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giovedì
1
ottobre
2020
Santa Teresa di Gesù Bambino



Bersani: «Congresso vero, Pd diventi un partito»

di SIMONE COLLINI

INTERVISTA A L'UNITA'

«Il mio unico desiderio è che queste dimissioni servano a qualcosa».

Pier Luigi Bersani parla per la prima volta dopo il passo indietro da segretario Pd e l’insediamento del governo Letta.
In questa intervista ribadisce che il partito deve «sostenere con determinazione» l’esecutivo, stoppa «diktat e pretese senza fondamento» di Berlusconi (abolizione dell’Imu e presidenza della Convenzione) ma ripercorre anche quanto avvenuto nelle votazioni per il Quirinale: «In quel passaggio, nell’inconsapevolezza di tanti di noi, è tramontata la possibilità di un governo di cambiamento», dice puntando il dito contro «l’irrompere di ritorsioni e protagonismi spiccioli» e ammettendo che, «messi di fronte alla prima vera responsabilità nazionale da quando siamo nati, abbiamo mancato la prova».

A cosa pensa dovrebbero servire le sue dimissioni, onorevole Bersani?
«A incoraggiare una discussione vera, a decidere delle correzioni profonde riguardo il nostro modo di essere. L’Italia è nei guai e ha bisogno che il Pd sia all’altezza del compito, che sia in grado di assumersi le proprie responsabilità. Certamente in questi anni abbiamo avuti problemi, ma siamo comunque riusciti ad essere i principali protagonisti politici di governo nella gran parte dei territori.
Poi, messi di fronte alla prima vera responsabilità nazionale da quando siamo nati, non siamo riusciti a saltare l’asticella. Abbiamo mancato la prova».

Anche nel suo partito c’è chi l’ha criticata per la gestione della partita del Quirinale: come risponde a chi sostiene che è stato un errore puntare su Marini e a chi fa notare che poi la scelta di Prodi era figlia di uno schema totalmente opposto?
«Guardi, ho sentito ricostruzioni francamente favolistiche e giustificazioni di comodo di quel che è avvenuto, ma non ho intenzione di replicare o di ricostruire passaggio per passaggio quelle giornate perché sarebbe doloroso per me e umiliante un po’ per tutti. Mi fermo su un punto incontestabile: noi siamo venuti meno a delle decisioni formali e collettive. Che possono essere variamente giudicate - anche se io le ritengo assolutamente giuste, nelle condizioni date le uniche possibili e coerenti con i nostri deliberati - ma che restano, ripeto, decisioni formali e collettive».

Che idea si è fatto, perché il Pd non ha tenuto nel passaggio sul Quirinale?
«Già nei giorni precedenti la scelta del presidente della Repubblica, ci eravamo indeboliti caricandoci addosso la responsabilità dello stallo nella formazione di un governo. Un’idea sbagliata, fatta circolare anche dentro il nostro mondo. Poi, quando si è trattato di applicare una decisione che avevamo assunto, quella cioè di cercare un presidente largamente condiviso fino a prova contraria, la prova contraria che io avevo immaginato potesse provenire dagli altri è invece venuta da noi. E nella fase successiva, di fronte all’impossibilità di una larga condivisione, quando abbiamo proposto un nostro candidato sul quale era stata presa una decisione entusiasticamente collettiva, con nessuno che aveva appoggiato la mia richiesta di voto segreto, abbiamo registrato un colossale inadempimento».

È una questione di disciplina o c’è dell’altro?
«È inutile fermarsi a temi per così dire disciplinari, in questa vicenda sono emersi problemi che dobbiamo assolutamente affrontare. Primo: un deficit di autonomia, una nostra incomprensibile permeabilità, una difficoltà ad esercitare un ruolo di rappresentanza, di orientamento, di direzione. Secondo: l’incapacità di distinguere tra funzioni istituzionali, come è quella del Presidente della Repubblica, e funzioni politiche e di governo. E, mi dispiace dirlo, ma è difficile non vedere in questo la lunga semina della cultura berlusconiana berlusconiana che ha messo frutto anche nel nostro campo. Terzo: l’irrompere di rivalse, ritorsioni, protagonismi spiccioli di fronte a un passaggio di enorme portata. È l’insieme di questi problemi che mi fa dire che è arrivato il tempo di dirimere un tema: vogliamo essere un soggetto politico o uno spazio politico dove ognuno esercita il proprio protagonismo?».

Una questione non da poco, per un partito che è nato sei anni fa, non crede?
«Questa ambiguità si è resa non più addomesticabile alla prima, vera prova di diretta responsabilità nazionale. Ora però il tema va affrontato, sapendo che se scegliamo la seconda strada possiamo essere utili ad alcuni di noi, ma non al Paese e agli interessi e ai valori che vogliamo difendere. Se dobbiamo invece essere un soggetto politico, dobbiamo chiederci qual è la nostra missione per questo Paese e capire che, se scegli di entrare in una libera associazione, decidi di devolvere a una comunità almeno una parte delle tue convinzioni, delle tue aspirazioni, delle tue ambizioni. Perché se si disperde l’idea che entrare in un collettivo è una scelta morale, di libertà e di responsabilità, noi non possiamo essere utili al Paese».

Ora è in carica un governo in cui ci sono ministri del Pd e del Pdl, che è quello che lei per cinquanta giorni ha escluso: l’errore è stato commesso ieri o è stato commesso oggi?
«È stato commesso nel passaggio per il Quirinale, che ha comportato un nostro pesante indebolimento e un mutamento nel rapporto di forza. Nell’inconsapevolezza di tanti di noi, lì è tramontata la possibilità di un governo di cambiamento, la possibilità di aprire la legislatura con una terapia d’urto capace di riconnettere il governo e noi stessi con la società. So bene che fra di noi ci sono parecchi che hanno ritenuto irrealistica quella prospettiva. Ma c’era troppo realismo in quei giudizi. Il vero realismo sta nella connessione al Paese, alle sue esigenze. Quello era un tentativo che aveva dentro un elemento di azzardo, di combattimento, ma non era irrealistico, non sarebbe stato irrealistico, anche se certo in quella prima fase della vicenda, non era irrilevante il fatto che il Presidente della Repubblica non avesse la pienezza dei propri poteri».

Grillo però ha chiuso a ogni ipotesi di collaborazione, sia nella fase della formazione del governo che in quella per il Capo dello Stato: col senno di poi si è pentito di aver insistito così a lungo?
«Intanto sia chiaro che io mi rivolgevo a tutto il Parlamento. In ogni caso sbaglia chi sostiene che mi sarei fatto umiliare da Grillo. L’arroganza umilia chi la mostra e rimarrà l’idea di una mia disponibilità a lavorare per un governo del cambiamento. L’idea di Grillo è stata fin dall’inizio quella di tenersi totalmente disimpegnato e cercare di lucrare il più possibile sulla necessità di una convergenza tra noi e la destra. Lucrare si può per un giorno, un mese, forse anche per un anno ma, se poi si mostra l’impotenza e l’inconcludenza di certe posizioni, è finita».

Ma perché il Pd non ha fatto sua la proposta di eleggere Rodotà al Quirinale?
«Dopo quanto successo con Marini e con Prodi, pensiamo davvero che ci sarebbero stati i voti per Rodotà? Dopodiché non è accettabile un prendere o lasciare, dire o così o niente. Il Movimento 5 Stelle ha sempre rifiutato qualsiasi dialogo sul governo e sul presidente della Repubblica. Rodotà è una figura degnissima ma è stata strumentalizzata per un’operazione politica finalizzata a creare difficoltà piuttosto che a ricercare soluzioni. Mi piacerebbe piuttosto chiedere a Grillo e tutti gli altri perché hanno detto no a uno come Marini, forse perché riesce a farsi capire dagli edili? O perché no Prodi?».

Torniamo alla domanda di prima: è stato un errore dopo il passaggio del Quirinale dare il via libera al governo del presidente insieme al Pdl?
«No, e anzi ora possiamo soltanto ringraziare il presidente Napolitano per aver evitato un avvitamento della situazione e aiutato l’allestimento di un governo che aveva come alternativa soltanto nuove elezioni con il Porcellum. Quindi, adesso noi senza tante chiacchiere dobbiamo sostenere con determinazione Enrico Letta, che si è caricato di un compito pesantissimo e difficile, in una fase nuova, diversa, quella che lui ha chiamato giustamente “governo di servizio”».

Sostenere un governo in cui c’è Micciché e Biancofiore?
Con Berlusconi che propone l’abolizione dell’Imu e chiede per sé la presidenza della Convenzione sulle riforme?

«Quanto alla squadra di governo, nessuno può nascondersi la difficoltà di allestire una compagine in queste condizioni politiche. Ma nelle condizioni date Letta ha trovato un buon equilibrio. Noi dobbiamo pienamente sentire in quel governo la nostra responsabilità e combattere perché ottenga dei risultati, a partire dalle risposte da dare alla grave situazione economica e sociale. Per quanto riguarda l’Imu, anche noi abbiamo detto che si deve correggere, ma nel caso si intervenga deve rinvenirsi traccia di quanto da noi proposto. E lo stesso vale sugli ammortizzatori sociali e sugli esodati. Nessuno può avanzare diktat. Per quanto riguarda le riforme istituzionali, sarebbe buona cosa allestire una Convenzione, come già avevo proposto durante le consultazioni. Ma l’autocandidatura di Berlusconi alla presidenza mi pare una miccia accesa e una pretesa senza fondamento».

Le sue dimissioni saranno ratificate all’Assemblea nazionale del Pd, sabato: che tipo di discussione auspica si faccia in quella sede?
«Parto dal punto di fondo: ci vuole un congresso vero, che sia svincolato dalla scelta di un candidato premier, visto che per la prima volta da quando esiste il Pd un presidente del Consiglio lo abbiamo. Quindi penso che sia possibile avviare una procedura per arrivare a una modifica dello statuto tale per cui non ci sia più coincidenza tra la figura del segretario e quella del candidato premier. Serve aprire subito una discussione che consenta di affrontare i temi che dicevamo prima, la natura del Pd, la sua missione, le sue responsabilità di fronte al Paese. E auspico che l’Assemblea di sabato non sia un mini-congresso».

Comunque dovrà eleggere il suo successore: un reggente o un segretario a pieno titolo?
«È una discussione formalistica. L’Assemblea deve pronunciarsi su una persona, dare un mandato pieno a qualcuno che dovrà condurci nella fase congressuale e intanto rappresentare il Pd di fronte al Paese».

Insomma un segretario.
«Ma sì, una figura che goda di un largo consenso e che sia di garanzia per tutti. Naturalmente queste sono opinioni che impegnano solo me stesso. In settimana bisognerà preparare uno sbocco positivo dell’Assemblea con l’aiuto dei segretari regionali e del coordinamento».

A tutti quelli che le stanno chiedendo di congelare le sue dimissioni fino al congresso cosa dice?
«Che io lavorerò perché al congresso si affronti una discussione seria, vera, ma non rivedo le mie decisioni. Ho sempre detto che non mi sarei ricandidato, che bisogna mandare avanti una classe dirigente nuova, e dovremo discutere sulla base di quali criteri si arriva alla selezione. Dopodiché sono stato segretario per quattro anni duri e appassionanti, so bene che in politica si vince assieme e si perde da soli, ma so anche che la politica come qualsiasi attività umana ha una sua moralità. A questa non ho rinunciato da una vita e non intendo rinunciarci ora».

da www.unita.it del 5 maggio 2013


pubblicazione: 05/05/2013

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