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Barbera: De Rita centra il tema, i Ds parlino alla base

Se è vero, come dicono i sondaggi, che la leadership di Romano Prodi si va appannando, la responsabilità è dei vertici del centrosinistra, che non rinunciano alla tentazione di interpretare ogni sussulto della politica «in chiave antiberlusconiana». Con questa premessa Augusto Barbera, ex parlamentare del Pds e professore di Diritto costituzionale a Bologna, interviene nel dibattito aperto da Giuseppe De Rita: Piero Fassino è un leader «vittorioso ma povero», perché la Quercia non ha un radicamento sociale largo come quello elettorale. Professore, secondo lei a chi parla, o dovrebbe parlare, il primo partito del centrosinistra? «La domanda di De Rita è di estremo interesse, però non va posta solo a Fassino ma a tutti i partiti. Perché i partiti sono nati sulle fratture create dal conflitto tra le classi sociali o dalle divisioni religiose. Oggi che i conflitti sociali non sono più conflitti di classe, le fratture si sono illanguidite e si pone il problema di che cosa i partiti rappresentano e chi». I Ds hanno o no un blocco sociale di riferimento? «In un sistema bipolare maggioritario, rappresentare la società non basta. Non serve la macchina fotografica, ma il trasformatore di energia». Il leader giusto o il programma giusto? «Per vincere devi fare la sintesi di tutti gli interessi di cui puoi credibilmente farti carico. Se invece vuoi acchiappare tutto, rischi di non essere credibile. Se sei all' opposizione devi, in un paio di anni, dare risposte di governo e qui è l' elemento di debolezza. Rivolgersi a tutte le categorie sociali possibili come fa Fassino riusciva alla Dc quando il mondo era diviso in blocchi, poi però la Dc è scoppiata. Invece di mettersi sul terreno di De Rita, nel suo intervento sul Corriere il segretario dei Ds poteva rilanciare la federazione riformista». Condivide il traguardo? «Sì, è il tentativo di dare una risposta non solo in termini di contenitore. Prodi deve rimettersi a fare quel che tentò nel ' 95, costruire un programma in cui non ci sia dentro tutti e tutto ma la sintesi degli interessi che sono rappresentabili». Lo spirito non sembra proprio quello del ' 95. «Questo perché ogni cosa è fatta o detta contro Berlusconi, più che per il Paese. Così nel momento in cui si affloscia Berlusconi si affloscia anche il centrosinistra. Per un certo verso è inevitabile, il bipolarismo è una polarizzazione di energie, ognuna influenza l' altra». Si dice che il Cavaliere e il Professore siano legati, se cade il primo... «Spero di no. Non vedo alternative a Prodi». Gli ultimi sondaggi lo danno in caduta libera. «Con il voto sull' Iraq Prodi ha sprecato l' occasione di mostrare la sua leadership, ma il motivo di fondo di questo appannamento è la tendenza a registrare tutto in funzione antiberlusconiana. Ecco, la sfida che Prodi ha di fronte è questa, mettere insieme un programma forte per l' Ulivo come se non ci fosse Berlusconi». Cosa vuole il popolo dell' Ulivo, quando chiede unità e primarie? «Chiedono il partito che non c' è e che ora, nelle forme nuove della federazione, abbiamo la possibilità di costruire. Non il partito con i tradizionali insediamenti sociali, ma il partito dell' Ulivo, un partito-programma. Non è vero che Berlusconi ha vinto perché aveva le tv, ma perché è riuscito a cogliere la domanda di maggiore dinamismo, libertà e competizione. Ma era un programma virtuale». Si può fare meglio? «Oltre a dinamismo, libertà e competizione riprenderei la bandiera che la Cdl non è riuscita a portare avanti, aggiungendovi la solidarietà per chi è rimasto indietro». La strategia di Fassino, fare della Quercia l' asse portante del centrosinistra, non rischia di preoccupare gli alleati? «Bisogna saper tirare la coalizione senza dirlo. D' altronde la concorrenza tra i vari partner è un problema che hanno tutte le federazioni».


pubblicazione: 20/07/2004
aggiornamento: 07/10/2004

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