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mercoledì
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2020
Sant'Orsola e compagne martiri



Berlusconi fa dimettere i ministri Pdl

È crisi di governo. Letta: “Gesto folle”

Silvio Berlusconi apre la crisi di governo, pretendendo ed ottenendo le dimissioni del 5 ministri del Pdl e azzerando le speranze, già ridotte al lumicino, del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e del premier Enrico Letta di rilanciare, con una verifica in Parlamento, l’azione di governo.
Letta, che domani salirà al Quirinale, vuole comunque un «chiarimento» davanti alle Camere per verificare se ci sono i numeri ma soprattutto per addossare al Cavaliere la responsabilità di un «gesto folle - attacca il premier - solo per coprire le sue vicende personali».


L’ESCALATION
Dopo quasi due mesi di scontro durissimo, nel Pdl vincono i falchi.
Dopo l’accelerazione dell’annuncio delle dimissioni di massa dei parlamentari, Berlusconi oggi consuma l’ultimo strappo dopo una riunione ristrettissima nella quale, a quanto si apprende, c’erano Daniela Santanché e Denis Verdini.
«L’ultimatum di Letta è irricevibile e inaccettabile» si infuria l’ex premier che addossa al Pd la colpa della mancata approvazione del decreto per evitare l’aumento dell’Iva. Ed è in nome di una tassa, definita «odiosa vessazione», che il Cavaliere “dimissiona” la delegazione dei suoi ministri al governo. Un’accusa, che viene bollata dai rivali come slogan da campagna elettorale, che il presidente del Consiglio respinge con durezza, arrivando a consigliare agli italiani, su Twitter, di «non abboccare» al Cavaliere che «gira la frittata» visto che è stato proprio il Pdl, annunciando le dimissioni di massa, a creare un «vulnus» gravissimo.
E a trascinare il governo verso la crisi, facendo balzare, primato poco onorevole, il nostro paese tra le breaking news dei principi siti e tv mondiali.


IL CAVALIERE ALLA GUERRA
A Berlusconi serviva solo il pretesto per rompere gli indugi e fare quello che da tempo meditava: staccare la spina al governo.
È così dopo un pranzo ad Arcore (domani sono previsti nuovi incontri) con i suoi avvocati, Denis Verdini e Daniela Santanché, il Cavaliere ha diramato una nota al vetriolo in cui accusava il premier di non aver rispettato «il patto di maggioranza» aumentando l’Iva e dandone la colpa al Pdl.
L’ex capo del governo però è andato oltre ordinando alla delegazione ministeriale pidiellina di rassegnare subito le dimissioni. E proprio con i ministri, in particolare con il vice premier Angelino Alfano ci sarebbe stato un lungo braccio di ferro in cui il segretario del Pdl avrebbe tentato di frenare il Cavaliere. Un pressing inutile anzi, pare che i diretti interessati alla fine siano rimasti all’oscuro di quanto veniva deciso ad Arcore, rimanendo di fatto spiazzati dalla nota.
Nel Pdl i falchi cantano vittorie.
Le colombe si adeguano, l’unico ad alzare il dito è Cicchitto: «Ritengo che una decisione di così rilevante spessore politico - spiega l’ex socialista - avrebbe richiesto una discussione approfondita e quindi avrebbe dovuto essere presa dall’ufficio di presidenza del Pdl e dai gruppi parlamentari».
Ma l’ex premier dunque non ha intenzione di fare passi indietro pronto ad aprire la crisi nonostante le molte avvisaglie che arrivano, soprattutto dal Senato, sui possibili “traditori”.



L’ASSE PALAZZO CHIGI-QUIRINALE
Enrico Letta, che dopo la giornata convulsa di ieri aveva deciso di trascorrere un pomeriggio in famiglia per concentrarsi sul discorso programmatico su cui verificare martedì la maggioranza, viene informato dal vicepremier Angelino Alfano. Domani salirà al Quirinale quando il Capo dello Stato Giorgio Napolitano rientrerà dalla trasferta a Napoli per decidere le mosse insieme le prossime mosse. Un primo quadro della situazione i due l’hanno fatto per telefono. E Letta ha sentito per telefono anche il segretario Pd Guglielmo Epifani che considera le dimissioni dei ministri «un’ulteriore azione di sfascio» perché «è stato toccato un livello mai visto di irresponsabilità». La situazione è intricatissima e l’unico punto fermo è che il presidente della Repubblica non scioglierà le Camere se prima non sarà approvata la legge di stabilità e una riforma della legge elettorale. Una convinzione che anche il presidente del consiglio, e il Pd, condivide. Letta vuole presentarsi alle Camere e, come dice il viceministro Stefano Fassina, «non si andrà ad elezioni perché troveremo una soluzione in Parlamento: sono sicuro che in Parlamento c’è una maggioranza in grado di evitarlo». Ma per un governo di scopo non si potrà contare sul M5S: Beppe Grillo non ha dubbi che a questo punto bisogna tornare subito al voto.



IL PIANO DEL PD: GOVERNO DI SCOPO PER FARE LA LEGGE ELETTORALE
Lo strappo di Berlusconi allarga anche il fronte del malessere nel Pdl verso le larghe intese. «L’irresponsabilità sta salendo a livelli che non erano razionalmente valutabili, siamo ad una crisi al buio che non si vedeva dal dopoguerra», si indigna Guglielmo Epifani che ora dovrà gestire una fase delicatissima tra esecutivo e congresso che, a questo punto, potrebbe essere in forse. Il leader Pd, nell’ultimo periodo uno dei principali sostenitori del premier Letta, è rimasto spiazzato, ma non sorpreso, dall’ultima mossa del Cavaliere che «sono un ulteriore azione di sfascio per l’azione del governo». Ma da tempo il Pd aveva perso l’illusione che il governo potesse durare l’intera legislatura e realizzare l’ambizioso progetto di riforme, a partire da quelle costituzionali, che si era prefisso nel programma originario. A questo punto, però, il ritorno alle urne, pur messo in conto, deve fare i conti con la necessità imprescindibile di cambiare la legge elettorale. «Altrimenti dopo le elezioni saremo di nuovo al punto di partenza», è la convinzione di tutti, compreso il sindaco di Firenze Matteo Renzi. «Cambiarla è un passaggio obbligato prima di tornare a votare ma non sarà facile», ammette Epifani. La via che il Pd immagina è quella di un governo di scopo che con la legge di stabilità metta in sicurezza il paese rispetto ad un nuovo assalto della speculazione. Con la caduta del Governo e l’eventuale ritorno alle urne si rischia che sia la Troika a «fare la legge di Stabilità al posto nostro», avverte il viceministro Stefano Fassina.



GRILLO: NO AD ACCORDI, ANDIAMO AL VOTO COL PORCELLUM
Una nuova maggioranza in realtà è tutta da costruire anche se Nichi Vendola si dichiara disponibile ad un governo che, prima di tornare alle elezioni, cambi il Porcellum e faccia la finanziaria. Ma il Pd deve mettere in conto che precipiti tutto e si torni al voto. Facendo i conti con un congresso alle porte. Che, con elezioni a breve, sarebbe “congelato” lasciando Epifani al suo posto. Immediata arriva intanto la chiusura di Beppe Grillo all’ipotesi di un nuovo esecutivo Pd-M5S. No ad accordi e nessuna fiducia, è la linea del leader e di Casaleggio. Che ribadiscono il loro no alla riforma del Porcellum «per evitare un super-Porcellum». In sintesi, dicono i capi grillini, «no a fregature studiate apposta per metterci fuori gioco». A finire nel mirino è Napolitano: «L’Italia non può più reggersi sulle spalle di un ultra ottuagenario che sta, volontariamente o meno non importa, esercitando poteri da monarca che nessuno gli ha attribuito. Napolitano deve rassegnare le dimissioni. È a lui che dobbiamo questo impasse. Alle sue alchimie va attribuito lo sfacelo istituzionale attuale». Grillo, insomma, è già in campagna elettorale: «Bisogna andare al voto per vincere e salvare l’Italia. È l’ultimo treno. Napolitano non si opponga. I prossimi mesi saranno per cuori forti. In alto i cuori».

da www.lastampa.it del 29 settembre 2013


pubblicazione: 29/09/2013
aggiornamento: 11/11/2013

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