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sabato
31
ottobre
2020
Sant' Alfonso Rodriguez



Ci ha lasciato Roberto Viganò

Ci ha lasciato Roberto Viganò, rotariano, professore e docente universitario, accademico della cucina, scrittore, pittore, persona colta e pacata, sempre disponibile per un consiglio disinteressato.
Lo ricordo con una sua novella.....


L'ombelico del mondo.
Italo S., all’incirca settant’anni di età, gestiva un negozietto di generi alimentari e di drogheria in quel di Agazzano, capoluogo della Valle Luretta, che, a mio parere, è la più bella delle valli della terra piacentina, perché ancora poco frequentata dal becero uomo della domenica e perché ricca di vestigia storiche e di scorci pittorici quasi unici.
Lo gestiva con una rara competenza tecnica ed una grazia settecentesca nel porgere il risultato della sua quotidiana fatica dietro il banco di vendita, sul quale erano in bella mostra i pochi, ma squisiti, formaggi che offriva all’attenzione delle massaie: tra di essi spiccava una emiforma di parmigiano-reggiano invecchiato, spettacolare alla vista, all’olfatto, al gusto.
Italo, ogni tanto, dava spettacolo di sé, confermando un talento spontaneo di attore ironico, alla Eduardo, quello almeno delle commedie brillanti, al quale tra l’altro fisicamente somigliava.
Il palcoscenico della sua occasionale esibizione teatrale era l’asse da taglio del formaggio grana sul quale era posata l’emiforma di parmigiano, che egli riduceva in pezzi di diversa grandezza a seconda delle richieste della clientela.
Ero solito, arrivando lì appositamente da Milano, fare gli acquisti per me e per tre o quattro amici che, conquistati dalla bontà del prodotto, mi incaricavano di procurare loro appositamente il “grana di Italo”, e i tagli richiesti variavano dal chilogrammo ai tre.
Italo affrontava l’impegno del taglio sempre con la medesima attenzione, preparandosi spiritualmente all’impresa come il matador affronta il toro nel momento della verità: scrutava, soppesava mentalmente, tracciava dei misteriosi segni geometrici per aria, ed infine, con fare deciso e delicato a un tutt’uno, affondava la lama nel corpo della vittima, separando di netto la parte voluta.
Lo ripuliva accuratamente, l’estetica vuole la sua parte anche nei riti più violenti, poneva la carta oleata sulla bilancia ed infine vi appoggiava il pezzo di grana ottenuto.
«L’è un chilo e venti grammi … ‘l làssum?», mormorava Italo in stretto vallurettese (che è, secondo Giovanni Negri, eccellente storico del diritto e profondo conoscitore della zona, la versione nobile e nobilitata della parlata piacentina), non si sa se orgoglioso di aver raggiunto quasi la perfezione divina (ché quella umana era ottenuta: uno scarto di venti grammi rapportato al chilo è una vera inezia), o deluso perché la divina perfezione, quella volta, anche se di poco non era stata ottenuta.
Prospiciente la piazza di Agazzano, che è una delle più armoniche e grandi del piacentino, è l’Albergo del Cervo, il cui edificio risale almeno al Settecento.
Mi è capitato di organizzare qualche volta, nel salone dell’albergo, convegni di persone importanti che lì convenivano da tutta l’Italia per discutere i problemi delle categorie professionali che rappresentavano. Talvolta, queste riunioni che passerebbero inosservate nelle grandi città hanno l’onore della cronaca sul giornale locale, Libertà, uno dei più antichi d’Italia.
Fu così che Italo, che aveva saputo leggendo il giornale di una di tali riunioni, sollevando lo sguardo dall’oggetto delle sue momentanee attenzioni professionali, mi interrogò tra il serio e il faceto:
«E così … abbiamo avuto una importante riunione … Chi sa perché proprio ad Agazzano …? Lù ‘l sa? Glielo dico io: perché il buon Dio, quando creò il mondo, prese un compasso, una punta la piantò su Agazzano, e lì fece perno, facendo il giro …».
Agazzano, per Italo, è l’ombelico del mondo. Senz’altro ha quasi ragione.

Roberto Viganò


pubblicazione: 26/03/2009

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