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Considerazioni sulle Elezioni Nazionali del 4 marzo 2018

Non è solo un pareggio che blocca tutto e nega un governo “la sera delle elezioni” come tante volte era stato promesso.
Non è solo la riproposizione di quello che è successo in Spagna due anni fa, con tre poli inconciliabili tra loro.
Non è solo un voto – l’ennesimo, il più irresistibile – contro i partiti tradizionali.

E’, piuttosto, uno stravolgimento epocale: il sistema politico tradizionale vede modificati i suoi connotati.

Il voto del 4 marzo è un crinale della storia – di sicuro quella recente -, mette tutto sottosopra, ribalta una volta per tutte il tavolo.

Non ci sono maggioranze in Parlamento, ma – in attesa delle cifre esatte alla fine dello spoglio – ci sono vincitori e vinti.

I vincitori sono i partiti considerati “anti-sistema”.

Innanzitutto il Movimento Cinque Stelle che secondo tutte le proiezioni sfonda la quota del 30 per cento e sfiora il 33, una cifra da partito popolare di massa, come sono state Dc e Pci nella Prima Repubblica e come ambivano ad essere nella Seconda il Pdl e il Pd ma lo sono stati per molto poco. E’, molto più di 5 anni fa, un voto che chiede “cambiamento”.
Un segnale che arriva soprattutto dalle zone più in sofferenza, come il Sud, dove i Cinquestelle – dicono da Swg – superano diffusamente il 40 per cento. In alcuni collegi della Campania ci sono punte addirittura del 50 per cento.

E si capisce anche dalla ripartizione che l’istituto ha effettuato tra Nord, Centro e Sud: il centrodestra al Nord ha il 43 (contro il 25 del centrosinistra e il 24 del M5s), ma è in vantaggio al Centro con il 32,7 (contro il 29,7 del centrosinistra).
Nel Mezzogiorno, tuttavia, per i Cinquestelle è un oceano di voti: 47,3 per cento contro il 30 del centrodestra.

E poi c’è l’altro voto che cancella il mondo politico per come si è conosciuto finora: il decollo definitivo della Lega, che prende il 17% e si siede al posto di capotavola della coalizione, staccando di 3 punti Forza Italia, ferma un po’ sopra al 14.
Matteo Salvini diventa il capo del centrodestra.

Il Carroccio non solo doppia i berlusconiani in quasi tutto il Nord con percentuali tra il 25 e il 30 nel Triveneto e in Lombardia, ma è il vettore della coalizione in tutta l’Emilia e in Toscana.

Non esistono più le Regioni rosse perché tra Emilia, Toscana, Umbria e Marche il risultato è – nel migliore dei casi – a macchia di leopardo, con il rosso che resiste solo in alcune città.

Dall’altra parte ci sono gli sconfitti senza appello e non sono pochi.

Il primo è Matteo Renzi: il Pd precipita sotto al 20 per cento con la coalizione che a fatica scavalca il 23. E’ un disastro che riporta indietro il calendario di almeno vent’anni, ai tempi dei Ds. E’ dimezzato il voto delle Europee, è dimezzato il voto del Sì al referendum che Renzi credeva tutto suo.
Il Pd non sarà il primo gruppo parlamentare e nemmeno il secondo: verosimilmente sarà il quarto.

Il secondo sconfitto è poi Silvio Berlusconi: questa volta la sua campagna elettorale – al contrario delle percezioni – non è stata sufficiente per raddrizzare le sorti del suo partito, il tocco magico sembra finito una volta per tutte, la sua presenza sulla scena politica rischia di essere archiviata con un lento spegnimento.
La riprova è che al Nord il centrodestra stravince perché c’è la Lega che recupera i voti che gli azzurri perdono, mentre al Sud fa fatica perché Forza Italia non va molto oltre la media nazionale.

Il terzo sconfitto è il progetto di Liberi e Uguali che ha messo insieme un risultato deprimente dopo alcune ore quasi di paura per capire se la soglia di sbarramento alla Camera fosse davvero superata.
Resteranno fuori molti dirigenti, la sorte del grande progetto di sinistra sembra già segnata.


pubblicazione: 05/03/2018

Categoria
 :.  ITALIA Politica



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