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Il «celeste» Roberto studia da premier.

Di GIAN ANTONIO STELLA
Corriere della Sera del 12/1/2005

«Sono pronto a guidare il Polo nel 2005», disse.
Poi, colto da un capogiro, aggiunse pudicamente:
«Magari con Berlusconi presidente della Repubblica».
«Sì, ciao, e io vorrei essere Kim Basinger», rise feroce Marcello Pera.
Eppure, quattro anni dopo l’intervista all’ Espresso in cui confidava spericolatamente le sue ambizioni, Roberto Formigoni pare davvero muovere le sue pedine per avvicinarsi alla meta prefissa.
O almeno così malignano i suoi non rari nemici, che, dentro e fuori il centrodestra, scommettono che l’idea di una «lista del governatore», al di là della tesi ufficiale sulla necessità di «andare oltre la Casa delle Libertà» per vincere meglio le prossime Regionali, non sia altro che la voglia di mostrare che lui può già giocare in proprio.
Quello che collaboratori e amici chiamano con affettuosa ironia «Il Celeste», variante mistica e ciellina dell’azzurro forzista, non ha mai nascosto di puntare in alto.
Su, su, su.
Al punto che in quelle confidenze al settimanale, parlando di se stesso in terza persona come fanno le mezzale sinistre, spiegava:
«Non ho nessun problema a dirlo con uno slogan: se Berlusconi vuole vincere, deve copiare Formigoni. E dopo Berlusconi, per il Polo c’è solo Formigoni».
Cioè?
«Mi spiego: vorrei "ispirare" anche il prossimo programma nazionale del Polo, con i principi applicati con successo in questi cinque anni di Lombardia, cioè innovazione, sussidiarietà, modernizzazione.
Per vincere, il Polo ha bisogno di un supplemento d’anima, un’apertura al volontariato, a un mondo sociale...».

Il Cavaliere, forse grazie ai preziosi consigli o forse no, stravinse.
Da allora, narrano, «Bobo» (come lo chiamano dai tempi in cui divideva la casa e il desco con sei fratelli laici dei «Memores Domini») decise di farsi trovare pronto per il momento in cui Sua Emittenza gli avrebbe passato il testimone.
E dopo essersi affacciato sulla scena internazionale alla vigilia della prima guerra del Golfo andando a Bagdad nel tentativo di scongiurare il conflitto e aprendo quel canale con Saddam Hussein che anni dopo gli avrebbe procurato il fastidioso inserimento nell’elenco dei politici occidentali in qualche modo toccati dall’affare Oil-for-Food sul quale l’altro ieri la commissione Volcker ha pubblicato a New York i primi documenti, prese a battere il pianeta continente per continente, Stato per Stato, metropoli per metropoli.
Da allora ha aperto «ambasciate» lombarde a Bruxelles, Shanghai, New York o San Paolo, ha compiuto più visite ufficiali di tanti ministri degli Esteri (carica alla quale avrebbe fatto un pensierino dopo le dimissioni di Renato Ruggiero e poi di nuovo dopo la scelta di Berlusconi di rinunciare all’interim per tornare a tempo pieno a Palazzo Chigi), si è preso come consulente diplomatico quanto di meglio c’era su piazza e cioè l’ex ambasciatore a Washington Boris Biancheri, si è fatto fotografare con tutti i potenti del mondo, da Tony Blair a Vladimir Putin.
Una formidabile e inesauribile trottola.
In grado, grazie anche al fisico da giocatore di basket che gli consente di sventolare un certificato della «Stramilano» che gli attesta d’aver corso 15 chilometri in 78 minuti netti, di reggere anche all’estero i ritmi che sfoggia durante le campagne elettorali.
E se è vero che si vanta di aver fatto per le Europee una media di 26 comizi al giorno (sulle parole mitragliate al minuto non siamo in grado di fornire dati precisi), nelle missioni oltrefrontiera dicono riesca ad arrivare addirittura a una trentina di appuntamenti quotidiani.

Lasciandosi dietro una miriade di contatti e alcune leggende.
Come il corteo imperiale allestito per la visita in Brasile aperto da otto motociclisti
che in autostrada «gli aprivano la strada tra le macchine come Mosè aprì il Mar Rosso nei "Dieci Comandamenti" di Cecil De Mille» o la fantastica Limousine Lincoln lunga un chilometro affittata a New York (cercò di salirci il presidente del Senegal, che ce l’aveva più corta) per mostrare agli americani che la Lumbardia l’è minga un staterel de bamba.
Convinto da anni d’avere la statura dell’uomo di governo («Sono sempre stato il primo degli eletti e non mi han mai dato uno straccio di ministero!»), fiero del suo lavoro al punto di dire (terza persona) che «la giunta Formigoni è largamente apprezzata dagli elettori», disposto a concedere qualcosa alla demagogia caciarona come quando gridò ai ministri ulivisti «alla Scala dovete pagare il biglietto!» (invito caduto col governo attuale), sopravvissuto alle denunce leghiste di esser figlio di un rastrellatore fascista e perfino alle interviste d’una fidanzata ciarliera che raccontava ai giornali cose tipo «i problemi di castità appartengono a lui, non a me», il Governatur è certo: «In politica l’umiltà non è una virtù».

Due anni fa, e cioè assai prima che qualcuno insinuasse in questi giorni della sua aspirazione a diventare un giorno il successore di Silvio Berlusconi, ribadì dunque la sua rivendicazione del delfinato in un'intervista allo stesso Giornale di proprietà del fratello del presidente del Consiglio.
«Molti parlano di lei come futuro presidente del Consiglio» gli disse Giancarlo Perna.
E lui:
«Non intendo sottrarmi a eventuali chiamate».
«Si sente pronto?».
«Sarebbe presunzione».
«Presunzione a parte?».
«Pur senza averlo minimamente calcolato, non mi tirerei indietro».
Paura di gettarsi nel vuoto non ne ha.
Basti ricordare cosa gli combinarono quelli di Canale 5 quando, con la scusa di un’intervista, lo caricarono su un elicottero.
Sul più bello, mentre sorvolavano il Lago di Como davanti a Lecco, videro un uomo cadere in acqua da una barca: «Aiuto! Aiuto!».
«SuperBobo» non ci pensò un attimo:
«Imbragatemi: mi calo io».
E finì scaricato, dopo mille peripezie, nella piscina di una villa dove due molossi presero a ringhiargli contro mentre dall’alto calava una scritta:
«Sei su scherzi a parte».




pubblicazione: 12/01/2005

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