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2020
San Gerardo



Gli Stati Generali ed il destino di Piacenza

di Domenico Ferrari

Si terranno tra non molto a Piacenza gli Stati Generali, momento cruciale dell'elaborazione del Piano strategico "Vision 2020".
Questo piano definirà le strategie da adottare per lo sviluppo del territorio piacentino da qui al 2020.

La partecipazione (diretta o indiretta) del numero massimo possibile di cittadini a questo evento è auspicabile, e gli organizzatori faranno certamente ciò che è necessario per ottenere questo risultato.

La bozza del documento di base (un documento molto ben fatto, che tutti i piacentini dovrebbero leggere) elenca sette "assi strategici":
-qualità urbana e sostenibilità territoriale;
-competitività territoriale;
-innovazione, conoscenza, tecnologia;
-inclusione sociale;
-creatività e cultura;
-nuovi approcci di gestione del territorio;
-conoscere la città.
Per ciascuno di questi, il documento cita obiettivi da raggiungere e azioni da intraprendere.

Alcune di queste azioni diventeranno, per opera degli Stati Generali, "progetti bandiera", relativamente pochi di numero ma molto significativi e di elevata priorità.
Pur non conoscendo ancora quali saranno i progetti bandiera che gli Stati Generali lanceranno, una cosa mi sembra certa: se quei progetti verranno eseguiti con successo e nei tempi previsti, ne risulteranno effetti tutt'altro che trascurabili sullo sviluppo e sulla qualità della vita di Piacenza.

Tuttavia, se gli Stati Generali (o, in loro vece, le classi dirigenti del prossimo futuro) non si preoccuperanno di dare una risposta a quella che a me appare come la domanda veramente cruciale, questi effetti potrebbero essere molto meno rilevanti.
La domanda è:
«Quali saranno gli effetti della globalizzazione sull'Italia e, in particolare, su Piacenza?».

In altri termini, più generali:
«Quale sarà il destino dell'Italia nel XXI secolo? Quale il destino di Piacenza?».
E la domanda è cruciale perché questi destini potrebbero essere sostanzialmente diversi da quelli che molti di noi si aspettano.

I connotati più evidenti degli anni che stiamo vivendo sono l'incertezza e la rapidità dei cambiamenti.
Supporre, come viene implicitamente fatto in gran parte degli articoli, discorsi e discussioni sul Piano "Vision 2020" e su argomenti affini, che la situazione generale (economica, sociale, culturale) in cui l'Italia e Piacenza sono immerse rimanga praticamente la stessa nei prossimi 15 anni non mi sembra molto saggio.

Nel nostro territorio, per esempio, nel 2004 i contributi di agricoltura, industria e servizi al valore aggiunto totale sono stati rispettivamente il 5%, il 30,6% e il 64,4%; per l'occupazione, i contributi dei tre tipi di attività sono molto simili a questi: 6,3%, 31,1% e 62,6%.
E dati simili valgono per moltissime altre province italiane.

Ma alcuni settori dell'agricoltura e dell'industria manifatturiera sono attualmente i bersagli di attacchi formidabili, provenienti da vari competitori vicini e lontani, che godono di costi del lavoro molto più bassi, costi dell'energia sensibilmente inferiori, spesso anche pubbliche amministrazioni più efficienti, sistemi educativi e strutture per la ricerca più moderni e più produttivi, e, "last but not least", più voglia di lavorare, di intraprendere, di innovare e più senso del dovere e del sacrificio.

Alcuni settori dell'industria italiana sono già spariti, alcuni altri sono in grandi difficoltà.
Ci sono ragioni per cui la nostra impossibilità di competere non si dovrebbe estendere a settori delle nostre attività non ancora nell'occhio del ciclone?
Io non ne vedo.
E quei settori riusciranno in qualche modo a salvarsi? Oppure spariranno?

Con l'eccezione delle imprese "di nicchia" (per esempio, quelle del "made in Italy"), a meno di cambiamenti ora imprevedibili è probabile che la sparizione che ha già caratterizzato alcuni settori dell'industria manifatturiera italiana si estenda ad altri settori.

L'agricoltura, se si salverà, lo dovrà forse alla sua conversione (almeno parziale) dal produrre cibo al produrre energia.

E i servizi?
Dopotutto, il terziario produce e impiega il doppio dell'industria e 12 volte di più dell'agricoltura.
Si dice che i servizi possono prosperare solo là dove c'è un'industria che ha bisogno di essi, ma questo è vero solo in parte (non tutto il terziario serve l'industria), e non è detto che l'industria debba essere locale.

Nei secoli XII e XIII (il periodo d'oro di Piacenza), la ricchezza della nostra città era dovuta principalmente ai servizi commerciali e finanziari che i piacentini offrivano non alle quasi inesistenti imprese locali, ma a tutta l'Europa e al bacino del Mediterraneo.
Si potrebbero offrire servizi alle industrie cinesi e indiane?
Teoricamente sì, ma in pratica il settore è già o sarà molto presto sovraffollato.

Nello scenario peggiore, cosa rimarrà?
Ciò che nessuna Cina e nessuna India ci potranno mai portare via.
Prima di tutto, il territorio: le inimitabili bellezze artistiche e paesaggistiche, se le sapessimo intelligentemente proteggere e valorizzare invece di distruggerle come stiamo facendo da decenni, sarebbero in grado di generare molta più ricchezza.
Riconoscere che l'ospitalità è una della nostre più valide àncore di salvezza, forse la principale, significa però anche bloccare o modificare quei progetti (bandiera o no) che minaccino di deturpare il territorio. Siamo disposti a farlo?

Poi, c'è il "made in Italy", che però, nel piacentino, non va molto al di là dei prodotti tipici della nostra enogastronomia.
Questi possono essere imitati, ma la qualità delle imitazioni sarà sempre inferiore, per gli intenditori di tutto il mondo, a quella degli originali, e la protezione di un marchio noto e rispettato dovrebbe assicurare un'alta probabilità di sopravvivenza alle imprese del settore.

Infine, nemmeno la nostra posizione geografica può esserci sottratta.
Ciò significa che la vocazione di Piacenza per la logistica è "innata" e deve essere sfruttata, ma entro limiti precisi che le impediscano di nuocere troppo al territorio (e che forse abbiamo già oltrepassato): essa è infatti in conflitto con la vocazione dell'utilizzo turistico o salutistico del territorio, che richiede alta qualità della vita.

Queste sono le ciambelle di salvataggio di Piacenza.
Male che vada, esse possono far sì che il destino non sia troppo crudele con noi e con i nostri figli.

Sarebbe molto utile che gli Stati Generali riflettessero anche su queste cose, al fine di chiarire le idee di tutti sull'argomento, e di trarre dalla discussione qualche conclusione strategica o qualche linea guida per gli enti pubblici locali.
Ma, anche se non lo faranno, sarebbe comunque importante che i nostri amministratori presenti e futuri si convincessero a fare sempre tutto il possibile per salvaguardare il territorio piacentino (con la sua cultura, il suo folklore, la sua storia, la sua lingua, le sue tradizioni, i suoi monumenti, i suoi paesaggi) e le produzioni tipiche, anche da eventuali attacchi di progetti che sono utili solo in superficie.
Quando ci renderemo finalmente conto del grande valore e della insostituibilità di questo patrimonio, che è un elemento fondante della nostra identità, Dio non voglia che esso sia già stato allegramente dilapidato.


pubblicazione: 01/06/2006
aggiornamento: 28/06/2006

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