissimi, quei saluti con la manina alla gente che ciabattava tra le gioiellerie e il porto dove sono attraccate barche coi pavimenti in marmo di Carrara e librerie coi libri vuoti per risparmiare sul peso, stonavano in modo accecante con la guerra in Iraq. Per non dire del contrasto con le «vacanze» coatte di milioni di italiani costretti a ritagliarsi un po’ di sabbia fetida su fetide spiagge tra fetide rovine industriali quale quella di San Giovanni a Teduccio dove giorni fa è morta quella mamma dopo aver salvato i suoi tre figli.

Per carità, i gusti sono gusti. E il presidente del Consiglio ci ha già abituati a show che sembrano rifarsi alla incessante voglia di stupire di un genio del circo come Phineas Taylor Barnum che per meravigliare Edoardo, principe di Galles, in visita a New York nel 1860, gli fece trovare una gigantessa alta 2 metri e 30, un bambino immensamente grasso, un ossuto spilungone così magro che faceva la parte dello scheletro vivente e alcuni «bambini aztechi» che in realtà erano poveri bimbi pelosi e ritardati mentali. Onestamente: a quanti premier al mondo, dal Giappone al Costarica, sarebbe venuto in mente di chiudere una serata come quella dell’altra sera a Porto Rotondo con una serie di fuochi d’artificio con la scritta finale «W Tony» degna di un materassaio della Bassa alla festa in onore di ricchi cammellieri maghrebini? Il capo del governo italiano, come devono ammettere anche gli avversari, non ha tutti i torti quando denuncia, nella stampa straniera, l’esistenza dei soliti, vecchi e insopportabili pregiudizi anti-italiani (inaffidabili, mafiosi, disordinati, privi di senso dello Stato...) mascherati da un pregiudizio anti-berlusconiano.

Basti pensare alla copertina dello Spiegel col titolo «Il Padrino», al documentario sull’Italia berlusconiana che aveva come sottofondo la musica del celeberrimo film con Marlon Brando, a reportage come quello del tedesco Hans-Jürgen Schlamp secondo il quale «nella repubblica di Berlusconi diventa legge quello che serve a questo omuncolo di 1,64 m con un ego enorme».
Per non dire di certi pezzi come quello pubblicato nel gennaio scorso dal Times : «Il primo ministro italiano, noto per l’abbronzatura permanente e la suscettibilità per la sua altezza...». O ancora il reportage del New York Times del dicembre 2003: «Il premier italiano ha ridotto la politica a una soap opera . Il Paese si trova in una condizione catastrofica. Dopo lo scandalo Enron il congresso americano ha approvato immediatamente leggi per prevenire simili abusi. L’Italia, invece, è andata per la sua strada. Guidata da Berlusconi ha approvato leggi per impedire che siano punite le frodi in bilancio. In tal modo si è preparata la strada allo scandalo Parmalat».

Una lettura dei fatti spesso dichiaratamente ostile. Ma certo il nostro premier non fa molto per far cambiare idea ai cronisti stranieri che poi formano l’opinione pubblica del mondo. Basti rileggere l ’International Herald Tribune del luglio 2003: «Dopo che gli ospiti avevano terminato il gelato tricolore - pistacchio, vaniglia e fragola - Berlusconi si è diretto a passo svelto verso una scalinata di marmo invitando i giornalisti a seguirlo nella stanza da bagno di cui aveva parlato in precedenza. Ha aggiunto che li portava lì perché la cosa poteva "interessare alle signore"». Cos’era? «La vasca da bagno nella quale Gary Cooper ha lavato la schiena ad alcune dame».

Chiaro: gli italiani non sembrano aver rimpianti per certi lugubri figuri della Prima Repubblica, che vestivano sempre di nero e parlavano una lingua incomprensibile e si facevano scudo della più anonima seriosità per mascherare la mancanza di una serietà di fondo nella gestione della cosa pubblica. Ma forse, tra l’inamidato e luttuoso formalismo di un tempo e la bandana da discotecaro che, come qualcuno ha scritto, ci tirerà addosso nuove ironie sulla «Repubblica delle Bandane», c’è una via di mezzo. Alla larga dalle ipocrisie: non basta un doppiopetto a fare uno statista, non basta un orecchino o un parrucchino carota a ridicolizzare uno scienziato nucleare. Ma se il Cavaliere ritiene di avere un problema di immagine, reso ancora più evidente da questi soggiorni nella villa in Sardegna tra piscine abusive e finti antichi nuraghi, carrubi di mezzo millennio trapiantati e attracchi alla 007, forse non saranno un lifting o la bandana a renderlo più credibile agli occhi degli scettici.
«A chi vorrebbe somigliare?», gli chiese una volta Enzo Biagi. Rispose d’essere indeciso tra Adenauer, Churchill e De Gaulle. Scelga pure con comodo. Ma se avesse intenzione di stupirci la prossima volta con qualche altra sortita giovanilista tipo un simpatico tatuaggio, per favore, ci pensi su.

Gian Antonio Stella


pubblicazione: 19/08/2004

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