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I Ds recuperino libertà di giudizio.

Lo dice Francesco Rutelli

«Sul caso Fazio i Ds hanno maturato seppur con qualche ritardo una posizione più chiara e libera da condizionamenti, spero che accada lo stesso per la scalata Unipol alla Bnl. Dico questo pur considerandomi un sostenitore del movimento cooperativo ».

Il leader della Margherita Francesco Rutelli è stato tra i primi a sostenere come dietro le manovre dei «concertisti» ci fosse l’ombra della destra, è stato il più coerente nel chiedere che le Coop non si improvvisassero raider e tempestivo nell’invocare le dimissioni di Antonio Fazio.
Adesso accetta di commentare la novità delle ultime intercettazioni telefoniche.
«Una cosa è che un politico si preoccupi di fornire indirizzi di politica economica o industriale o finanziaria. Intervenire su come l’Alitalia va salvata, su come la Fiat deve restare nell’auto o il sistema bancario recuperare competitività significa occuparsi del bene comune. Fa parte dell’attività di un dirigente politico. Altra cosa è tifare per una cordata o l’altra impegnate in scalate di Borsa».

Ma anche lei ha voluto informarsi su cosa avesse in mente Consorte.
«Sono un deputato eletto a Roma, non solo l’ex sindaco. La Bnl ha migliaia di dipendenti ed è doveroso che mi impegni per i destini produttivi e occupazionali di una storica banca. Roma ha già perso occupazione di qualità nel settore delle telecomunicazioni e in quello aeroportuale e l’eventuale spostamento del quartier generale della Bnl altrove rappresenterebbe un ulteriore depauperamento. Anche il sindaco Veltroni si è mosso con questo spirito ».

Il presidente della Regione Lazio Marrazzo però non si è solo informato, tifava anche per l’Unipol.
«Non faccio commenti ».

I vertici dei Ds seguivano la scalata Unipol con attenzione quasi quotidiana.
«Tra Ds e Coop c’è un rapporto antico ed è evidente che le vicende Unipol fossero monitorate. Il problema è un altro: è il rapporto di libertà che c’è nel giudicarle. Non ho certo preclusioni a che iDs sostengano il rafforzamento della cooperazione. Anzi sono d’accordo. Crea lavoro, ricchezza e lo fa con importanti finalità sociali e mutualistiche. Non voglio che le coop restino nane. Tutt’altro, è positivo che si affermino sul mercato, crescano di dimensione e facciano utili da reinvestire nei loro settori. Nella grande distribuzione sono in campo solo gruppi francesi o tedeschi, meno male che ci sono le Coop. Anche le banche del credito cooperativo sono realtà notevolissime. Ma se gli utili vengono reinvestiti in operazioni spericolate come Unipol-Bnl è giusto criticarle e io l’ho fatto apertamente e giudico importante che anche i Ds si mettano in grado di poterlo fare».

Piero Fassino ha chiesto che vengano pubblicate tutte le conversazioni telefoniche con i politici. Senza omissis.
«Gli fa onore. Non a caso Europa ha scritto che se i politici fossero tutti come lui la questione morale non esisterebbe. E Paolo Franchi sul Corriere ha ricordato il rigore calvinista di Piero. Aggiungo che Luigi Zanda ha ripresentato il disegno di legge Flick sulle intercettazioni. Senza intercettazioni non si accertano molti disegni criminosi e qui negli accertamenti su persone già indagate e già condannate di violazioni di legge ne compaiono parecchie. Altra cosa è l’onorabilità di un politico che va tutelata come prevede la legge e altra cosa ancora è la privacy. L’accesso ai testi delle intercettazioni non va autorizzato solo per i temi estranei alle indagini. Sono d’accordo con Fassino che la stampa dovrebbe presentare le conversazioni dei politici in modo completo e trattenersi dal pubblicare riferimenti privati».

Alcuni osservatori sostengono che nella cultura giacobina di parte della sinistra sopravvive un «non detto», per il quale davanti ci sono i puri, i leader inattaccabili, mentre nelle retrovie l’intendenza si occupa di cose poco trasparenti.
«Per entrare pienamente nella modernità credo occorra saper rinunciare a questa antica separazione di ruoli. Quando i rapporti o le telefonate tra un leader politico e un grande banchiere saranno dello stesso tenore di quelli tra un politico e i capi di imprese "vicine" avremo fatto un passo in avanti. Avremo quella condizione di libertà di cui parlavo prima. È un altro aspetto dell’antica questione del collateralismo tra forze politiche, economiche e sindacali. Credo nell’autonomia, nella poliarchia per dirla alla Dahl, autonomia da tutti, dialogo con tutti e fine delle storiche cinghie di trasmissione. Su queste basi le conversazioni possono essere registrate senza problemi».

Si sostiene anche che lei incalzi i Ds sulle Opa per una sorta di captatio benevolentiae nei confronti dell’establishment confindustriale e mediobanchesco.
Così un giorno incassa i complimenti di Montezemolo e l’altro si parla di un passaggio del ministro Siniscalco nella Margherita.

«Se le nostre posizioni coerenti a favore della concorrenza e della competitività del sistema economico sono apprezzate dal mondo produttivo devo lagnarmene? Noi chiediamo regole per tutti e non sponsorizziamo nessuno. Montezemolo parla in quanto presidente di un’associazione che analizza le posizioni di tutte le forze politiche e non di rado ha criticato entrambi i poli. Siniscalco invece ha scelto il centrodestra, sta facendo male e credo che si debba candidare alle elezioni con Berlusconi. Vediamo quanti voti prende».

L’Unipol deve rinunciare per sempre a costruire un gruppo bancario-assicurativo?
«Mi limito a osservare che quest’operazione, oltre a essere avventurosa perché un’importante assicurazione vuol comprarsi indebitandosi una banca 4 volte più grande, è condotta con una palese rete di relazioni d’affari che vede come protagonisti Fiorani, Ricucci e Gnutti. Non è un prolungamento della tradizione mutualistica, è un qualcosa che avviene sotto il segno di legami trasversali e poco chiari. Questo rischio di destabilizzazione mi interessa come deputato romanomamolto di più come responsabile politico nazionale».

Quella che il Diario di Enrico Deaglio chiama «la Bicameralina degli affari»?
«Non so se sia così ma l’intreccio delle due Opa con la scalata alla Rcs è di una evidenza solare. E l’unico soggetto che vedo muoversi dietro le quinte su tutto lo spettro di questi affari è Berlusconi. Sta già pensando al dopo elezioni. Quando avrà perso Palazzo Chigi vorrà restare protagonista del potere economico. Anche per questo motivo una presa di distanza dei Ds dalla scalata Unipol avrebbe un grande valore, metterebbe con le spalle al muro il sottobosco di alleanze economiche trasversali che sta progettando come sopravvivere alla sconfitta elettorale di Berlusconi».

Se capisco bene quindi lei è contento che Berlusconi sia stato costretto a uscire dal fondo per le ristrutturazioni industriali ideato da Carlo De Benedetti?
«La posizione di Berlusconi è talmente ingombrante che se resta fuori da qualcosa forse è meglio per tutti. La presenza diretta o indiretta del Cavaliere nelle principali partite finanziarie e non solo mediatiche mi inquieta. Quando voleva prendersi la Mondadori ripeté molte volte che non voleva conquistarla. Temo che possa succedere qualcosa del genere anche oggi e che gli interessi del premier possano riguardare non solo Rcs, ma anche le Generali o Mediobanca o Telecom Italia».

Non teme di esagerare?
«No, oggi Berlusconi è l’uomo più ricco, domani potrebbe diventare, pur sconfitto alle urne, il Padrone d’Italia. È un desiderio da non realizzare, Einaudi diceva che il mercato è costruito per soddisfare domande non desideri..».

Il rischio che corriamo dunque è di finire tutti sotto il Biscione e non alle dipendenze degli immobiliaristi...
«Di immobiliaristi in queste settimane abbiamo discusso a sufficienza ma rimane inevasa una domanda: da dove vengono le fortune di Ricucci&C. Sono montagne di soldi accumulati in troppo poco tempo e il riferimento alla sola bolla immobiliare non spiega tutto. Non è sufficiente neppure lo scudo fiscale di Tremonti con il suo incoraggiamento all’opacità dei movimenti di capitali. Le loro dichiarazioni dei redditi avrebbero dovuto sollecitare le autorità di vigilanza da tempo. La cosa chiara invece è che le due Opa si sono mosse in abbinata, con protagonisti comuni e la stessa partigianeria da parte di Banca d’Italia».

Reitera la richiesta di dimissioni di Fazio?
«Il governatore ha organizzato due cordate, ne ha suggerito le mosse e ha istruito le procedure in modo da favorirle. Ha autorizzato un’operazione, quella della Popolare di Lodi, che come ha denunciato l’Economist diretto da Bill Emmott, era senza patrimonio e già alle soglie della bancarotta. Chiedere le dimissioni è anche poco. Il Parlamento chiuso e il solleone non possono consentire al governatore di tirare i remi in barca. Ogni giorno che passa fa un danno più grave ».

È favorevole a trovare una soluzione di transizione bipartisan che magari faccia perno sul numero due di Via Nazionale, Vincenzo Desario?
«Una soluzione di transizione può far decantare la crisi, ma quella ideale è nominare un nuovo governatore con mandato pieno. Di recente quando si è dovuto nominare il successore di Tommaso Padoa-Schioppa alla Bce si è scelto non un uomo di partito, ma un economista stimato da entrambi gli schieramenti, Lorenzo Bini Smaghi. Perché non si può replicare lo stesso metodo? Del resto in questa triste vicenda sono emersi gli anticorpi di correttezza interni alla Banca d’Italia, che ne hanno fatto sempre un bastione di rigore repubblicano. C’è una citazione di Manzoni sempre efficace: "Le leggi possono essere perfettissime" - e in Italia non lo sono - "ma chi può rispettarle se non c’è chi le garantisce?"».

In conclusione c'è una questione morale nella politica italiana?
«C’è una questione etica, che io considero una questione politica e civile. Si è tornati a chiedere tangenti, me lo riferiscono a mezza bocca imprenditori che incontro. E le Procure non hanno strutture di indagine sufficienti per individuare i reati contro la pubblica amministrazione. Ci sono tanti controlli di legittimità contabile e poche verifiche su appalti e forniture. Tutto ciò non lo possiamo affrontare solo dotando la politica di un codice etico, misura per altro apprezzabile,madobbiamo soprattutto occuparci del rapporto di fiducia tra politica e cittadini».

Succede anche dove governa il centrosinistra?
«Molto meno, anche se in qualche caso nelle Regioni governate da noi più che le tangenti c’è la moltiplicazione degli enti, delle finanziarie, delle agenzie promozionali di questo e quello che magari finiscono solo per pestarsi i piedi a vicenda con gli enti statali e con quelli degli enti locali».

Abbiamo chiuso le Partecipazioni statali e ci ritroviamo le Partecipazioni regionali, magari rosse?
«Il maggiore rischio è che sulla missione e i risultati di questi enti non ci siano controlli. Credo che l’Unione se andrà al governo dovrà promuovere un’indagine congiunta Stato-Regioni-Enti locali per mettere ordine e chiudere gli Enti inutili».

Dario Di Vico, Corriere della Sera del 14 agosto 2005


pubblicazione: 14/08/2005
aggiornamento: 16/08/2005

Francesco Rutelli 6874
Francesco Rutelli

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