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Gianfranco Fini : non sono una pecora.

di VITTORIO FELTRI

Non so se in questo periodo vi sia una cosa chiara in politica, però non c'è dubbio che se esiste uno capace di parlare in modo diretto questi è Gianfranco Fini.
Che ha cominciato a frequentare la segreteria del vecchio Msi quando aveva i calzoni corti, si fa per dire.
Molti conoscono le motivazioni che lo indussero a virare verso destra in un'epoca in cui la moltitudine beota approdava all'estrema sinistra spinta dal fascino irresistibile del conformismo.

Casomai qualcuno non ricordasse o non sapesse, meglio precisare: Fini non è mai stato fascista, ma è sempre stato insofferente agli intruppamenti.
Forse proprio per questo ha una certa ritrosia a farsi inghiottire dal partitone popolarliberale di Silvio Berlusconi.
Non c'è verso di convincerlo che sarebbe magari vantaggioso.
D'altronde non tocca a me farlo.
Non sono neanche un Bondi o un Cicchitto né ho le gambe della Brambilla.
Sicché mi sono limitato a quattro chiacchiere con lui al telefono.
A dire il vero mi ero preparato da bravo cronista una trentina di domande scritte; poi però la conversazione alla cornetta mi ha impedito di seguire l'ordine che m'ero imposto.
Si è trattato di colloquio saltabeccante.
Ve lo propongo così come s'è svolto.
Avevo uno scopo: capire.
Credo di averlo raggiunto.
E vediamo se, nonostante la mia mediazione, riuscite a capire anche voi.

Ho letto da qualche parte che lei ha in serbo una sorpresina per il Cavaliere.
Bella o brutta?
La prego. Mi dia un'anticipazione. I nostri lettori sono golosi.

«Ma quale sorpresina.
Siamo alla vigilia del taglio del Panettone, non alla rottura dell'uovo di Pasqua.
Certo è che se dobbiamo avere le mani libere ciò non ci obbliga a tenerle in tasca.
Ci diamo da fare. Lavoriamo».

Non mi dica che intende ricostruire la Casa delle libertà senza Berlusconi.
«La Casa delle libertà è stata demolita da Silvio.
Ma un sistema di alleanze alternative al Pd o all'Unione è possibile, con o senza il demolitore.
Il monopolio della politica non è previsto».

È innegabile.
Tuttavia per diradare un po' la nebbia, le dispiacerebbe dire con quali partiti progetta di costituire un nuovo schieramento?

«Semplice. Con tutti quelli che ci stanno.
Con chi ha idee e princìpi da condividere con noi.
Ogni partito ha le sue specificità e le sue peculiarità, e An ha anche una forte identità.
Al di là di questo, se esistono punti di contatto con altri, si può evitare di camminare isolati».

Nel costruendo raggruppamento c'è posto anche per alcuni disadattati del centrosinistra?
«Non abbiamo preclusioni.
Bisogna verificare se ci sono i presupposti per allearsi; se gli elementi che uniscono sono più importanti di quelli che eventualmente dividono».

Arguisco che non c'è speranza di un riavvicinamento di An al Partito della libertà.
«Non dipende da noi.
Se con la legge elettorale studiata da Bianco abbiamo tutti le mani libere, nel senso che prima si vota e poi si stabiliscono le alleanze, ovvio che siano libere anche le nostre.
Non è un mistero.
Siamo contrari all'accantonamento del bipolarismo.
Non per capriccio, ma in base a valutazioni politiche.
Se però dovremo adattarci, ci adatteremo e faremo la nostra corsa».

Il negoziato Veltroni-Berlusconi sembra bene avviato.
Quale sarà la conclusione?

«Da quello che si percepisce i due sono orientati a tornare indietro di anni e anni, alla Prima Repubblica quando il partito di maggioranza relativa, a spoglio avvenuto, per superare quota 50 per cento si ingegnava portandosi appresso qualsiasi altra forza che non fosse il Pci.
Oggi la situazione è diversa.
Ma con una proporzionale che non obblighi a fissare in anticipo il premier e la coalizione gli italiani andrebbero alle urne senza sapere quale governo avranno né quale maggioranza lo sosterrà.
Se si punta a questo, si va indietro anziché avanti.
E pensare che fu proprio Berlusconi a pretendere e a ottenere il famoso: o di qua o di là.
Adesso ha mutato opinione. Perché?».

Probabilmente lui e Veltroni mirano a conferire al partito di maggioranza relativa un premio che consenta di governare in beata solitudine.
«Ma il premio di maggioranza non c'è.
Quindi il Partito della libertà se non otterrà, e è difficile che lo ottenga, il 51 per cento, sarà costretto ad allearsi con altri».

Per esempio con An, l'Udc e la Lega.
E saremmo da capo, ad una Casa delle libertà senza muri e senza tetto ma con gli stessi inquilini di una volta.
Occhio però. Circolano voci strane.
Il Cavaliere invece che rimettersi con voi avrebbe facoltà, chessò, di stringere patti con il Partito democratico.
Una sorta di matrimonio (innaturale) di interesse.
C'è tanta gente che confonde il matrimonio col patrimonio.

«Caro Feltri, l'ha detto lei e io su questa strada non la seguo.
Se dovesse succedere una cosa simile sospetto che gli italiani non applaudirebbero.
Teoricamente però, date le mani libere, non si può escludere.
Preferisco ipotizzare una maggioranza omogenea: il Cavaliere e noi, An, Udc e Lega».

Per quel che conta, preferisco anch'io una ipotesi del genere.
Se Silvio faticava a governare insieme con lei, Casini e Bossi, figuriamoci con Walter, gli ex diessini e le ex margherite.
Piuttosto. Con la legge Bianco e col tuffo nel passato, chi guadagnerebbe e chi sarebbe svantaggiato?

«Veltroni guadagnerebbe.
Solamente lui.
Se si votasse domani e non dovesse dichiarare subito che i suoi alleati sono quelli della sinistra massimalista, avrebbe molti consensi.
Salvo poi, sempre per via delle mani libere, ripescarli e riproporre il modello Prodi.
Se viceversa dovesse annunciare prima delle elezioni a quali forze si è aggregato, cioè la Cosa rossa, non vincerebbe mai.
Perché da questa formula i cittadini sono già stati ustionati.
Mi stupisco che Berlusconi non abbia afferrato il concetto.
A meno che speri, ingenuamente, di battere Veltroni senza bisogno del nostro apporto.
Stento a crederlo: lui non è uno sprovveduto e conosce i meccanismi della politica».

Allora siamo sempre lì.
Silvio e Walter si sono fidanzati in segreto e meditano di sposarsi?

«Basta Feltri. Non cerchi di attribuire a me quel che ha in testa lei per fare un bel titolo».

Effettivamente sarebbe un bel titolo, ma uno sposalizio così, se si facesse, sarebbe una porcata per usare un linguaggio non estraneo al governo di cui lei ha fatto parte.
Vabbé, rinuncio al titolo augurandomi che le nozze non si celebrino.
Mi dica, se le garba, perché non entra nel Partito della libertà dove per lei è pronta la seconda poltrona?

«Abbia pazienza.
Il Cavaliere ha fatto tutto da sé.
Ha messo in piedi i Circoli della libertà con la Brambilla.
Poi ha creato il Partito della libertà senza neanche avvertire i suoi amici di Forza Italia, quindi ha distrutto la Cdl.
Conclusi i giochi, a regole scritte (alla stesura delle quali non siamo stati chiamati a partecipare) dovremmo bussare alla sua porta col cappello in mano e la cenere sulla testa?
Non siamo postulanti.
I progetti si ideano insieme e si realizzano insieme, se si vuole andare lontano.
Non ho nulla di cui scusarmi».

Eppure se non sbaglio, già un paio di anni fa, nel centrodestra si parlava di un partito unico sostitutivo della Cdl.
Chi vi ha impedito di procedere anticipando la fusione Ds-Margherita?

«Fu lo stesso Berlusconi a ravvisare la necessità del partitone, e io concordavo.
Ma c'era un problema: fare una sintesi tra Forza Italia, An, Udc e Lega in breve tempo non sembrava realistico a Silvio.
Perciò suggerii la Federazione.
Una sorta di primo passo verso la fusione vera e propria.
Gli eventi poi hanno sconsigliato di passare dalla fase astratta a quella pratica.
È stato uno sbaglio».

Di errori ne avete commessi parecchi.
Avevate l'opportunità di risolvere la questione Alitalia e non l'avete risolta.

«Alitalia era grave. L'abbiamo tenuta in vita, ma le sue condizioni di salute non sono migliorate. D'altronde se avessimo portato i libri in tribunale avremmo provocato un terremoto. Era improponibile».

Con le pensioni è andata male.
La vostra riforma occorreva farla entrare in vigore subito, non a legislatura scaduta.
Risultato. In tutta Europa si va in quiescenza a 65 anni, da noi a 58. Assurdo.

«Era giusto fare un'operazione morbida.
Sennò altro che scioperi generali.
I sindacati ci avrebbero massacrati.
Poi la sinistra ha buttato via lo scalone e siamo al disastro.
No, non abbiamo colpe».

Ho notato che Grillo è scomparso mentre la Casta è ancora qui.
Possibile che la politica continui solo a provvedere a se stessa e rimanga lontana dagli italiani?

«Noi ci abbiamo provato, riscrivendo la Costituzione.
Riducendo il numero dei parlamentari, alleggerendo gli apparati.
La sinistra si è opposta e ha organizzato un referendum che le ha dato ragione. E così non si è combinato niente. Cosa potevamo fare di più?».

Scusi Fini, torni all'ovile.
«Sono il presidente di An, non una pecora».


pubblicazione: 16/12/2007

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