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giovedì
30
giugno
2022
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"Andrò via ma gestendo il passaggio di consegne"

La settimana più drammatica nella storia della Fondazione di Piacenza e Vigevano sta per concludersi.
Lunedì scorso il presidente Francesco Scaravaggi, in carica dal 16 marzo 2013, ha chiesto di azzerare un Cda nel quale non ha più fiducia.
Il consiglio generale gli ha votato contro e lui ha annunciato le dimissioni.
Il mondo politico sta chiedendo però le dimissioni di tutto il consiglio di amministrazione sfiduciato da Scaravaggi.
Peggior intreccio non si può immaginare.
E oggi è lo stesso presidente a parlare rilasciando un'intervista che dà la misura del suo disagio.

Presidente Scaravaggi, cos'è per lei la Fondazione?
«E' un luogo dove deve valere il rispetto delle persone, dei rapporti interpersonali; devono valere l'accoglienza e l'ascolto. Invece pensi, fin dall'inizio c'è chi, intorno a me, si è lamentato perché ricevevo persone che venivano a parlarmi. Quasi subito il clima si è guastato, diventando un clima pieno di sospetti. Se l'avessi saputo non sarei mai entrato in Fondazione. Tante volte ho pensato che ero stato portato qui con il "miele" perché facevo comodo a qualcuno. Mi sono sentito strumentalizzato. Ora penso che la Fondazione dovrà ripartire con persone nuove».

Cosa l'ha spinta a una decisione così estrema come dimissionare tutto il Cda? A "caldo" lei ha detto di essersi sentito scavalcato.
«Il mio gesto era diretto verso coloro che avevano già rivestito la carica di consiglieri, ma per non dare la colpa a uno piuttosto che a un altro e avendo visto che ormai quasi tutti non collaboravano con me, ho chiesto la revoca di tutto il Cda. Più che scavalcato, sono stato esautorato, venivo a sapere di certe azioni dopo che erano state fatte».

Può farci esempi precisi?
«Uno per tutti, la nomina dei legali quando c'è stato il trapasso di titoli in Svizzera l'estate scorsa (200 milioni, trasferiti e subito rientrati, all'origine del licenziamento dell'ex direttore, ndr). Un paio di miei consiglieri si sono sentiti in dovere di andare in uno studio legale di Milano per sistemare le cose e io non ne sapevo niente. Ma lo Statuto dice che la nomina dell'avvocatura è prettamente di mia competenza, quale legale rappresentante della Fondazione».

C'è qualcuno che più di altri l'ha esautorata?
«Il mio vicepresidente vicario (Beniamino Anselmi, ndr) spesso insieme al consigliere avvocato (Franco Marenghi, ndr). Quando loro portavano in consiglio delle proposte andavano sempre bene, se le proposte venivano dal presidente non erano ascoltate».

Un altro suo consigliere, Stefano Pareti, ha parlato di gestione parallela.
«Proprio così, ma quando c'erano da tagliare i nastri delle inaugurazioni mandavano avanti me».

Quali fatti ritiene particolarmente gravi?
«E' stato grave aver saputo da un amico bancario, per strada, che vi era la possibilità che due consiglieri con firme abbinate potessero impegnare la Fondazione senza dover ottenere l'assenso del presidente. A novembre ho chiesto di correggere questa anomalia. E' giusta la garanzia di una seconda firma, ma la prima deve essere del presidente. Ripeto, fino a dieci giorni fa due consiglieri del Cda potevano impegnare la Fondazione senza che io lo sapessi, malgrado la delibera presa a
novembre».

Tuttavia, sul punto delicato degli investimenti avete creato una commissione.
«Sì, ma per esempio è stata fatta recentemente un'operazione finanziaria con la banca Credit Suisse, la ristrutturazione di un investimento di circa 60 milioni di euro deliberato nel 2012. Si trattava di un'operazione non urgente che è stata attuata senza attendere il passaggio in commissione investimenti. E siamo qui oggi a non firmare erogazioni da 600 euro, mentre su quelle operazioni erano tutti pronti... ».

Ma lei nutriva dubbi su quell'operazione?
«Quello che faceva il mio consulente finanziario mi stava anche bene, l'operazione fu fatta per correre meno rischi, che prima erano molto gravi, operazioni simili vengono fatte non senza dolore, si sono dovuti allungare i titoli fino al 2044, con rendita molto minore. Ora dormiamo tranquilli, però avrei voluto capirne di più».

Ma quando si è incrinata la sua fiducia?
«Da subito mi sono levato certi "sassolini", ma anche la parte a me più vicina, il mondo cattolico, non mi ha creduto. Quante pizze abbiamo mangiato insieme la sera mentre cercavo di spiegare che la situazione non andava bene. Più di recente uno di questi amici mi ha chiesto cosa potesse fare per me, io gli ho detto: credermi! ».

Chi l'ha delusa di più?
«Proprio chi rappresentava la parte cattolica e si è comportato come in certe vicende vaticane,
qualcuno ha ammesso lo sbaglio, però devo anche dire che non mi aspettavo centinaia di manifestazioni di vicinanza dalle persone più diverse».

E adesso cosa succede? Potrebbe ripensarci sulle dimissioni?
«Le dimissioni le darò, anzi non vedo l'ora di andare via da qui. Spero che questa situazione sia gestita al meglio. Devo capire bene dagli avvocati e dall'Acri se posso rimanere fino a un passaggio di consegne. Anche ultimamente mi ha dato fastidio l'irruenza con cui si vuol prendere il mio posto. E fino a quando sono presidente la Fondazione può assumere tutte le decisioni necessarie senza limitazioni».

Più volte in questi giorni si sono levate voci dal Cda, che non pare intenda dimettersi, per chiedere regole e trasparenza in Fondazione. Ci sono state erogazioni o forniture di tipo clientelare?
«Il principio della "casa di vetro" ovviamente lo condivido, ma provo disagio se vedo che regole e principi si adattano secondo le situazioni. Questo non mi piace. Le regole ci vogliono, ma sarebbe giusto esaminare bene anche quelle che ci sono da 23 anni, tanti consiglieri non le conoscono. Da parte mia, ho sempre cercato di agire con equità e dove ho visto che non c'era ho fermato le cose, per esempio ci sono state erogazioni fatte con la lente di ingrandimento, altre, più impegnative economicamente, passate via subito. L'equità ci vuole per tutti. Si chiede il codice etico, ma per me il codice etico è lo spirito che va messo nelle cose che fai. La prima etica devi averla dentro».

Torniamo agli scenari prossimi. Nell'ultimo periodo si è molto parlato sulla stampa nazionale della cessione per 28 milioni delle ultime azioni di Monte Parma a Banca Intesa. Ora fermate le macchine?
«Sì, la cosa va valutata. Il problema ora è quello di convocare il nuovo consiglio generale, se posso lo convocherò io stesso, deve ratificare le mie dimissione e nominare il presidente. Le mie dimissioni anticipate non sono state ancora formalizzate, vorrei gestire il percorso da presidente a presidente».

Come vede il futuro della Fondazione? Il bilancio a quanto ammonta oggi in valore effettivo?
«Il futuro lo vedo più positivo di altri che parlano di "baratro". I 342 milioni di euro del bilancio sono il valore contabile, per quanto ho capito, ma ci vuole un "audit", una valutazione indipendente di un ente esterno che ci dica il valore effettivo. Credo, per quanto ho potuto capire, che saremo nell'ordine di 290 milioni. Ci sono minus valenze, ma anche plus valenze come gli investimenti con la Cassa Depositi e Prestiti. Chi mi ha preceduto ha fatto cose buone come l'acquisto di questo palazzo Rota Pisaroni, prestigioso, e il teatro Gioia.

Continuerete ad erogare? E su che valori?
«Credo di sì. Siamo sui 5 milioni rispetto ai 9 di un tempo. L'esame delle richieste è più mirato e si dovrebbe arrivare a fare qualche bando finalmente per le erogazioni di valore medio e medio-grande, specie sul fronte del welfare».

Presidente, c'è un bilancio di questi quindici mesi di cui è orgoglioso?
«Sì, aver portato quasi a termine dopo tanti anni la vicenda dell'immobile Santa Chiara sullo Stradone Farnese. Stiamo solo aspettando la firma di Asp Città di Piacenza per averlo poi tutto per noi, tutto per la città e per aprire il grande giardino».

Patrizia Soffientini
LIBERTA' 21/06/2014


pubblicazione: 22/06/2014
aggiornamento: 26/06/2014

francesco scaravaggi  18934
francesco scaravaggi

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