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Ampliamento inceneritore:quali regole da seguire ?

di STEFANO MAGLIA

Vorrei offrire il mio modesto contributo sulla questione inceneritore, che ha visto protagonisti in questi giorni anche i nostri massimi organi istituzionali del capoluogo e della provincia (e persino il ministro Bersani e l'Ordine dei medici, il quale, bontà sua - e per motivi a me ignoti - ha cominciato ad offrire le sue lecite osservazioni in materia di ambiente/salute solo ora), per discutere su di un dato che non è mai stato affrontato con la dovuta attenzione: il dato normativo.

Quali sono le regole?
Quali le leggi?
Cercando di non essere prolisso e troppo "giuridico" cercherò di esporre la questione per punti e senza implicazioni ideologiche e tabù (invitando in tal senso i lettori, e non solo loro, a fare altrettanto), premettendo altresì che il mio impegno di giurista ambientale da vent'anni a questa parte si è sempre incentrato prioritariamente alla lotta agli sprechi delle risorse ed all'inquinamento atmosferico:
1) Il primo obiettivo da raggiungere nella corretta gestione dei rifiuti è (dalla Dir. 442/75 in poi in tutta Europa) la riduzione della produzione dei rifiuti a monte, non la raccolta differenziata, che fa comunque parte delle operazioni di recupero, e come tale solo al penultimo posto della gerarchia della gestione ottimale (riduzione a monte; riutilizzo; recupero; smaltimento).
2) Piacenza è uno dei capoluoghi di Provincia più "ricicloni" di Italia con il suo quasi 43% di raccolta differenziata (entro il 2008 l'Europa chiede di arrivare a 45%), ma produce ahimè molti più rifiuti rispetto alla media nazionale.
E' lì che si deve intervenire! Incentivando a produrne di meno!
E la nuova direttiva europea sui rifiuti va tanto in questa direzione da coinvolgere in tal senso (responsabilizzandoli) persino i produttori dei beni da cui originano i rifiuti.
Ripeto: basta con il mito della differenziata tout court!
E' certo meglio differenziare che smaltire, ma ricordiamoci che quello che inizia dopo la raccolta differenziata è comunque un'operazione di recupero.
Puntiamo al riutilizzo (si veda in tal senso anche il concetto europeo di sottoprodotto recentemente inserito anche nel Decreto 152/06) e alla riduzione a monte!
3) Dal 1975 in Europa (v anche art. 179 D. Lvo. 152/06) il recupero di materia e il recupero di energia stanno sullo stesso piano di priorità nella corretta gestione dei rifiuti.
Piaccia o non piaccia, questo è il dato normativo.
4) Un inceneritore è un impianto che smaltisce i rifiuti (bruciandoli) o li recupera (producendo energia)? Dipende (ha detto la Corte europea di giustizia il 13 febbraio 2003) se svolge o no una funzione utile.
Brucia più rifiuti di quelli che produce?
Sviluppa un'energia superiore a quella consumata?
L'eccedenza di energia prodotta viene utilizzata sottoforma di calore (a quando il completamento del progetto di teleriscaldamento?) o di energia?
Se sussistono queste tre condizioni (come nel caso di Borgoforte) quella è tecnicamente un'operazione di recupero (come quella risultante dalla raccolta differenziata!).
5) La disciplina che regola l'installazione e l'utilizzo di qualunque inceneritore deriva dalla Dir. 2000/76/Ce, recepita in Italia nel 2005 dal D. Lvo. n. 133 (vero e proprio Testo Unico degli inceneritori).
Un termovalorizzatore deve funzionare nei modi e nei limiti previsti da quel decreto.
Non sono io, né l'Arpa, né i medici, né l'Ato, né i sindaci o la Provincia a fissare i limiti: è solo la legge. L'impianto di Borgoforte è dentro o fuori i limiti di legge?
E se bruciasse 136.000 ton/a sarebbe dentro o fuori? E lo sarebbe di più o di meno?
6) Il principio di prossimità (secondo il quale lo smaltimento/recupero dei rifiuti non solo deve avvenire con il ricorso ad una rete integrata ed adeguata di impianti e attraverso le migliori tecniche disponibili, ma deve altresì corrispondere all'obiettivo di essere svolto "in uno degli impianti appropriati più vicini ai luoghi di produzione o raccolta, al fine di ridurre i movimenti dei rifiuti stessi, tenendo conto del contesto geografico o della necessità di impianti specializzati per determinati tipi di rifiuti" ex art. 182 c. 3, D. L.vo 152/06), è uno dei capisaldi della disciplina in tema di rifiuti.
Nel caso di Tecnoborgo, l'impossibilità temporanea di quest'ultimo periodo (impossibilità non tecnica, ma burocratica) a trattare nel termutilizzatore le 15.000 t/a di rifiuti aggiuntive ha reso necessario trasportarle altrove (in un altro inceneritore!) e in siti significativamente distanti, con conseguente aggravio delle emissioni dei mezzi di trasporto, in pieno contrasto con quanto disposto dai sopraccitati principi di prossimità e autosufficienza e con la stessa ratio della legge.
7) Il D.Lvo. 59/05 (Ippc) impone agli impianti come quello di Borgoforte di dotarsi delle migliori tecniche disponibili: su questo punto la dotazione dell'impianto (specialmente per quanto riguarda le emissioni) deve essere sempre migliorata e resa più efficiente.

Conclusioni: tutto ciò premesso e considerando che il vero problema è quello di monitorare costantemente il livello di emissioni in atmosfera di questi impianti per verificarne la compatibilità con i limiti di legge e l'effettiva pericolosità per la salute (si noti in tal senso che in una recente intervista il fondatore di Legambiente, Ermete Realacci, ha persino dichiarato che l'emissioni di diossina di un inceneritore sono paragonabili a quelle di una strada particolarmente trafficata), e che l'Arpa di Piacenza produce costantemente e con grande professionalità e precisione tali dati, vorrei soltanto esporre una semplice domanda:
ha senso (ed è più o meno eco-compatibile?) spendere circa 3 milioni di euro all'anno per portare su gomma circa 13.000 ton/a di rifiuti a incenerire a Bologna anziché utilizzare quei soldi (v. intervista al dottor Fabbri di Arpa su "Libertà" dell'8 novembre) per installare dei nuovi filtri che abbattano con più efficienza e sicurezza i potenziali inquinanti (in particolare NOx)?
Ha senso (ed è più o meno eco-compatibile?) trasportare lontano (in un altro inceneritore!) questi rifiuti con un corrispondente aggravio delle emissioni provenienti da centinaia di camion a gasolio (dati del Politecnico di Milano: "mediamente si tratta di emissioni aggiuntive dell'ordine di centinaia di kg a -1 per gli NOx, di decine di kg a -1 per CO, PM10, COV non metanici e di un centinaio di t a -1 per la CO² fossile") anziché far semplicemente "andare" un impianto alla potenza per cui è stato costruito (avendo ovviamente sempre sotto controllo le emissioni da esso prodotte)?

Certo è che tutto ciò non può costituire un pretesto per disimpegnarsi verso forme di gestione dei rifiuti ben più eco-compatibili della termovalorizzazione: perché non consentire per esempio di bruciare temporaneamente le 136.000 ton/a in cambio dell'obbligo di dotazione di filtri catalitici e del raggiungimento non tanto del 50% di differenziata, ma di un impegno per ridurre il quantitativo dei rifiuti prodotti nella nostra provincia?

STEFANO MAGLIA,
Docente di Legislazione Ambientale Università di Parma e Consulente Presidenza Commissione Ambiente Camera Deputati
(da Libertà del 13 novembre 2007)


pubblicazione: 16/11/2007
aggiornamento: 17/11/2007

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