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Ho i numeri per far cadere il governo

L'ex premier Dini e il futuro della maggioranza

Intervista al Corriere della Sera del 17 novembre 2007 :

ROMA —
Seduto sulla poltrona del suo studio, il giorno dopo il grande strappo, Lamberto Dini usa toni pacati.
Ma la sua analisi è spietata:
«Se si guarda oltre la Finanziaria, si trova un Paese in cui il degrado, il declino economico, l'insicurezza, la sfiducia nelle istituzioni, l'ondata di populismo, mostrano una situazione di scollamento della nostra società, alla quale si deve mettere assolutamente rimedio.
Rimedio che il governo in carica, in questi 18 mesi, non mi pare sia stato in grado di trovare, tant'è che i consensi dei cittadini nei suoi confronti sono diminuiti costantemente ».
Se questo è il passato, il futuro assume i contorni di un verdetto:
«Siccome è molto improbabile che questo governo, con questa Finanziaria mediata fino all'estremo con le componenti di sinistra, sia in grado di recuperare terreno, ritengo necessario rivedere e superare il quadro politico attuale al più presto ».

Facile l'obiezione: perché non l'ha staccata subito la spina, Dini, perché ha votato sì alla Finanziaria? Forse non c'erano i numeri sufficienti per far cadere Prodi?
Dini, un po' si arrabbia:
«Ma c'erano eccome!
Ne sarebbero bastati due ieri per respingere la Finanziaria, e noi eravamo cinque: io, D'Amico, Scalera e anche Bordon e Manzione, che miriamo a costituire prestissimo un gruppo in Senato al quale si aggiungeranno altri colleghi.
Ma in una situazione difficile, senza sbocchi predeterminati, abbiamo fatto prevalere il senso di responsabilità. Per il momento...».

Per il momento, appunto.
«Vuole sapere cosa faremo ai prossimi passaggi?
Aspettiamo di vedere quale Finanziaria tornerà al Senato, che mi auguro ripristini il taglio alle sedi del Tesoro cancellato da un emendamento di FI passato anche per il mio mancato voto, non per filibustering ma per la grande confusione che c'era in quel momento in Aula.
E soprattutto, vediamo cosa ne sarà del protocollo su welfare e pensioni: se il testo finale sarà quello dell'accordo tra governo e parti sociali, bene, ma se ci saranno concessioni all'estrema sinistra, se non arriveranno risposte convincenti sul punto dei lavori usuranti, noi voteremo contro».

È un annuncio di sfratto imminente?
Dini lascia intendere, non dice, ma su un punto è chiarissimo: chi si aspetta che possa venir sedotto da un posto di prestigio in un Prodi bis, sbaglia:
«Lo rifiuterei, perché intendo portare avanti il progetto politico a cui abbiamo dato vita e dal governo non potrei farlo. E perché un Prodi rimaneggiato che comportasse solo il cambio di alcuni ministri rimanendo invariata la maggioranza, non sarebbe un governo in grado di affrontare i problemi del Paese».

È quindi un cambio di maggioranza che si chiede?
«Beh, un governo fotocopia o una fotocopia di questa maggioranza, non sono davvero la soluzione per le emergenze del Paese».

Già, ma come si arriva alla nuova stagione?
L'ex premier vede una strada stretta:
«È una prospettiva di breve termine quella a cui si può rivolgere lo stesso governo, così come i suoi interlocutori e sostenitori ».

Di poche settimane, perché «se il dibattito sulla nuova legge elettorale, che serve al Paese, porterà a un accordo, è chiaro che subito dopo ci saranno le elezioni, come credo Veltroni sappia bene.
Se invece l'intesa fallisse, e la prospettiva fosse il referendum, ci sono forze politiche di maggioranza che hanno già annunciato che piuttosto che andare alla consultazione, sono pronte a staccare la spina».

Insomma, per Prodi non c'è futuro, ma secondo Dini la strada migliore per uscire dall'impasse non è il voto nel 2008:
«Per affrontare i gravi problemi del Paese c'è bisogno veramente di un grande scatto di orgoglio da parte di tutte le forze più responsabili della nazione. Lo sfilacciamento, lo sfaldamento del nostro tessuto sociale, richiederebbe la formazione di un governo di vasto consenso tra le forze politiche, un'unione forte che lanci un appello al Paese: queste sono le emergenze, tutti insieme dobbiamo agire per superarle, e poi ognuno prenderà la sua strada».
Concetto sul quale secondo Dini anche D'Alema potrebbe essere d'accordo:
«Ha appena detto che è stato un errore non aver gestito insieme la legislatura...».

E chi potrebbe guidare l'impresa?
«Essendo un governo istituzionale, il presidente del Senato Marini potrebbe essere la prima persona a cui rivolgersi».
L'ipotesi parrebbe complessa, viste le resistenze a sinistra e il no di Berlusconi al dialogo, ma Dini è possibilista:
«Io credo che anche nella Cdl l'intendimento sia di tenere la porta aperta» e le parole di Gianni Letta, la sua perorazione per un governo di larghe intese per le riforme lo dimostrano:
«Non è pensabile che quella sia una posizione che non ha ricevuto la benedizione di Berlusconi... Io credo che si stia cercando di capire quale è la strada migliore. E sulla legge elettorale molto può nascere: Veltroni sa che deve cercare consenso con i grandi partiti. Sa che deve parlare con Berlusconi, mica con me...».

Paola Di Caro
17 novembre 2007


pubblicazione: 17/11/2007

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Lamberto Dini

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