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Enzo Biagi : addio al cronista del secolo

da La Stampa del 6/11/2007

Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo come un "vendicatore" capace di riparare torti e ingiustizie. Ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo».

E il mondo Enzo Biagi, spirato oggi nella clinica "Capitanio" di Milano dove da giorni era ricoverato in condizioni critiche, lo scoprì e lo fece scoprire ai suoi lettori, nel corso di una carriera lunga una vita.

Era nato il 9 agosto 1920 a Pianaccio, un piccolo paese sull’Appennino bolognese.
A 9 anni si trasferì a Bologna, dove il padre Dario lavorava come vice capo magazziniere in uno zuccherificio.
Fu Jack London, il "muckraker", come in America erano chiamati i giornalisti "scomod" per la politica, che lo convinse a intraprendere la carriera.

Biagi frequentò l’istituto tecnico "Pier Crescenzi", dove con altri compagni diede vita a una piccola rivista studentesca, "Il Picchio", che si occupava soprattutto di vita scolastica.
Il "Picchio" fu soppresso dopo qualche mese dal regime: da allora nacque in Biagi una forte indole anti-fascista.
All’età di 17 anni cominciò a collaborare con il quotidiano "L’Avvenire", occupandosi di cronaca, di colore e di piccole interviste a cantanti lirici.
Nel 1940 fu assunto in pianta stabile dal "Carlino Sera" come estensore di notizie.
Nel 1942 fu chiamato alle armi ma non partì mai per il fronte, a causa di quei problemi cardiaci che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita.
Il 18 dicembre 1943 sposò Lucia Ghetti, maestra elementare; poco dopo si unì alla Resistenza, combattendo nelle Brigate Giustizia e Libertà, legate al Partito d’Azione.

Terminata la guerra, Biagi entrò con le truppe alleate a Bologna, e fu proprio lui ad annunciare alla radio locale l’avvenuta liberazione.
Poco dopo fu assunto come inviato speciale e critico cinematografico presso il "Resto del Carlino".

Nel 1951 Biagi aderì al Manifesto di Stoccolma contro la bomba atomica e, accusato dal suo editore di essere un «comunista sovversivo», fu allontanato dal "Resto del Carlino".
Alcuni mesi più tardi fu assunto da Arnoldo Mondadori e diventò caporedattore del settimanale "Epoca", carica che ricoprì dal 1952 al 1960, trasferendosi per la prima volta a Milano. Dopo qualche mese, diventò direttore della rivista.
Nel 1960 un articolo sugli scontri di Genova e Reggio Emilia contro il governo Tambroni suscitò la dura reazione dell’allora presidente del Consiglio: Biagi fu costretto a dimettersi.

Poco tempo dopo Biagi fu assunto dalla "Stampa" come inviato speciale.

Nell’ottobre 1961 divenne direttore del Telegiornale, allora unico.
Nel 1963 curò la nascita di quello del secondo canale Rai e lanciò "Rt-Rotocalco Televisivo", il primo settimanale della televisione italiana.

Nel 1963 si dimise e ritornò quindi alla "Stampa" come inviato speciale, scrivendo anche per il "Corriere della Sera" e per il settimanale "L’Europeo".
La sua collaborazione con la Rai riprese nel 1968 quando, chiamato dall’allora direttore generale Ettore Bernabei, si legò alla Tv di Stato per la realizzazione di programmi di approfondimento giornalistico.

Tra i più seguiti e innovativi si segnalarono "Dicono di lei" (1969), una serie di interviste a personaggi famosi, tramite frasi, aforismi, aneddotti sulle loro personalità; e "Terza B, facciamo l’appello" (1971), in cui personaggi famosi incontravano i propri ex compagni di classe, gli amici dell’adolescenza, i primi timidi amori.
Sempre nel 1971, dopo numerose collaborazioni per "Corriere della Sera" ed "Europeo", tornò al "Resto del Carlino" con la carica di direttore.
In quel periodo riprese la sua collaborazione con la Rai.
Il 30 giugno 1972 fu allontanato dalla direzione del "Resto del Carlino" e tornò al "Corriere della Sera". Nel 1975, pur senza lasciare il quotidiano milanese, collaborò con l’amico Indro Montanelli alla creazione del "Giornale".

Dal 1977 al 1980 ritornò a collaborare stabilmente in Rai conducendo "Proibito", programma in prima serata su Rai Due che trattava temi d’attualità.
Dopo lo scandalo della P2, Biagi si allontanò dal "Corriere della Sera" e collaborò come editorialista con "La Repubblica", quotidiano che lasciò nel 1988, quando ritornò in via Solferino.
Nel 1983, dopo un programma su Rai Tre dedicato a episodi della II Guerra Mondiale, cominciò a condurre su Rai Uno "Linea Diretta", uno dei suoi programmi più seguiti, che proponeva l’approfondimento del fatto della settimana.
"Linea Diretta" fu trasmesso fino al 1985.
L’anno dopo fu la volta di "Spot", altro settimanale giornalistico al quale Biagi collaborava come intervistatore.

Nel 1989 riaprì i battenti "Linea Diretta", anche se solo per un anno.
Biagi realizzò nei primi anni Novanta sopratutto trasmissioni tematiche come "Che succede all’Est?" (1990), "I dieci comandamenti all’italiana" (1991) e "Una storia" (1992) sulla lotta alla mafia. Seguì attentamente le vicende di Mani Pulite con programmi quali "Processo al processo su Tangentopoli" (1993) e "Le inchieste di Enzo Biagi".
L’esperienza in Rai trovò il suo culmine ne "Il Fatto", trasmissione che iniziò nel 1995; famose sarebbero rimaste le interviste a Marcello Mastroianni, a Sofia Loren, a Indro Montanelli e le due a Roberto Benigni, l’ultima delle quali realizzata nel 2001, in piena campagna elettorale: il comico toscano parlò di Silvio Berlusconi e della sua candidatura, commentando a modo proprio il conflitto d’interessi e il "contratto con gli italiani".

L’intervista scatenò furiose polemiche contro Benigni e contro lo stesso Biagi.
Il deputato di Alleanza Nazionale e futuro ministro delle comunicazioni, Maurizio Gasparri, parlando a un’emittente lombarda auspicò l’allontanamento dalla Rai del giornalista emiliano.
Il 18 aprile 2002 l’allora presidente del Consiglio, Berlusconi, mentre si trovava in visita ufficiale a Sofia dichiarò: «L’uso della Rai fatto da Biagi, da quel Santoro e da Luttazzi, è stato veramente criminoso e condotto con i soldi di tutti. Preciso dovere di questa dirigenza sia quello di non permettere più che questo avvenga». La dichiarazione di Berlusconi passerà alla storia con la definizione di "editto bulgaro".

Il "Fatto" sarà soppresso.
Con le giustificazioni, nell’ordine, che si trattava di una trasmissione «in perdita» dal punto di vista degli ascolti, che era troppo costosa, che non era più in grado di competere con "Striscia la Notizia". Risultato: "Il Fatto" fu soppiantato dalla dimenticata sit-com "Max and Tux".
Poi il ritorno quest’anno nella sua vecchia casa: il Tg1.
Breve e commosso il suo saluto del ritorno .
« Scusate, sono tanto contento di rivedervi e confesso che sono anche commosso.
Ma c’è stato qualche inconveniente tecnico che ci ha impedito di continuare il nostro lavoro. L’intervallo è durato cinque anni. Mi aveva avvolto la nebbia della politica».


pubblicazione: 06/11/2007
aggiornamento: 25/01/2008

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