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Governo, sì della Camera alla fiducia

Il governo raggiunge 316 voti, un risultato che consente a Silvio Berlusconi di tirare un sospiro di sollievo, dopo una mattinata ricca di tensione e di defezioni dell’ultima ora: «Abbiamo sventato un agguato», commenta a caldo il premier dopo aver fatto la spola tra l’Aula e la sala del governo cercando di convincere in extremis i più riottosi come Luciano Sardelli, ex capogruppo dei Responsabili che, dopo un faccia faccia con il Cavaliere, conferma l’intenzione di non partecipare al voto certificando il suo addio dalla maggioranza.

LA GIORNATA
La tensione in Transatlantico è palpabile fin dalla mattina presto quando decine di parlamentari si ritrovano alla Camera ben prima dell’orario di convocazione. A tenere banco sono le assenze mirate nelle file del centrodestra (Giustina Destro e Fabio Gava), quelle forzate di Alfonso Papa e Pietro Franzoso. Il rischio che fino all’ultimo terrà la maggioranza in fibrillazione è la possibilità che sommando i voti mancanti a quelli dell’opposizioni non si raggiunga il numero legale per la votazione. Ipotesi che alla fine non si realizza tanto che tutta la maggioranza in blocco, a partire dal capo del governo, punta il dito contro il mancato «agguato» dell’opposizione.

I TIMORI DEL PREMIER
Il Cavaliere, improvvisando una conferenza stampa nel corridoio che porta nell’emiciclo, bolla la decisione di Pd-Udc-Fli e Idv di non votare alla prima chiama come «uno dei vecchi trucchi del più bieco parlamentarismo» che «offre una immagine su cui gli italiani rifletteranno». Nonostante la fiducia però i numeri, già risicati per il governo, subiscono un ulteriore assottigliamento ecco perché è lo stesso premier ad annunciare che «si trasferirà in Parlamento» facendo della Camera «la sede principale di lavoro». Concetto ribadito anche ai ministri nel corso della riunione del Cdm: bisogna stare il più possibile in Aula a garantire la maggioranza durante le votazioni. Bossi però non si sbilancia: «Se il governo regge fino al 2013? Non lo so», dice il Senatùr. Che poi avverte il premier: «Berlusconi andrà al voto, quando lo decido io». Secondo Bersani «la vittoria del governo è di Pirro» perché «la maggioranza perde pezzi e morirà di fiducia». Casini si consola citando Mao: «La strada è a zig zag ma il futuro è luminoso»

LE NOMINE
La rinnovata fiducia non calma infatti le acque nella maggioranza. La decisione del Pdl veneto di espellere dal partito Giustina Destro e Fabio Gava fa discutere, così come le "promozioni" in Cdm di Catia Polidori e Aurelio Misiti a vice ministri e l’ingresso di Giuseppe Galati come sottosegretario all’Istruzione. Il premier, seppur in privato, non nasconde la preoccupazione per i numeri, mostra di voler andare avanti annunciando per la prossima settimana la presentazione del decreto sviluppo. Argomento discusso anche con il Capo dello Stato in un colloquio formale di 40 minuti in cui oltre alle misure per la crescita l’altro argomento di discussione è stato la nomina del successore di Mario Draghi alla Banca d’Italia. Un nodo ancora tutto da sciogliere. Il rischio di andare sotto con i numeri ha avuto però l’effetto di placare, almeno per il momento, la guerra nel governo contro Giulio Tremonti.

LO PSICODRAMMA DEL VOTO
In mattinata per la maggioranza sembrava mettersi male. Il numero legale pareva a rischio. Poi i radicali entravano in Aula tra gli sguardi increduli dei colleghi dell’opposizione rimasti fuori dall’emiciclo. Il Pdl ha vissute ore di fibrillazione: l’ex capogruppo dei Responsabili, Luciano Sardelli, incontrava Berlusconi e subito lasciava Montecitorio, annunciando che non avrebbe votato la fiducia. Stesso discorso valeva per i due pidiellini scajoliani Giustina Destro e Fabio Gava, che proprio non si sono presentati in aula. Poi il risultato parziale della prima chiama faceva tirare un sospiro di sollievo a Berlusconi: radicali e Svp partecipavano alle votazioni e garantivano la validità del voto. Alla fine il governo regge e incassa la cinquantatreesima fiducia. Ma Scajola - che ha votato la fiducia - avverte: «Dopo la fiducia di oggi bisogna fare un grande cambiamento, altrimenti andremo asbattere».

IL QUIRINALE
Mentre la Camera votava la fiducia al governo, Giorgio Napolitano ha spiegato per iscritto la natura delle sue preoccupazioni istituzionali. Il Capo dello Stato non ha preteso che Berlusconi rassegnasse il mandato: «Non ho ritenuto che vi fosse un obbligo giuridico di dimissione a seguito della reiezione del Rendiconto» ma era «necessaria una verifica parlamentare della persistenza del rapporto di fiducia, come lo stesso Presidente del Consiglio ha fatto». Poi, in serata, il Presidente della repubblica ha ricevuto per mezz’ora al Quirinale il premier. Al Cavaliere ha chiesto cosa intende fare, ora che il suo governo è tornato in pista a pieno titolo con il voto di fiducia, e cosa il Colle si attende da lui: una rapida approvazione della Legge di Stabilità finanziaria, appena licenziata dal Consiglio dei Ministri, il varo dei promessi provvedimenti per lo sviluppo e la crescita, la nomina del successore di Mario Draghi alla Banca d’Italia, anch’essa in ritardo. Su quest’ultima questione pare che il presidente del Consiglio abbia prospettato difficoltà ancora da superare.

LA RISPOSTA AI CAPIGRUPPO
Ma la giornata di Napolitano è passata anche attraverso un’articolata risposta ai capigruppo della maggioranza che avevano sollevato, inviandogli una lettera, vari dubbi: sul comportamento del presidente della Camera e sulle critiche dell’opposizione alla scelta di sanare il vulnus del rendiconto con un voto di fiducia. Napolitano ha risposto a stretto giro di posta. In occasioni simili, ha detto, altri presidenti del Consiglio si sono presentati dimissionari, c’era dunque una prassi, ma non c’era nessun obbligo giuridico da far valere. Però una verifica della fiducia era «necessaria» e c’è stata. Quanto agli «interrogativi» e alle «preoccupazioni» che aveva manifestato dopo la sconfitta del governo sul rendiconto, Napolitano ha detto che erano più che giustificate e si riferivano «al contesto generale»: alla situazione di un governo che subiva quella battuta d’arresto dopo che al suo interno, in modo «innegabile», erano emerse «acute tensioni» che hanno frenato «decisioni dovute e annunciate» (sui temi oggetto del colloquio di oggi al Quirinale). In questa occasione, ha ribadito, il ricorso alla fiducia era dovuto, ma il governo «non dovrebbe eccedere» con questi voti perchè ciò determinerebbe «una inaccettabile compressione delle prerogative delle Camere». Una critica neppure tanto velata al disinvolto ricorso alla fiducia per superare le divisioni della coalizione.

"CHIARIMENTO POLITICO"
Quanto alla mancata approvazione del Rendiconto dello Stato, sottolinea, occorre porre rimedio. Come? Ripresentando lo stesso testo. L’esecutivo aveva cercato di chiudere l’incidente in corsa, riapprovando lo stesso provvedimento in quattro e quattr’otto. Napolitano si è opposto e oggi ha detto apertis verbis il perchè: «Era opportuno che ciò avvenisse dopo il chiarimento politico e previa nuova verifica» da parte della Corte dei Conti, «come poi è in effetti avvenuto». Oggi, nella lettera ai capigruppo il Capo dello Stato ha richiamato alcuni passaggi essenziali delle sue note che hanno scandito la verifica parlamentare. Non ha ripetuto il forte richiamo all’efficienza del governo e alla necessità che la maggioranza sia coesa, perchè sono stati gli stessi capigruppo della maggioranza a farlo citando testualmente le sue parole e aggiungendo: «ne siamo consapevoli». Ma quel richiamo probabilmente Napolitano lo ha fatto direttamente a Berlusconi quando è andato a trovarlo, quando gli ha presentato la lista delle decisioni «dovute o annunciate» da mettere a punto. Tra esse Napolitano tiene in particolare a quelle per stimolare la crescita, dare risposte ai giovani, attuare la manovra finanziaria, mettere al sicuro i conti pubblici.

da www.LA STAMPA.IT del 15 ottobre 2011


pubblicazione: 15/10/2011

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Categoria
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