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giovedì
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ottobre
2020
Santa Teresa di Gesù Bambino



galleria immagini  Apocalypse Now
 
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Vietnam, alla fine degli anni '60.
L'esercito americano invia il Capitano Willard (Martin Sheen) nella giungla per uccidere il Colonnello Kurtz (Marlon Brando), ormai impazzito ed inviso al governo statunitense per le sue crude opinioni sul conflitto. La sua missione si rivelerà difficile e pericolosa, ma soprattutto ricca di incontri al limite tra l'assurdo ed il disperato: il fanatico Colonnello Kilgore (Robert Duvall), che pensa al surf invece che alla vita propria e a quella dei suoi uomini, un gruppo di militari abbandonati da tutto e da tutti che si consolano con le conigliette di Playboy, una famiglia di coloni francesi attaccati alla propria terra al punto da non volerla lasciare neanche al prezzo della vita... Al termine del viaggio Willard finalmente incontrerà Kurtz, sarà vittima delle sue torture e della sua aberrazione ma riuscirà ad ucciderlo e a fuggire dalla sua folle comunità.
Quando, nel 1979, uscì sugli schermi di tutto il mondo "Apocalypse now", il regista Francis Ford Coppola dovette scegliere tra i due possibili finali che aveva girato, oltre che selezionare l'enorme massa di materiale a sua disposizione: ne risultò un film di 153' circa, già lungo per le abitudini degli spettatori.

Nel 2002, dopo la presentazione al Festival di Cannes 2001, esce la riedizione di uno dei più grandi capolavori della storia del cinema, "Apocalypse Now Redux" per una durata totale di 3 ore e 22', con svariate modifiche, tra cui la più eclatante agli occhi dello spettatore è senza dubbio il diverso finale: la versione precedente del film vedeva infatti terminare la vicenda con un immenso rogo che trascinava con sé sia Willard che Kurtz. Oltre a questa modifica segnaliamo l'introduzione in fase di rimontaggio di alcuni episodi che mancavano nel film precedente, quali ad esempio quelli sopracitati dei francesi e delle conigliette, ma anche l'episodio del furto della tavola da surf del colonnello Kilgore, l'incontro tra Willard e la vedova francese ed anche il momento in cui Kurtz legge al capitano una pagina di "Time" che si riferisce al Vietnam.
Le varie aggiunte hanno portato ad un prolungamento di ben 53', quasi un'ora di pellicola che però non risulta assolutamente pesante né eccessiva. Ottimo il montaggio, bellissimi i restauri applicati alla fotografia, accurato il nuovo doppiaggio, che è stato realizzato per tutto il film.

Se qualche appunto si può fare a questa nuova, tecnicamente bellissima, edizione di "Apocalypse Now" è che non aggiunge poi molto a quella precedente, al suo fascino, alla sua vena ribelle e politically Scorrect, che vengono semplicemente precisate ed approfondite. Il fascino della prima visione, rimane forte nel cuore e nel cervello di chi vide la prima versione, un atto di grande coraggio da parte di un americano nel trattare un argomento tanto delicato come quello del conflitto vietnamita.

"Apocalypse Now" (Redux o meno) è un film assolutamente da non perdere, una pietra miliare nella storia del cinema, che ha cambiato il modo di fare cinema: il film di guerra, fino a quel momento, era stato una vicenda di eroi sempre saldi nei loro principi, di uomini disposti a dare la vita per la patria senza alcuna perplessità, di bombe distanti, visi impolverati, trincee di filo spinato e soldati gentiluomini. In "Apocalypse Now" la guerra è davvero tale: gli uomini sono solo uomini, eroi e codardi allo stesso tempo, stanchi, sporchi, sudati e feriti, assassini a sangue freddo quando lo ritengono necessario.
Il messaggio che Coppola ci vuole trasmettere è che la guerra è qualcosa di inumano, distruzione allo stato puro, che la guerra non ha mai una ragione o una giustificazione, che gli uomini, quando l'affrontano, cadono nel terrore e nella follia, che da essa non c'è speranza di salvezza o di fuga.
La vera forza di Coppola è però il modo scelto per narrare tutto questo: la scelta di girare praticamente sul luogo in cui avvennero realmente i fatti, le ricostruzioni realistiche fino all'inverosimile, il gioco dei primi piani sui visi sconvolti e cotti dal sole e dal napalm, i panorami di una giungla allo stesso tempo terribile ed affascinante.
Bellissima a questo proposito la fotografia di Vittorio Storaro; originalissimo l'uso delle musiche, ricordiamo il mitico inserimento di Wagner al momento dell'attacco al villaggio vietcong, "Satisfaction" ascoltato sulla barca durante la lunga traversata sul fiume, "The end"(The Doors 1967) che fa da innesco alla vicenda del film e che ricompare alla fine, nel momento catartico dell'omicidio-sacrificio di Kurtz.


IL FILM
In una squallida stanzetta di Saigon il capitano Willard (Martin Sheen) vive i suoi giorni di incubo post-fronte mentre attende ordini per una nuova missione.
Nel suono vibrante di The End 13 (The Doors,1967) c'è il fermento della sensualità dissacratoria di Jim Morrison e di tutta la rock-culture degli anni 60, nella voce fuori campo che in prima persona ci descrive l'ambiente («Saigon che merda») c'è la citazione nostalgica del cinema letterario tra il 40 e il 50 e le immagini in "sovrapposizione", il confuso turbinare di elicotteri ed esplosioni rivela subito la chiave di lettura di un viet-film visionario nella struttura contenutistica e nell'affresco formale.
Quando Willard é convocato per l'assegnazione dell'incarico già lo stile si fa più professionalmente freddo e mentre viene messo al corrente che il suo compito é quello di eliminare un fantomatico colonnello Kirtz (ex-soldato modello ed ora paranoico condottiero di una imprecisata comunità guerriera della giungla) siamo quasi nello spy-system, in cui però la ferrea necessità della missione sta al di sopra di qualsiasi dubbio logico o morale.
Come il Marlowe di Conrad si imbarcava alla ricerca del suo Kurtz cacciatore d'avorio, così il "captain" di Coppola parte su una motovedetta della marina alla caccia del "nuovo" Kurtz hollywoodiano, alter ego impazzito dell'imperialismo bellico.
L'equipaggio che, ignaro, accompagna l'immusonito Willard, rimpolpa il fascino della situazione.
Due negri e due bianchi: il comandante di colore che fa da esecutore troppo critico degli ordini dei superiori (finirà trafitto da una lancia proprio sul finire del viaggio), il giovanissimo "figlio del blues" che si sgranchisce i muscoli con Satisfaction, il baffuto che rimpiange il suo mestiere di cuoco, l'ex-campione di surf dalla siringa facile. É una fauna caricaturale assortita che serve a reggere l'atmosfera, dato che il protagonista é già uscito dalla "dimensione della missione" per entrare nel "trance del quest".
Assorto tra le scartoffie affidategli dal quartier generale, ricerca il suo Kurtz, prima ancora che fisicamente, a livello di entità umana, quasi affascinato dall'uomo che lo aspetta al di là dei confini "conquistati", del territorio e dello scibile.
La motovedetta diventa l'imbarcazione su cui vaga "l'animo americano" contemporaneo, compiendo "la ricerca archetipica sottoforma di Viaggio preferibilmente per Acqua, suddiviso in episodi epici di Conoscenza ed Errore" .
La prima fatica dell'Ercole della United Artist é la follia bellica del comandante Kilgore («Amo il profumo del napalm la mattina, odora di vittoria») che, al suono delle Walkirie wagneriane, spiana un villaggio nemico per concedersi un'esibizione di surf.
Poi é l'apparizione delle conigliette di Playboy che, direttamente discese dagli elicotteri,
al ritmo di Suzie Q consolano una guarnigione nella giungla,
a mettere a dura prova i nervi dei cinque marines.
Quando incrociano un "sampan" finisce che una semplice operazione di controllo si tramuta in un assassinio immotivato ed il far tappa all'ultimo avamposto Usa sul Mekong é un'altra occasione per trasfigurare l'allucinante realtà della guerra vietnamita.
Oltre il ponte di Du Long lo scenario sembra rarefarsi (si potrebbe dire con l'onirismo di Stocker, che ci si addentra "dove il mondo diventa sogno e il sogno diventa mondo"), le azioni belliche restano anonime (la sparatoria che uccide il giovane marine negro) o anacronistiche (la pioggia di frecce e giavellotti), sparisce la coreografia della guerriglia e la voce recitante completa la tessitura dell'arazzo della "recherche": il viaggio della coscienza approda alfine all'ultima spiaggia e Willard e i due compagni sopravvissuti (i due bianchi!) arrivano nel mostruoso "salone delle feste" di Kurtz, tra "lampadari" umani grondanti di sangue.
«Voglio parlargli», confida l'"'eroe" ad uno strampalato fotoreporter (Dennis Hopper) che si aggira inquieto tra guerrieri e cadaveri.
«Quando gli sei di fronte é lui che parla, tu stai ad ascoltare» gli risponde quello
e aggiunge: «la sua mente é lucida, ma la sua anima è pazza».
Siamo ormai alla resa dei conti, la guerra-spettacolo di Apocalypse now rivela la sua essenza di guerra metafisica e l'incontro tanto atteso col bonzo-Kurtz si concretizza nel cranio rasato che luccica nell'oscurità dello schermo: Willard é approdato all'oracolo dell'astrazione risolutiva.
ll Kurtz di Coppola, nel suo "universo farneticante", estrapola qualsiasi meccanismo istituzionale di potere e violenza.
Il Marlon Brando che declama Conrad («l'orrore, l'orrore») ed Eliot («noi siamo gli uomini vuoti») ha nel cuore il vuoto di troppo cinema hollywoodiano e, nei testi sacri della sua "cella The Golden Bough di J. G. Frazer e From Ritual to Romance, di Jessie L. Weston, legge la propria angoscia di vacuo Dio della Guerra che attende la liberazione ("vecchio, calvo, sposato, forse gravemente malato, e inattesa di un Viaggiatore che gli darà nuova e vera vita", Weston) e la progenie ("Egli era un sacerdote ed un assassino; e l'uomo che egli attendeva prima o poi l'avrebbe ammazzato e avrebbe assunto il sacerdozio al suo posto. Questa era la regola del santuario...", Frazer).
Il disgustato ed affascinato Willard non può che compiere il suo dovere.
«Sei soltanto un garzone mandato dal droghiere a fare la sua commissione» gli ha detto Kurtz: al rituale del "popolo" che immola il bufalo egli risponde con il rituale dell'uomo che sacrifica un altro uomo e che, rifiutando l'assunto esoterico (come avveniva nella versione presentata a Cannes in cui Willard "succedeva" a Kurtz), rientra nei ranghi di singolo anonimo, di "garzone", forse pronto ad un'altra missione, certo bisognoso di un altro viaggio nella propria coscienza.




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pubblicazione: 16/08/2004
aggiornamento: 03/10/2004



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